Inizia con un sospiro. Un silenzio tanto lungo da non avere modo di contarne i secondi. Senti nel petto gli ultimi barlumi del calore di un whisky buttato giù sotto pressione - tu non li hai mai sopportati i superalcolici, cos'è successo stasera? Non fa freddo, tremi, ma non vuoi mettere la felpa. Giochi con la sabbia umida tra le dita dei piedi, colorati d'argento dalla luce di una luna seminascosta dalle nuvole. Sei l'unico seduto. Valter è sdraiato a destra. A sinistra c'è Sara. Gli altri sono un po' più giù, nell'acqua gelida di fine settembre.
- Valter! - grida qualcuno. - Vieni qui, vieni a farti un bagno!
Senza fiatare, Valter si tira su, si spolvera i calzoncini e raggiunge gli altri. Per te sono macchie indistinte nella notte, ombre che smuovono l'acqua, rischiarate appena dalla poca luce nel cielo. Festeggiano. Davide se ne va e loro festeggiano; con lui, naturalmente. I brutti momenti vanno festeggiati, vanno resi meno brutti.
Alzi una birra, ma poi non ti va - hai quella stretta allo stomaco che... Qualcosa ticchetta a qualche passo da te, ma non hai voglia di guardare. I rombi delle macchine sul lungomare si fanno più lontani. Qualcosa prende a martellare nel petto, incessante, spazza via qualunque altra cosa come il frastuono del martello pneumatico. Ti tremano le mani, ora? E allora cerchi di dirlo senza far tremare anche la voce.
- Adesso avranno una ragione in più per pensare male di noi.
Silenziosamente, Sara si solleva mettendosi seduta, pochi centimetri dietro di te. Non dice niente. Tu nemmeno. Fa un freddo cane, cazzo, stai tremando come una foglia.
- Forse... - Per un attimo ti muoiono le parole in bocca, senti le labbra più secche che mai, la lingua che non sa dove sbattere per iniziare la prossima sillaba, gli occhi che cercano disperatamente nel vuoto e, sì, forse faresti meglio a mollare tutto questo casino che hai in testa, a non pensarci più, ad alzarti e andartene anche tu a giocare a pallone con gli altri. Dovresti proprio. - Forse potremmo dargli noi un pretesto per pensare male.
E ti giri. E Sara china la testa imbarazzata - non lo vedi, se è imbarazzata, ma lo sai, sai che è proprio così. E così è ancora più lontana da te. E allora stai per girarti. E poi, però, lei alza un pochino il mento. E la vedi che sorride, un sorriso imbarazzato, anche quello. E allora ti sporgi un po' all'indietro, ruoti appena la testa a sinistra, lei anche, alla sua sinistra, e l'ultima cosa che vedi prima di chiudere gli occhi è lei che chiude gli occhi. Senti un capello sulla lingua, poi tutta la morbidezza del mondo in due labbra che si sfiorano, si toccano, si sfiorano, si cercano, si muovono, si schiudono. Lasci entrare tutto quel calore nella tua bocca - d'improvviso smetti di tremare. L'accogli come il più desiderato degli ospiti, lo assapori come un dolce delicato, lo vivi come il piacevole tepore dei pomeriggi di fine primavera. Poi senti una mano che ti sfiora sotto la guancia; allora affondi la tua nei capelli di lei ed è come infilare le dita in un cuscino di piume. Pensi che è la prima volta, da tanto tempo, che ti senti veramente bene.
Dura quanto deve durare un bel momento. Poi vi separate, ma restate vicini, le labbra si salutano toccandosi, sfiorandosi un'ultima volta, un'altra ancora, ancora una. Poi poggiate le fronti l'una contro l'altra. Sorridete. Guardate giù, verso la sabbia ma prima ancora, dove ci sono le vostre mani unite, con le dita che giocano a farsi le carezze.
Le esce un sospiro che è un sorriso.
Ti esce un sorriso che sa di buono.
Rimarrete così per un bel po'. Felici.
"La tempesta perfetta" è un documentario sulla siccità indiana, a confronto con l'acqua che sto prendendo. La macchina è al Centro, ma ho avuto la bella pensata di arrivare un'ora prima per dare un'occhiata ai negozi della zona: mi sono appena accorto di avere solo una manciata di pantaloni estivi.
- Poco male! - Urlo al cielo. - Tanto hai pensato bene di chiuderla qui, con l'estate, eh?
Un rumore come di legno spezzato, e dalle nuvole risponde un boato fragoroso.
- Se, se, protesta pure...
Qualcosa si aggancia al mio braccio sinistro.
- Con chi ce l'hai?
Sara mi sorride, i capelli bagnati, appiccicati sulle guance, gli occhi di un grigio profondo.
- Col tempo.
Si stringe nelle spalle: a quanto pare siamo in due ad aver dimenticato l'ombrello. Attorno, la gente sembra essere stata più previdente. Non possiamo far altro che continuare a ficcare le scarpe nelle pozzanghere e tenerci vicino ai cornicioni, godendo di ogni balcone che ci strappi per qualche secondo a questa tormenta.
Di punto in bianco, come un lampo a ciel sereno (un'immagine fuori luogo, al momento), prendo piena coscienza dell'esatto punto in cui e con chi mi trovo. Mi accorgo di avere qualcosa da dire. So di avere qualcosa da dire. Ma cosa? E come? E poi: siamo sicuri? Io non sono mai sicuro di niente, figuriamoci di questo genere di cose. Do un'occhiata a Sara: è immersa nei suoi pensieri più che nella pioggia, gli occhi sul marciapiede coperto di rivoli. Mi viene in mente che, con tutta probabilità, starà pensando se ha ancora del ketchup o se è da ricomprare. Quindi sta a me la prima mossa? (Perché sempre a me? Non ricordo di aver scelto i bianchi! Chi ha detto che ho scelto i bianchi?!). Ci provo. Mentalmente, ovvio. Comincio a formulare una serie di frasi sconnesse: iniziano tutte con "Senti..." e si dispiegano in un abisso di niente e confusione. Sbuffo, lei mi guarda, abbozzo un sorriso, ricambia. Poi torniamo con gli occhi al marciapiede e i pensieri all'infinito. La pioggia non è mai stata così silenziosa.
- Eccoci - bisbiglia a un certo punto, quasi impercettibilmente.
Il Centro si staglia davanti a noi. Non me n'ero accorto: ha quasi smesso di piovere. Tiro giù il cappuccio della felpa mentre facciamo gli ultimi metri. Poi ci fermiamo davanti all'ingresso. Sapete il bello qual è? Che siamo entrambi convinti che ci sia qualcosa da dire, qualcosa da fare, lo posso sentire. C'è un terribile imbarazzo su di noi, così denso che si attacca addosso scaldandoci, nonostante la pioggia (la pioggia?) ci stia facendo tremare. Afferriamo una manciata di lunghissimi secondi, li dilatiamo ancora di più col carico della nostra reciproca attesa, e in quell'attimo ci sfioriamo con lo sguardo - due, forse tre volte. E il bello, dicevo, è che accade tutto questo, tutto insieme, tutto come un incomprensibile discorso tra muti e poi... Il marciapiede. Uno dei due, non saprei dire chi, alza le sopracciglia e l'altro, con un filo di voce, "Che si fa? Si va?".
E si va.
- Pronto?
- Pronto Dante, sono Au!
- Carissima! Sei riuscita a leggere il manoscritto?
- Sì, sì: letto e corretto.
- Ahh, non vedo l'ora di rivedere le tue correzioni allora.
- Sappi che sono stata molto anale.
- Bene!
- Ti ho fatto il culo.
- Beh, se sei stata anale...
- Ridi poco: ho evidenziato ogni sacrosanta sillaba. Entro la fine della settimana devi aver riletto e corretto tutto.
- Au, sono appena tornato dalle vacanze.
- Benissimo: sarai fresco come una rosa.
- Ma devo consegnare la tesi per venerdì e poi rinizio il lavoro e...
- Poche storie! Domani spedisco il pacco. Buonanotte!
- ...
Apri un blog, dicevo. Scrivi un libro, dicevo. Quando imparerò a non darmi più ascolto?
*Carissime! Carissimi!
Tornato dalla Grecia mi sento un po' come i tizi nella pubblicità della Costa Crociere. Il brutto delle vacanze è che prima o poi finiscono e per me lo sono già da un po'; ma la testa è ancora in alto mare, tra le rovine e i monti ellenici. Ci sono però buone notizie, come quella che inaugura il mio riavvicinamento al computer e a questo blog. La mia cara amica Au ha letto e corretto il manoscritto (fa un po' strano chiamarlo così) e adesso sta a me rivedere le sue
anali correzioni: un lavoraccio, ma lo sapevo fin dall'inizio.
Per il resto vi auguro un buon rientro e un buon riinizio di lavoro, e do una pacca solidale a chi non è mai partito per le vacanze *pat pat*. In più, come avrete già visto, ecco un piccolo omaggio per chi chiedeva una mia foto: chissà che pezzo per pezzo...
Vi abbraccio,
Dante
Mare nero. Una tempesta a poppa. Tuoni, lampi come flash che squarciano le nuvole scure, minacciose. Il gelo dei monti. Un passo innevato, ghiacciato, dove non cresce più vita, dove fischia il vento con un sibilo mortifero. Crepe del terremoto, come vene incrostate del terreno. Desolazione e solitudine. Silenzio. L'ultimo uomo sulla terra.
Metto una mano sulla maniglia dell'uscita. Capo chino, mi volgo indietro. I miei colleghi mi puntano come cani rabbiosi, le braccia incrociate, l'odio negli occhi.
- E dai - (apocalypse...) - non è mica colpa mia se ho due settimane di ferie.
...now!
*Carissime e carissimi,
auguro anche a voi di passare un felice fine agosto. Io, un po' in anticipo in realtà, chiudo qui per questo mese e mi preparo alla mia prima vera vacanza (con tutti i puntini sulle i, se ce ne fossero) da non so quanti anni.
Vi abbraccio forte e vi ringrazio per la compagnia che mi date ogni giorno e per il calore che mi dimostrate: senza di voi non avrei retto un anno e mezzo, dico davvero.
A settembre!
Dante
Mi sveglio con in bocca un sapore di polvere e melassa. Non che mi ricordi di aver mai assaggiato la melassa - qualche volta, invece, ho mangiato la polvere - ma i miei neuroni mi risvegliano con questa immagine. Un'immagine trillante, peraltro. Che neuroni sofist...
Aspetta. I neuroni non trillano. Non i miei - non ancora.
Do una bracciata laterale e schianto la mano sul comodino. Qualcosa ruzzola per terra. Le dita si muovono in avanti come un ragnetto iperattivo, finché non trovano il cellulare.
- Pronto - mugugno.
- Dante!
La voce di Sara mi mette a sedere di scatto: che ore sono?!
- Oddio Sara, che ore sono?! - Allontano il telefonino per controllare: le 9:47. Diamine! Ho fatto tardi. - Ho fatto tardi! Sei da sola? - Salto dal letto riuscendo a infilare una sola ciabatta e correndo verso la cucina. No! Verso il bagno: non c'è tempo per la colazione. - Cavoli, non so perché la sveglia non abbia suonato. - In realtà credo di non averla puntata affatto. - Sei da sola? C'è tanta gente? Cerco di essere lì in...
Sara mi interrompe: - Ma oggi non stavi a casa per riposarti? Mi hanno detto che l'altro ieri sei stato male.
Mi fermo.
- Oh - esclamo. E' vero, l'altro ieri Davide mi ha imposto un giorno di riposo, che sono diventati due per via della febbre. D'improvviso questa situazione mi appare come un déjà vu. - E' vero. Hai ragione. Ma... perché mi hai chiamato?
- Volevo sapere come stavi. Ma ti ho svegliato? Avevi il cellulare accesso e ho pensato che...
Non lascio mai il cellulare acceso di notte. Tranne quando me ne dimentico.
- No, no, è tutto ok. Solo... puoi richiamarmi tra cinque minuti?
- Ok! - squittisce. - A dopo!
- A dopo.
Attacco.
...diamine.
Uoh! E quello cos'era? Per un attimo è come se il mondo avesse fatto uno scatto in avanti e subito un altro indietro, lasciandomi in equilibrio instabile sui piedi. Se n'è accorto qualcuno? Valter, qui accanto, continua a segnare qualcosa su un foglio. Nemmeno il cliente che sto servendo pare aver notato nulla: non non ha smesso un secondo di parlare. Ma a dire la verità è da ieri sera che mi sento strano. Ho pensato: "Ecco, sono due settimane di fila che ti chiedi se non dovresti andare a letto un po' prima, in questo periodo, e finalmente il tuo corpo ha risposto per te: sì". E ci sono andato a letto prima, ieri: non saranno state nemmeno le undici e mezza di sera - e tutto sommato stamattina mi sono alzato tardi.
Di nuovo! Stavolta più intenso. Mi accosto al bancone e il cliente mi segue indisturbato, cianciando ancora parole confuse. Stamani la situazione non era tanto migliore. Avevo un mal di testa più che terribile: orribile. Era come se tra la pelle e il cervello ci fossero due enormi tamponi che premevano e premevano. "Passerà", mi son detto, ma in macchina ho iniziato a sentirmi di nuovo strano. Avete presente quando vi alzate di colpo dal divano e la stanza inizia a girare come una giostra? Ecco, così, ma a ripetizione. Lo so, non è il caso di mettersi al volante in queste condizioni, ma dovevo pur andare al lavoro. Tanto ci vuole mezz'ora, senza traffico; anche se stavolta ci ho messo un po' di più.
Mi appoggio al bancone con tutto l'avambraccio. No, così non va decisamente bene. Guardo Valter, poco in più in là: scarabocchia ancora. Il cliente si è accorto che qualcosa non va, deve anche avermi fatto una domanda. Sorrido per rassicurarlo. Guardo di nuovo Valter. Faccio un cenno con la testa per chiamarlo ma non si volta. Provo ad avvicinarmi. Mi vede. Credo che capisca che non sto bene. Mi chiede qualcosa. Si avvicina di corsa. Cado.
Sono in una stanza. Su una poltrona. Ho attorno Davide, Jonathan e Michele. Mi danno qualcosa da bere. Bevo.
Michele: - Complimenti, Dante, sei svenuto davanti a tutta la clientela del Centro: un'altra figura di merda da annotare sul tuo taccuino.
Sorrido esausto. Sorride anche lui di rimando: ha un'espressione sollevata. Mi dà una pacca leggera, mi strizza l'occhio, mi dice "In gamba", dice agli altri che va in reparto e scompare alla mia vista.
Davide: - Come stai, Dante?
- Dove sono?
- Nel mio ufficio. Stai bene?
- ...hai una poltrona in ufficio?
Annuisce a Jonathan: - Sta bene. - Poi torna a guardarmi: - Oggi ti prendi la giornata libera. E magari anche domani eh.
Non ho la forza di protestare. Si alza e dice che va a prendermi un altro succo di frutta.
Jonathan: - Allora?
- Eh, mi sa che sono svenuto - sorrido.
- Mi sa - fa lui serio. - Cosa stai facendo in questo periodo, Dante?
Alzo le spalle (credo): - Lavoro, studio... - Penso all'esame dell'altro ieri, il penultimo, e a quello di giovedì prossimo, l'ultimo.
- Come sempre - continua Jonathan scettico.
Abbasso lo sguardo: - Beh, forse un po' più di sempre.
Annuisce. - Vuoi iniziare a riposarti?
- Ho l'ultimo esame giovedì.
- Vuoi arrivarci a giovedì?
Ok.
- Ok.
Ok.
*Sto bene, sto bene. In qualche modo sono felice: ho provato per la prima volta in vita mia il famoso "calo di pressione". Un po' forte, ma... bisogna provare tutto nella vita, no? Beh, quasi tutto. Oggi non studio, mi fermo qui, direi che è il caso.
Alla fine Sara e io abbiamo parlato. Ci siamo presi quella birra - quelle, a dirla tutta -, abbiamo riso, sorriso; poi lei ha pianto e io ho tremato un po', perché non sapevo cosa fare. L'ho ascoltata, ho ascoltato i suoi pensieri e le sue emozioni. Attorno la gente faceva un chiasso incredibile - cosa avrà pensato chi lanciava uno sguardo al nostro tavolino? Ha parlato tanto e io l'ho ascoltata tanto, e alla fine nessuna soluzione, ma siamo riusciti a sorridere di nuovo e poi di nuovo a ridere. Poi casa, poi il suo giorno libero, poi oggi.
Mi saluta, sorride, continua a sistemare le stampanti. Qual è la differenza tra qui dentro e lì fuori, mi chiedo? Siamo qui, noi, a lavorare, mentre i problemi rimangono aggrappati con le unghie alle nostre spalle. E' come se fossero invisibili, dei vampiri che allo specchio non puoi vedere, ma che continuano a succhiarti il sangue.
C'è spazio, al lavoro, per la nostra vita? Possiamo dargliene? Il contratto cosa prevede?
Fisso Sara mentre mi dà le spalle - poi un ragazzo mi fa un sorriso d'approvazione e capisco che pare che le stia guardando il sedere. Quanto tempo diamo ai nostri sentimenti, ai nostri pensieri, a noi stessi? Quanti minuti gli concediamo, ogni giorno? Quante ore?
Ricordo una volta, non molto tempo fa, in cui ascoltai alla radio Un matto, di Fabrizio De André. La riconobbi dalle prime note e iniziai a cantarla; e poi, senza ragione, scoppiai a piangere. Così, inspiegabilmente, senza un apparente motivo - giusto un matto, appunto! Ma perché? Cos'era successo? Cosa succede nelle nostre vite?
Non lo so. Dovrei invitarmi anch'io al pub per un birra e quattro chiacchiere. A volte mi sento un estraneo.