Il telefono squilla impazientemente. Ho davanti la tabella con i turni della prossima settimana, semivuota e piena di cancellature. Davide mi ha chiesto se volevo occuparmente ed io ho accettato subito: non ne ho mai avuto l'occasione e ho sempre voluto provarci... fino ad ora! Non credevo fosse così difficile organizzare una decina di persone. Il problema principale è che appena il reparto sa che ti occupi dei turni, tutti i colleghi si gettano su di te scongiurandoti favori. Insomma, un bel casino, e questo dannato telefono non la smette di squillare!
- Pronto?!
- Pronto, buongiorno, è il Centro?
- Sì?
- Devo mandare un fax all'Ufficio Informazioni, mi può dire il numero?
- Guardi, in tutta onestà non credo di averlo mai saputo.
- Facciamo così: io glielo leggo e lei mi dice se è quello giusto. Allora: 06...
- Aspè!... Aspetti! Ma le ho detto che non lo conosco, cosa me lo legge a fare?!
- ...
- ...
- Ah, allora mi sa che chiamo direttamente l'Ufficio Informazioni.
- Ecco sì, forse è meg... Ehi, ma se aveva già il numero dell'Ufficio Informazioni perché ha chiamato qui?
tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu tu...
Aggangio il telefono stordito. Sara sbuca da un angolo tutta sorridente: - Ehilà! Ho saputo che questa settimana li fai tu i turni!
- Sparisci.
- Sparisco! -, sorride.
Formattiamo gli ultimi tre minuti di vita dalla memoria e rimettiamoci al lavoro.
* Olè! La stanza è stata dipinta, ora manca solo di arredarla! Ma intanto posso tornare a pubblicare con regolarità :) Per chi vuole ci leggiamo domani!
Appendo il gilè nell'armadietto. La serratura scatta con un clank arrugginito; devo chiedere di farla aggiust... sì, certo. Valter e Michele mi salutano, io rispondo con un cenno e uno stanco "A domani". Apro la borsa, accendo il cellulare - un sms -, prendo le chiavi della macchina e finalmente esco.
Sul G.R.A. il traffico delle 14 è pigro, ma non immobile; riesco a mettere persino la terza. Intanto Morrissey canta alla radio una canzone che non conosco.
Nei momenti di noia penso alla giornata di oggi: faticosa. Una mattinata pesante, grigia, con molti clienti e molto lavoro arretrato da portare assolutamente a termine. Non ho avuto un attimo di tregua, un attimo per prendere fiato o bere un caffè: è stata una maratona. Come nelle migliori coincidenze, mancavano due persone e Valter, Michele, Davide ed io abbiamo dovuto fare tutto da soli. Quando il capo settore, uscendo fischiettando dal suo ufficio, ha visto quattro poveri cristiani andare avanti e indietro per il reparto, ha pensato bene di fare dietrofront e non farsi più vedere.
Lascio la macchina sul viale e salgo la stradina fino al portone. Tiro fuori le chiavi, apro, e gli ultimi venti gradini mi portano finalmente a casa. Getto le chiavi nel cestello, poso per terra la borsa, mi tolgo le scarpe mentre cammino, apro il giacchetto lentamente. Ho solo voglia di buttarmi dieci minuti sul letto. Dieci minuti, e poi pranz...
- Ah, Dante! Giusto in tempo!
- Ciao pà. In tempo per cos...?
Nella mia stanza è esplosa una granata. La scrivania è al centro, i letto è inclinato, la libreria è semivuota, l'armadio è coperto da uno spesso telo di plastica. Una mezza dozzina di scatoloni giacciono a terra colmi di tutta la mia vita e accanto a loro secchi, pennelli, raschietti e attrezzi vari dominano il pavimento.
- Oggi dobbiamo rifare la tua stanza no? Ho pensato di portarmi avanti mentre eri a lavoro. Forza, su! Vatti a cambiare e dammi una mano: pitturiamo la parete dietro l'armadio prima che pranzi.
...
Dio, non potevi semplicemente uccidermi?
- Salve.
Sara sorride come al solito: - Buongiorno signore, dica pure.
Il lavoro da commesso di un grande centro commerciale azzera quasi totalmente le differenze tra maschi e femmine. Al di là delle differenze individuali, il cliente medio non è più o meno gentile con un dipendente a seconda del sesso; in modo complementare, commessi e commesse trattano i diversi clienti alla stessa stregua. Sarà che loro vogliono semplicemente che li si sappia aiutare, e noi vogliamo semplicemente toglierci dalle scatole. E' un po' cinico, ma solo a partire dal decimo cliente della giornata.
Mentre mi perdo in queste riflessioni Sara continua a chiacchierare amabilmente col signore.
- Guardi, mi spiace tanto, purtroppo sono finiti.
- Accidenti... Ma sul volantino c'è scritto che l'offerta dura ancora quattro giorni.
Ridacchia: - Lo sa com'è: appena c'è un'offerta tutti si precipitano come avvoltoi!
Il signore ricambia: - Eh già, avrei dovuto essere un po' avvoltoio anch'io! Ma lei che dice, prima che finisca l'offerta tornano?
Sara si volta, ma prima che io possa dire alcunché fa cenno di sì: - Certo! Giusto Dante?
- Eh, uhm, ma...
Il signore non mi bada: - Oh bene! Ma ne è sicura?
Stavolta do una bottarella col piede a Sara. Ancora una volta mi guarda continuando a parlare al tipo: - Ma sì, non si preoccupi. Certo, non so dirle quando...
Sollevato l'uomo risponde affabile: - Ma sì, ma sì, lo immagino. Vorrà dire che verrò ogni giorno, tanto abito qui dietro.
Mi copro gli occhi con la mano mentre quello se ne va.
- Che c'è? -, sorride Sara.
- Hai sbagliato a dirgli che torneranno.
- Perché? Non tornano? Ma se lo sapevi perché non me l'hai detto?
- Non lo so, se tornano. Non se tornano prima della fine dell'offerta, come tu gli hai promesso.
Sara impallidisce: - Ah, ma mancano ancora diversi giorni e...
- Ascolta, a prescindere da qualunque condizione favorevole non devi mai, mai, MAI dire che un prodotto in offerta tornerà di certo. Come credi che reagirà il signore in caso contrario?
- Beh, è stato molto gentile, di sicuro capirà.
Sorrido beffardamente: - Povera illusa. Non conosci la vera natura dei clienti.
- Non la stai facendo un po' tragica?
- Sì. Mi riesce bene no? - Non risponde. - Forse ci vorrebbe una musichetta drammatica sotto...
UEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE.
Entro in reparto dall'ingresso clienti: è il mio giorno libero, ma il destino vuole che la scheda SD della mia fotocamera digitale si sia danneggiata ("Ma sì guajò, la puoi levà dal PC anche senza cliccà su 'rimozione sicura dell'hardware': fidati!", le ultime parole famose di Valer) e che questo sia il negozio più vicino dove poterne comprare una nuova.
UEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE.
Al bancone non c'è nessuno, così vado direttamente nell'area con schede di memoria e camere digitali. La trovo quasi subito, ma ci metto un po' per decidere se prenderla da 2 o da 4 giga. Facciamo 4, e crepi l'avarizia!
In quel momento passa Mario.
UEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE.
- Ciao caro.
- Uh? Oh, ciao Dante! Visto che ci siamo incrociati, se non è troppo disturbo posso chiederti un favorone? Potresti aiutarmi con delle stampanti? Ho un problema coi numeri di serie.
Mi guardo dai piedi in su: - Mario, non sono in servio. E' il mio giorno libero.
- Oh. - Si sorprende come un bambino. - Ah, allora scusa! Scappo, che ho davvero bisogno di qualcuno che mi aiuti. Scusa ancora eh! Ciao!
- Aspetta! Ma cos'è quest...
Andato.
UEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE.
Quando torno al bancone c'è Sara che lavora al PC. Sorride beffarda, prendendosi gioco di me perché: - Sì, lo so, è il mio giorno libero e sono qui. Pago questa e me ne vado.
- Ciao Dante! E' sempre un piacere vederti!
- Ed è un piacere vedere te viva. Quindi se non vuoi che da oggi cominciamo a vederti morta, batti il prezzo e fammene andare.
Sorride ciancicando una gomma e passa la pistola-lettore sul codice a barre.
UEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE.
- 26 euro e 99 centesimi.
- Tieni. - Prendo la scheda e la metto in tasca. - Ah, Sara...
- Sì?
- Mi spieghi come mai c'è questo casino?
- Quale?
UEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE.
- Questo.
- Ah! Qualche cliente deve avere aperto una porta di sicurezza.
- Sì, so da cosa è dovuto, ma perché nessuno del reparto l'ha chiusa?
- Boh.
La guardo qualche altro istante, lei capisce e fa spallucce sorridendo.
- E da quant'è che va avanti così?
- Dieci minuti buoni.
Sospiro: - Va beh, buona giornata Sara.
- Buona giornata Dante.
UEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE.
- E' lunga, non va bene Mario. Se non stai attento la prossima volta non sarò così clemente. - Il capo settore si allontana da Mario guardandosi attorno come se avesse vinto un oro olimpico.
Mi avvicino al poveretto. Si nota subito quando è giù: la testa china, le braccia appese come rami spezzati alle spalle e queste totalmente abbandonate alla forza di gravità, lo fanno passare per un uomo del Pleistocene.
Gli faccio un cenno: - Che voleva?
Mario sussulta: - Chi?! Ah, niente...
- Beh, non mi pare niente.
Fa una smorfia con le labbra: - E' che lo trovo ingiusto. Mi accusa di avere la barba lunga, ma sono solo due giorni che non la taglio. E poi...
Si ferma.
- Poi?
- Insomma, non voglio dire niente su voi, poi è anche giusto visto che siete qui da tanto, e in più...
- Mario arriva al punto, ti prego.
Quasi sussurra: - Voi la barba non la fate tutti i giorni.
Sorrido: - So esattamente cosa stai passando. Dai, ti spiego un attimo come funziona realmente questa cosa...
Quando arrivo da Davide tengo ancora gli occhi sul foglio-turni: vorrei evitare di fare una figuraccia solo per un errore di lettura. Lui mi osserva perplesso, aggiustandosi gli occhiali sul naso.
- Cosa c'è Dante?
Mentre parlo continuo ad esaminare il foglio: - Non capisco...
Allunga lo sguardo: - Ah, i turni. C'è qualche errore? Li ho dati da fare a Johnatan; si è dimenticato qualcosa?
Alzo gli occhi: - Mezz'ora in ogni giorno.
- Cioè?
- Vedi? - Gli mostro il foglio. - Ma dev'essere solo un errore di battitura: ogni turno serale della prossima settimana finisce alle 21.
Davide sorride: - E' perché dalla prossima settimana in poi il negozio chiuderà alle 21. - Spalanco la bocca, ma Davide mi precede: - L'ha deciso il Capo in una riunione coi capi settore.
- Mi stai dicendo che finalmente, dopo mesi e mesi e centinaia di nostre segnalazioni, si sono accorti che dalle 21 alle 21:30 non c'è praticamente clientela?! - Annuisce. - Dobbiamo prenderci una sbronza colossale per festeggiare.
Strizza l'occhio: - Valter ci sta già pensando.
Alleluia!
Do un'occhiata all'orologio di Windows: le 10:03. Sbuffo, non c'è un granché da fare e la giornata sembra non voler neanche iniziare.
Riprendo in mano i fogli con gli ultimi ordini e ricomincio a passarci sopra l'evidenziatore; non è necessario, ma almeno occupo un po' di tempo.
Si avvicina un cliente, deve pagare un telefonino. Usa la carta. Digita il codice. Fatto. Lo guardo andarsene e sospiro. Cerco con lo sguardo Valter: è poco più in là che tamburella stancamente il bancone con le dita. Un due tre. Un due tre. Un due tre... Seguo quel sordo picchiettio per un po', poi arriva Sara.
- Hai visto Mario?
- Credo sia ai DVD.
Mi sorride un "grazie" e si allontana. Noto che ha un bel sedere. In realtà l'avevo già notato al tempo (l'avevamo notato tutti), ma ormai per me non è più una donna, è una collega, che è ben differente, quindi mi sorprendo a pensare che era un po' che non contemplavo il suo sedere. Presto comunque mi passa di mente anche quello. Quando ti passa di mente un bel sedere dev'essere grave, penso. Vorrei dirlo a Valter, ma quando faccio per chiamarlo vedo che sta dando delle spiegazioni ad un cliente. Beato lui.
Cerco anch'io qualche cliente, ma sembra che stamani nessun altro abbia bisogno d'aiuto. Scoraggiato mi ficco di nuovo sotto gli occhi i fogli: conti, numeri, ordini, nomi, colonne, righe, tabelle, simbolo dell'euro, asterisco... Lascio ciondolare la testa un po' a destra e un po' a sinistra.
Il cliente di Valter si allontana e questo lo guarda come fosse un biglietto della lotteria che vola via. Fa una smorfia e torna a molestare il tavolo. Adesso tamburella solo con un dito, un ritmo monotono, lento, impreciso.
Torno ai miei fogli. Non so neanche cosa sto sottolineando, di preciso. Guardo l'orologio di Windows: le 10:08. Impreco col pensiero. Come se mi avesse sentito, Valter si volta e mi guarda. Alza il mento interrogativamente. Scuoto la testa: - Oggi è una di quelle.
Annuisce: - Eh sì, zio.
Oggi non passa più.
- E tu che hai fatto?
L'ingiustizia nel mondo del lavoro mi sembra così esagerata a volte. Anzi, fin troppo spesso. Anch'io ho amici emigrati in Australia e anche a me hanno detto la stessa cosa: lì lavorano tutti e perciò lavorano poco. Un ragazzo mi faceva notare che l'italiano medio, con la sua mentalità del "frega il tuo prossimo", diventerebbe ricco lì giù (a meno che la società australiana non abbia sviluppato un efficace sistema immunitario per questo tipo di idioti). Ma chi invece crede che il lavoro sia un impegno?
Guardo Valter e Fabio. Nessuno di noi è uno stinco di santo, lo so; eppure so anche che tutto questo lo facciamo perché abbiamo un'idea onesta di lavoro. Il commesso non sarà certo il nostro ultimo porto, ma finché saremo qui lavoreremo con la serietà che noi stessi ci imponiamo, perché noi stessi ci vergogneremmo a non rispettarla.
- Cos'ho fatto? - Fabio sorride, come sempre. - Ho dato il massimo, e in due settimane ho battuto di continuo i record di fatturato dei mesi precedenti. La capa è rimasta a bocca aperta ed ha apprezzato (naturalmente, dato che il suo superiore si sarebbe complimentato con lei).
- E poi? Spero che abbia proposto te per il nuovo locale!
- Ovviamente no. - Sorride ancora. - Ma la mia rivincita l'ho avuta. Quando hanno fatto la selezione per i gestori del nuovo locale Serena non è passata. "Buone capacità, ma eccessiva sicurezza di sé", hanno detto. In pratica era così sicura di passare che i capoccia l'hanno inquadrata come eccessivamente superba... o ultraraccomandata! E a loro se sei raccomandato gl'interessa poco: l'imperativo è guadagnare e per eseguirlo ci vuole qualcuno capace.
Ammicca e poi ci dice che deve tornare al lavoro. Lo salutiamo, forse un po' più sereni, anche se il sapore è quello di un caffè lungo con una macchiolina di latte al centro. Sfamarsi di consolazioni troppo magre non basta, e l'Australia ti sembra sempre più vicina.
Fabio prende tre tazzine vuotate da poco, togliendo con lo straccio i granelli di zucchero e le gocce di caffè dal bancone. Un signore in gessato alza il mento e chiede un marocchino. Fabio fa un sorriso e con un cenno accomodante risponde "Subito mister". Poi torna da noi.
- Sentite qui. Quando ho iniziato a lavorare per questa catena mi sono dato subito molto da fare. Per molti non sarà il più gran lavoro del mondo, ma a me piace e mi ci sono messo d'impegno. Il capoccia l'ha notato, tanto che dopo pochi mesi mi ha mandato in questo negozio, che è quello con maggior fatturato di tutta Roma. Qui ho incontrato lei. - Inclina la testa per indicare una ragazza sui trentacinque, bassetta, mora, con un paio di graziosi occhiali viola. - La troia, - contrinua, - è la mia superiore. Sapete cosa mi ha detto pochi giorni dopo essere arrivato?
Non lo sappiamo.
- "Fabio, sei molto bravo, ma c'è un problema". "Quale?", ho chiesto. "In quanto tuo diretto superiore dovrei insegnarti una serie di cose, per farti crescere professionalmente. Il problema è che da un mese a questa parte sto spingendo Serena, la tua collega, che è una mia cara amica. Vogliono aprire un nuovo negozio e io sto cercando di farla piazzare. Quindi, senti, non prenderla sul personale, ma seguirò quasi esclusivamente lei. Non ti dedicherò molto tempo."
Valter sbarra gli occhi: - Così t'ha detto?!
Fabio sorride, un sorriso amaro come i suoi caffè: - No. In Italia nessuno ti dice le cose chiaramente.
- E' inutile. - Fabio sospira mentre pulisce il bancone del bar con uno straccio vecchio. Valter ed io lo guardiamo da oltre la nostra tazzina, sorseggiando il primo caffè della giornata. Quando possiamo veniamo qui prima di attaccare, solitamente insieme. E' un bel modo per liberarsi la mente prima di dare inizio alle danze. Oggi però Fabio è giù. - Fabri Fibra ha ragione: certe cose succedono solo in Italia.
- Oddio Fabio, capisco che sei disperato, ma Fabri Fibra no...
Non gli va di scherzare: - Macché, ha ragione invece. E' la nostra mentalità ad essere sbagliata, a non funzionare. Ci sforziamo di 'guardare all'estero', ma che senso ha se poi cadiamo nell''italianità'? Abbiamo modi di pensare che sono nostri, tipici, e non ci rendiamo conto che dobbiamo cambiarli. - Guarda il bancone appena pulito con sfiducia: tra non molto sarà di nuovo sporco. Getta lo straccio nel lavandino e si stende con le braccia incrociate sul bancone, lasciandoci cadere sopra la testa. - Qui se hai un posto fisso pensi di aver vinto. C'è la caccia al contratto a tempo indeterminato. Fin qui tutto bene. Il problema è che nel momento in cui ce l'hai, smetti di lavorare, te ne sbatti: tanto nessuno ti può buttare giù. Perché produrre il dovuto, se puoi produrre il minimo? In Australia lavorano meno di noi e lavorano tutti, e con uno stipendio medio si pagano mutuo, macchina e vita. E' l'economia? Certo! Ma l'economia la fa il modo diverso di pensare della gente. Bisognerebbe incentivare chi esce dal modo di pensare 'all'italiana', e invece questi sono quelli che prendono maggiori inculate.
Non lo seguo: - Non ti seguo. Che vuoi dire, Fabio?
Si tira su: - Che il mondo del lavoro in Italia fa schifo, Dante.
- Che diamine sta succedendo?! CHE DIAMINE STA SUCCEDENDO?!? - Il capo settore quasi corre verso me e Davide, la cravatta al vento, i capelli fradici di gel. Se non mi aspettassi l'ennesima scenata senza senso da un tizio dotato di un potenziale cognitivo pari a quello di una ciabatta, avrei quasi paura di ciò che sta per succedere. - Davide, mi vuoi spi.. (Buongiorno signora, tutto bene? Grazie d'essere venuta al Centro). Davide! Mi vuoi spiegare che diamine sta succedendo qui?!
Sbatte un paio di fogli stropicciati sul petto di Davide: se fossi stato al suo posto mi sarei trasformato in Hulk e gli avrei staccato la testa, saltando poi verso il soffitto per crearmi un buco verso la libertà. Oh sì, la libertà! Non dover più pensare alle paradossali beghe di questo posto dimenticato da Dio, non dovermi chiedere, ogni giorno, cos'altro accadrà. Ahh, la libertà! Posso quasi assaporarla, sentirne la fragranza che danza come una farfalla attorno alle mie narici risvegliando i miei sensi. Oh libertà, io t'amo! E se c'è ancora speranza nel mio
- Allora?!
Cazzo, ci sono cascato ancora! Vedo Davide intento alla lettura con assoluta calma, in barba all'incredibile Hulk. Non so se lo fa per irritare il capo settore, ma lascia scorrere uno dopo l'altro interminabili secondi di attesa, apparentemente concentrato su ciò che dicono le righe sbiadite del foglio appena stampato.
Poi, finalmente, parla: - Non capisco cosa c'è che non vada.
Il capo settore fa una faccia da scemo, con la bocca spalancata, gli occhi sbarrati e la fronte corrugata. O forse è la sua faccia di sempre, non saprei. - Davide! C'è scritto che un tale prodotto ("Creative GigaWorks T40": non so neanche che cazzo sia 'sta roba!) è stato messo in offerta quattro giorni fa e che la gente ha cominciato a comprarselo, mentre fino al giorno prima non se lo filava nessuno!
Davide mi lancia un'occhiata attraverso gli occhiali, ma capisce che sono incerto quanto lui su come commentare la cosa. Ci prova: - Capo, è un'offerta, è ovvio che stia andando a ruba.
Il capo sbuffa scocciato: - Sì, certo, ma chi se l'aspettava che la gente si comprasse 'sti cosi?! Ci stiamo rimettendo troppo! Togli l'offerta, via!
- Ma c'è scritto che dura fino a...
- Non m'interessa! Via l'offerta! Via i volantini! Stop!
Si gira e se ne va.
Restiamo lì qualche istante a contemplare i residui della scia di demenza che segue il nostro capo settore, poi Davide alza le spalle: - Su, andiamo a togliere quest'offerta.
Capisco sempre più perché nessuno vuole fare il capo reparto.
- Cristo, ma chi ha messo le mani nel computer?
- Mi pare che Pino ci stesse lavorando ieri.
- E perché mai Pino stava lavorando col nostro computer?!
Michele fa spallucce ed io non posso che limitarmi ad imprecare a bassa voce mentre lotto con righe e colonne di un file Excel. Perché Windows si blocca sempre adducendo motivazioni improbabili ("Il programma Taldeitali, che fino a ieri ha sempre girato senza problemi, da oggi non funzionerà più. E tanti saluti!") e invece funziona quando è in mano a chi le mani dovrebbe tenerle in tasca? Fosse per me inventerei un programma che, nel momento in cui stai combinando dei casini, blocca tutto dicendo qualcosa tipo "Attenzione! Quello che stai facendo è incredibilmente stupido. Si consiglia di arrestare il sistema e mettersi in un angolino per evitare ulteriori danni". Prima o poi dovrò fare quella telefonata a Bill Gates...
- Ciao Stefania.
Alzo gli occhi per vedere chi ha salutato Michele, scorgendo i colori del nostro gilet.
- Ciao Stefania.
Poi torno a smadonnare con il file e le sue stramaledettissime colon... Aspetta.
- Chi diamine è Stefania?!
Michele alza appena il mento: - Quella lì.
- Grazie, l'ho appena salutata. Ma, voglio dire: chi è? Cioè, perché l'ho salutata?!
- ...
- Insomma, perché ha il nostro gilet??
- Chissà, forse perché lavora qui. - La sua risposta mi fa sentire incredibilmente stupido.
- Ok, ma non sapevo ci fossero state nuove assunzioni.
- Infatti non ci sono state.
Odio quest'uomo.
- E da quant'è che...?
- Dieci mesi, credo. Forse un po' meno.
Mi volto e la osservo mentre si sistema gli occhiali davanti ad una fila di videogiochi.
- Mi stai dicendo che in questi otto mesi di lavoro non l'ho mai vista?
Alza le spalle: - Beh? Non è nemmeno l'unica. credevi che il reparto fosse gestito solo da noi sette?
- Sì! Pensavo che i nostri turni coprissero tutta la giornata. Insomma... ho appena scoperto che ci sono altre persone che lavorano qui e che io non ho mai visto: è traumatizzante!
- Beh, allora goditela: Stefania è qui perché ha dovuto fare un cambio turno, è probabile che passino altri otto mesi prima che tu la riveda.
- Ma... ma...
- Basta "ma-eggiare": torna al lavoro e non rompermi i coglioni. - E con uno sbuffo torna a darmi le spalle.
So che l'ho detto un centinaio di volte, ma... assurdo.
Dopo aver indicato ad una giovane cliente la bacheca dei Nokia, vedo Davide passare lì vicino.
- Ehi caro, già finito le traduzioni? -, ridacchio.
- Sì.
- Oh... Bene! E allora perché questa faccia mesta?
Sospira: - Perché la prossima settimana si ricomincia.
- Ah. - Guardo in alto, guardo in basso, storco la bocca: - Non vorrei proprio essere te.
- Neanch'io.
"
Egr. Dott. F.,
come preavvisatola telefonicamente, mi scuso per il refuso con cui le è stato riportato l'ordine inerente il nostro reparto del Centro.
Mi apresto dunque ad allegarLe il definitivo modulo conforme all'allegato standard, che di fatto succede ed invalida quello allegato alla mia ultima mail.
Ovviamente attendo Vostra risposta con allegato, corrispettivamente all'allegato già a Sue mani di cui forma parte integrante, da Voi compilati e confermati al fine di preventiva accetazione inizialmente e al più presto via fax e, in seconda istanza, a stretto giro di posta, e cogliamo l'occasione per porgerLe i nostri più cordiali saluti.
Cordialmente,
il capo settore del Centro"
- Allora, come va la traduzione?
Uno sbuffo mi risponde che non sta andando poi così bene.
- Pesante eh? Dai, poteva andarti peggio...
Una smorfia mi chiede come potesse andare peggio di così.
Gironzolo attorno a Davide, sbirciando di tanto in tanto sopra la sua spalla per vedere cos'ha scritto: è fermo a "Egr. Dott. F.".
- Dai, - gli do una pacca sulla spalla - magari è il karma! Forse te lo meritavi.
Un grugnito mi suggerisce di sparire, a meno che non voglia passare l'ora di chiusura a risistemare il magazzino.
"Egr. Dott. F.,
seguo la Sua notifica allegandoLe la modificata copia confacente dell'allegato di modifica delle ordinazioni basate sul Vostro nuovo tariffario come esposto dalla Vostra ditta X, che di fatto succede ed invalida quella da me precedentemente inviataLe questo meriggio.
Attendendo Vostra riposta, corrispettivamente all'allegato già a Sue mani di cui forma parte integrante, da Voi compilati e confermati al fine di preventiva accetazione inizialmente e al più presto via fax e, in seconda istanza, a stretto giro di posta, rimaniamo a Sua completa disposizione per qualsivoglia bisogno di approfondimento e/o precisazione e cogliamo l'occasione per porgerLe i nostri più cordiali saluti.
Cordialmente,
il capo settore del Centro"
- "Meriggio"? Che diamine è un "meriggio"?
Davide dà un'altra occhiata alla nuova stampata dell'ultima lettera del capo settore: - Ah, credo sia un termine decaduto nella seconda metà del '900; indicava il primo pomeriggio.
- Oh. - Johnatan pare rimanere colpito, quasi affascinato, come se quell'atomo di erudizione mostrato dal capo settore fosse il granello di sabbia che cambia la percezione del panorama. - E' un idiota, - aggiunge un attimo dopo, - un idiota, sì. Deve avere anche la patente da idiota.
- No, - esclamo dubbioso - credo che ci sia scritto proprio sul suo badge, al posto del nome.
Una silenziosa annuenza imbarazzata cala tra di noi.
"
Egr. Dott. F.,
in base alle indicazioni ricevute dal dott. V., Le allego in allegato la copia conforme dell'allegato di rivisitazione dei nostri ordini a favore della vostra azienda per cui le confermiamo l'ordine previsto con le modifiche di cui sopra.
In attesa di vostra riposta, corrispettivamente alla documentazione già a sue mani di cui forma parte integrante, da Voi compilati e confermati per accetazione inizialmente e al più presto via fax e, in seconda istanza, a stretto giro di posta, rimaniamo a Sua completa disposizione per qualsivoglia bisogno di approfondimento e/o chiarimento e cogliamo l'occasione per porgerLe i nostri più cordiali saluti.
Cordialmente,
il capo settore del Centro "
Leggo tre volte la lettera prima di passarla a Johnatan e Michele.
- E questa roba che hai stampato sarebbe...?
- Una mail di modifica d'ordine scritta dal capo settore -, sospira mesto Davide.
- Ma... non si capisce un cazzo!
- Dillo a me. - Fa una smorfia disgustata togliendosi gli occhiali e stropicciandosi gli occhi: - Ogni volta mi tocca riscriverle senza che lui ne sappia nulla. Per fortuna che le invia a me per far aggiungere gli allegati degli ordini o per ricontrollare eventuali dati.
Johnatan alza lo sguardo dal foglio: - Sono allibito. Se arrivassero a destinazione in questa forma le cose sarebbero due: o andremmo falliti, o... No, probabilmente andremmo falliti e basta.
Il primo impatto per chi inizia a lavorae in un centro commerciale spesso è duro, granitico. Sei uno dei tanti precari, come va di moda chiamarli oggi, che crede di avere un disperato bisogno di portare a casa una pagnotta misera ed ammuffita, per la quale è pronto a ignorare i propri diritti di lavoratore, ad accettare gli innumerevoli strappi alla regola fatti dai superiori (che diventano vere e proprie lacerazioni al tuo status di dipendente), a non osare pronunciare alcuna obiezione di fronte a questi. Sei un numero, sei uno della coda. Così non ti sta bene? Avanti il prossimo.
C'è chi cerca di mettere zucchero attorno a questa amara realtà, chi cerca di venderti un'illusione tramite l'allusione, e chi infine pensa che non valga la pena fare lunghi giri per dirti che le cose funzionano così, prendere o lasciare. Ogni volta sei alla mercé di due voci: quella di chi ti dice che il futuro è incerto e che un lavoro mal pagato e mal gestito, dove non farai ciò per cui sei stato assunto e dove l'eccezione ai tuoi diritti è la regola, è quanto di meglio potesse capitarti, e quella che ti spiega che offrirti questo lavoro è un favore che ti sta facendo, e che quindi fin dall'inizio tu vali meno di niente per lei.
Come tutti noi, Mario è passato in mezzo a questo. Come noi, è arrivato qui senza la più pallida idea di cosa fare. Nessun superiore si prende la briga di spiegarglielo: perché dovrebbero? Ci siamo noi commessi. Commessi, non "formatori", ma a chi importa? Sanno bene, i superiori, che o insegniamo ai nuovi arrivati come funzionano le cose, o dovremo lavorare anche per loro. Se in certi giorni ignoriamo i nuovi arrivati, non rispondendo adeguatamente alle loro numerose domande, un po' è per mancanza di tempo e un po' è per la frustrazione di questa situazione.
Sappiamo, però, che poi arriva il giorno in cui non ci sono nuovi ordini, in cui Johnatan e Sara se la cavano da soli in magazzino, in cui i clienti sembra che per una volta ti diano tregua. Allora alzi il collo e ti guardi attorno e vedi Mario in un angolo del reparto, lo sguardo perso, che non sa cosa deve fare quando non ha nulla da fare. Lo raggiungi e lui quasi si mette all'erta, ma poi gli fai un sorriso e di rimando ne abbozza uno impercettibile. Gli chiedi cosa fa, ti risponde un timoroso "niente", e poi gli strizzi l'occhio: - Vuoi venire a farti una pausa caffè con me?
- Possiamo?
- Pare che non ci sia molto da fare in questo momento.
- Ah... allora, ok.
- Ascolta, mentre andiamo volevo fare due chiacchiere con te. Magari c'è qualcosa che vorresti sapere sul lavoro e che nessuno ancora ti ha spiegato...
- Cacchio Dante! Cacchio!
Mario trema come un alberello vittima di Katrina. Guarda il pavimento, poi alle mie spalle, poi mi guarda il petto: non riesco in alcun modo ad agganciare il suo sguardo. Chino la testa su un lato: - Nessuno dice più "cacchio"; non con quell'enfasi, almeno. Cosa c'è che non va?
Già immagino la scena: mi dirà che un LCD o un impianto hi-fi gli è scivolato e si è disintegrato sul pavimento, ed io dovrò trovare una scusa accettabile per coprirlo al capo settore.
- E' successo un guaio.
Eccolo che arriva.
- Che guaio?
- I televisori.
Ahia...
- Aspetta, hai detto i televisori. Quanti ne hai rotti?
Si blocca e finalmente mi guarda in faccia con aria quasi indignata: - Rotti? Non ne ho rotto nessuno!
Uh?
- Uh? E allora cos'è successo?
- Non abbiamo finito di metterli a posto! Davide ci ha lasciato scritto di finire per mezzogiorno, ma è mezzogiorno e venti e ce ne sono ancora più della metà da sistemare!
Stavolta mi blocco io. Codifico mentalmente il senso della sua frase e poi cerco di decifrare il su