- Non so, per me rimane poco etico.
Valter sbadiglia sguaiatamente e uno dopo l'altro Jonathan, Michele ed io veniamo contagiati, finendo per assomigliare a un gruppo a cappella di muti.
- Non lo so, guajò. Da una parte c'hai ragione, dall'altra boh. E' tutto nella capa nostra, non so.
Jonathan si stira. - E' una questione di principi. Tu ne hai? Allora conta. Altrimenti no.
- Figuriamoci - afferma Michele, - Dante non ha nemmeno una morale: è fidanzato e continua a leggere i porno.
Gli soffio con la bic una pallina di carta fra i capelli. - Ti ho già detto che era un libro sulle perversioni sessuali. - Mi alzo con un saltello, lasciando girare su se stesso lo sgabello. - Comunque avete ragione: basta parlarne, ho altri cazzi per la testa.
- A proposito di cazzo... - mormora Sara sovrappensiero, silenziosa fino a quel momento in un angolo del bancone. Quando si accorge che otto paia di occhi sgranati e divertiti la stanno puntando, si stringe nelle spalle intimidita: - Cosa c'è?
- "A proposito di cazzo"? - apostrofa Jonathan.
Tempo un secondo e otto decimi e l'espressione di Sara da dubbia si fa imbarazzata, con la bocca che si apre sempre più ad aspirare aria per delle parole che non vengono, gli occhi spalancati nel vano tentativo di negare la realtà e un colorito sempre più rosso che incornicia quel perfetto quadro del disagio.
- No! Aspettate! Volevo dire...
Inutile. Sorrisi irrisori e maligni ci sfregiano il volto, mentre lei sprofonda il suo nelle mani, da cui sentiamo uscire una vocina acuta e soffocata. - Non intendevo dire quello.
- Mia cara - commenta Jonathan - sei davanti a quattro maschi: non importa cosa intendevi dire.
DRIIIIIIIIIN.
Valter mi guarda. DRIIIIIIIIIN.
Sara mi guarda. DRIIIIIIIIIN.
Michele mi guarda. DRIIIIIIIIIN.
- Cosa aspetti a rispondere? - chiede quest'ultimo. DRIIIIIIIIIN.
Lo fisso immobile, senza batter ciglio, prima di rompere questo gelido silenzio.
- O è un cliente - dico, - o è il capo settore. In ogni caso, io non rispondo - concludo.
E tutti e tre non possono che approvare tacitamente. DRIIIIIIIIIN.
- ...e alla fine l'immagine si blocca su loro due che si alzano dal divano con uno scatto verso la telecamera, con Stefano Accorsi che dice "E adesso proviamo a sistemare le cose".
Michele finisce di sfogliare "Wired", annuendo distrattamente. - Carino.
- Sì, a me piace molto. L'avrò visto una ventina di volte.
Alza un'occhiata colpevolizzante.
- Che vuoi? - esclamo. - La cassetta me l'ha regalata un amico!
Chiude la rivista con un gesto secco, senza ascoltarmi. Si guarda attorno, ma il reparto è praticamente deserto; poi guarda l'orologio.
- Che ore abbiamo fatto? - chiedo.
- Sono le 15 - risponde stupito.
- Le 15?! Di già?!
Fa di sì con la testa, abbozzando un sorriso, mentre io lo guardo incredulo. - Abbiamo passato l'intera mattinata a chiacchierare.
Ci fissiamo negli occhi, ilari, cercando di comprendere insieme la magnifica realtà della situazione.
- Siamo proprio dei fancazzisti - commenta.
- Adoro questo lavoro. A volte.
- Dante!
Mi giro, ritrovandomi davanti a un'esile colonna nera. Mi ci vuole un attimo prima di alzare gli occhi e vedere che non sono di fronte al monolite di Kubrick, ma al meno minaccioso...
- Mario! Quanto tempo!
Mario, l'interinale allampanato chiamato dal Centro in periodi con grande afflusso di clienti (l'affluenza C, come l'ha rinominata Michele), sorride il suo tipico sorriso impacciato.
- Come va? - gli dico. - Non sei cambiato per nulla.
- Beh, ma... l'ultima ci siamo visti qualche mese fa - farfuglia.
- Ma sì, ma sì... Dovevo pur dire qualcosa di formale, no?
Si stringe nelle spalle, imbarazzato.
- Senti, a proposito... Volevo proprio chiederti una cosa, di quest'estate.
- Spara.
Inizia a ciondolare scomposto. - Beh, ecco, è che mi chiedevo se, per caso, magari avessi fatto qualcosa... Sai?
Guardo a destra, guardo a sinistra, tiro su le spalle e sollevo le mani con i palmi aperti verso l'alto. - "Qualcosa" cosa?!
- S-sì, insomma - balbetta, - qualcosa di male.
Qualcosa di male? Mario? Il gigante buono?
Lo fisso di sbieco. - Perché diamine pensi una cosa simile?
- Ehm, no, cioè, magari è solo un'impressione, però... Ecco, oggi, quando Valter e Michele mi hanno visto, non mi sembravano tanto... felici. Di vedermi, dico.
Butto la testa indietro e mi lascio andare ad una risata. - Caro Mario! - Gli do una pacca su un fianco (alla spalla non ci arrivo). - Non sei tu, o meglio, sei ciò che rappresenti.
- Ciò che rappresento? - ripete intontito.
Annuisco con fare sapiente. - Sì: tu rappresenti il Natale.
Se un pesce avesse l'aspetto di Mario, ecco, direi che è proprio in questo modo che mi guarderebbe. Un'altra pacca, una strizzata d'occhio, e me ne vado. Sono sicuro che, per la fine di questa giornata lavorativa d'inizio dicembre, avrà capito cosa intendo.
- Uè, Dante-san.
Alzo appena il mento e rispondo con voce spenta: - Uè, Valter...
Il mio compare si mette composto e mi rivolge un'occhiata severa: - E ch'è t'è succèsso? Che c'hai? T'è morto il pesce rosso?
- Il pesce rosso?
Si avvicina bisbigliando: - E' che una volta dissi a un amico "T'è morto il gatto?" e lui mi rispose "Sì".
Ansimo un sorriso. - No, vecchio. Giornata sfiancante, tutto qui.
- Ma se sei appena entrato.
- Ho anche una vita fuori di qui, sai?
Valter sorride un sorriso ebete e allarga le braccia.
- Abbraccio rivitalizzante?
- Abbraccio rivitalizzante.
Ci abbracciamo come gli abbracci del Mulino Bianco, come due lumache che fanno all'amore, come il polipo sulla polipa, come la pasta col pomodoro.
Sara ci squadra qualche metro più in là. - Non so se essere gelosa o turbata.
- Non saprei, - commento da sopra la spalla di Valter - ma se vuoi puoi unirti.
E si unisce.
- E tu che hai fatto? - chiede Sara, la bocca nascosta dal bicchierino di plastica, gli occhi fissi su di me, attenti al mio racconto.
Sollevo le spalle e inarco le sopracciglia, mentre con un dito le tolgo una macchiolina di caffellatte dalla punta del naso. - Le ho spiegato che probabilmente aveva bisogno di un decoder, ma ti lascio immaginare la fatica nel farmi capire.
La porta del corridoio-dipendenti si spalanca con un rumore secco. Valter si guarda attorno e quando ci vede rotea leggermente la testa e socchiude gli occhi. Anch'io roteo appena la testa dall'altro lato, riducendo a mia volta gli occhi a due fessure. Sara guarda prima uno, poi l'altro, basita.
Poi Valter intona: - Aieressera, oì nanninè, me ne sagliette, tu saie addò...
- ...tu saie addooò. - gli faccio eco.
- Addò 'stu core 'ngrato cchiù dispietto, farme nun pò!
- ...farme nun pooò.
Sara spalanca la bocca: - Ehm, ragazzi...
- Addò lo fuoco coce, ma si fuie, te lassa sta! - continua Valter.
- ...te lassa staaa!
Con la coda dell'occhio vedo Sara portarsi una mano alla fronte.
- E nun te corre appriesso, nun te struie, 'ncielo a guardà!
- ...'ncielo a guardaaà!
Con un salto Valter mi abbraccia e io faccio altrettanto, cingendogli le spalle e cantando a squarciagola assieme a lui.
- Jammo, jammo 'ncoppa, jammo jà! Jammo, jammo 'ncoppa, jammo jà! Funiculì, funiculà! Funiculì, funiculaaà! Jammo, jammo, jà! Funiculì, funiculà!
Di nuovo le porte si spalancano, stavolta con uno schianto sulle pareti. Jonathan ci trafigge con lo sguardo. - Ma vi siete ammattatiti?! Vi sentono in tutto il reparto!
Valter mi lascia e fa un gesto nell'aria: - E jamm', guajò. C'è sempre 'nu buon momento pe' canta'.
Jonathan fa per aprire la bocca, poi la serra. Allunga il braccio con la mano tesa, tirando su l'indice. - Tornate... solo... al lavoro. Non voglio neanche sapere che cosa stavate facendo.
E se ne va.
Valter ed io ci guardiamo, e sotto voce: - Jammo, jammo, jà! Funiculì, funiculà!
- Ragazzi, vi adoro - sorride Sara con gli occhi al soffitto.
Jonathan alza un occhio quando gli passo davanti.
- Dove vai?
- Esco.
Si rizza sulla schiena: - Come "esco"?!
Avanzo, dandogli sempre più distanza: - Sì, ho deciso che oggi smetto prima.
Una sedia si sposta, passi affrettati, qualcosa mi attanaglia il braccio trascinandomi indietro.
- Tu non vai proprio da nessuna parte, mio caro.
Sbraccio e sbraito disperandomi: - Aiuto! Polizia! Mi sequestrano! Polizia! Mi tengono qui contro la mia volontà! Aiutatemi!
Libero arbitrio un corno.
*No, non sono evaso, ahimé. Però volevo scusarmi per l'assenza di ieri (giornataccia) e per quella di domani (giornataccia-accia-accia). Vi saluto con un abbraccio infreddolito e vi do appuntamento a lunedì prossimo!
- Caspita, Dante, non credevo che stessi così male per il tuo pc.
Jonathan mi batte una mano sulla spalla, facendomi rovesciare un po' di caffè sul pavimento. Sono così assonnato che il primo istinto è quello di chinarmi a leccarlo, ma poi qualcosa nella testa mi suggerisce che no, non è una buona idea.
- Perché? - biascico con uno sbadiglio.
Mi passa una mano sulla guancia: - Hai la barba di tre giorni, i capelli sporchi, le scarpe slacciate, i jeans strappati e una felpa con su un teschio e la scritta "Die!"
Mi guardo la felpa e abbozzo un sorriso incrociato col simbolo del rock'n'roll: - E' un gruppo che spacca!
Jonathan mi squadra un po' perplesso. Fa un verso di dissenso, poi si gira. Lo vedo osservare Valter, poco più in là, e poi Michele. Infine tiene l'ultima occhiata per sé: dedica diversi secondi a fissarsi le scarpe e i jeans; attraversa con lo sguardo tutta la lunghezza della sua felpa monocolore; fino a sostare sulle mani, già sporche per la polvere del magazzino.
Scuote la testa: - Certo che noi del Centro facciamo proprio schifo.
Finisco il caffè. - Non è che facciamo schifo - commento, - è che siamo sciatti.
Jonathan socchiude gli occhi annuendo: - Sciatti...
Socchiudo gli occhi e annuisco: - Fa più fico se dici "sciatti", vero?
E rimaniamo lì, in silenzio, ad annuire. Sciatti.
- Dante...
Alzo gli occhi dalla scrivania, dove giocherellavo con un evidenziatore, un elastico e una spillatrice (non immaginate cosa si possa fare con un evidenziatore, un elastico e una spillatrice). Michele mi guarda con un'espressione seria, grave.
- Cosa c'è?
Alza il mento e indica il mio braccio con lo sguardo: - Cos'è successo?
Mi ero dimenticato di portare un laccio nero legato poco sotto la spalla.
- Ah, già - sospiro. - Il mio computer ha fatto "plop".
Mi fissa immobile, con un'espressione da statua di marmo: l'archetipo della neutralità.
- No... - mormora.
Socchiudo gli occhi e annuisco stoico.
Inspira: - Condivido il tuo dolore, fratello. E' sempre una terribile perdita.
- Amen.
- Hai un laccio nero anche per me? - chiede.
Infilo una mano in tasca e gli porgo un laccetto sfilacciato.
- Valter ne ha già uno - commento.
Jonathan passa in quel momento. - Piantatela di fare gli idioti e toglietevi quegli affari: è già il secondo cliente che mi chiede di farvi le condoglianze - sibila.
Non tutti possono capire il dolore.
*e ora sapete perché venerdì ho mancato all'appello!
- ...e queste sono le caratteristiche essenziali del Nokia 3600.
La signora, una donna sui quarant'anni dagli affascinanti occhi azzurri, annuisce convinta rigirando il cellulare tra le mani.
- E ha una buona memoria? Cioè, è capiente?
Mi passo una mano sulla guancia: - Beh sì, perché...
- Gianni!
La voce stridula di una vecchietta non interrompe solo il mio discorso, ma anche il filo dei miei pensieri. La fisso un attimo, lei mi guarda, ma io non sono Gianni, mi dico, e continuo verso la mia cliente: - ...ha anche una memoria espandibile, quindi...
- Gianni! L'hai visto, Gianni?
Pare proprio che ce l'abbia con me.
- Come scusi?
- Gianni! Stava male, l'hai visto? Come sta?
- Aspè... Aspetti un attimo. - Torno con lo sguardo alla cliente di prima. - Le dicevo: ha la memoria espandibile, quindi può...
- Ma come sta Gianni?
Le dita scattano come artigli retrattili al suono di quella voce sgraziata.
- Signora, - mi rivolgo deciso alla vecchietta - chi è Gianni?
- Gianni! Un tuo collega! Stava male!
- Signora, non c'è nessun Gianni qui.
- Massì, lavora alla musica.
Ecco risolto il mistero: - Questo è il reparto "Multimedia", signora. Chieda a quella guardia lì giù come arrivare al reparto "Musica".
- E come sta?
- Cosa?
- Gianni!
Alzo una mano nel più tradizionale segno dell'"Alt!". La vecchiarella si blocca, fissando spaesata il mio palmo.
- Dunque, - torno alla cliente dagli occhi azzurri - memoria espandibile, ok? E' tutto lì.
Il fastidio giunge strisciando: - Ma allora Gianni?!
- Signora, Gianni è - "morto!", sto per concludere. Poi faccio un respiro, mi calmo, e sorrido alla quarantenne: - Mi scusa un secondo?
Quella annuisce comprensiva.
- Signora, - mi rivolgo alla vecchietta - lo vede quel ragazzo lì? Quello coi capelli neri arruffati?
- Sì - gracida.
- Ecco, lui sa dov'è Gianni. Glielo vada a chiedere.
Senza ringraziare o dire altro la nonnetta parte. Valter mi ammazzerà per questo.
Sbadiglio.
Valter sbadiglia.
Risbadiglio.
Valter mi guarda.
Guardo Valter.
Valter annuisce.
Mi rivolgo a Sara: - Noi andiamo in bagno.
Sara smette di passare l'evidenziatore su un foglio e ci squadra: - Insieme?
Mi avvio e le faccio un cenno di saluto: - Abbiamo sonno.
Un attimo di pausa, un istante di incertezza e poi, alle mie spalle: - ...come "sonno"?
Apro la porta del bagno dipendenti.
- AAAAH!!! - urlo.
- AAAAH!!! - urla.
- AAAAH!!! - riurlo.
Con una mano mi tengo la fronte, con l'altra il cuore.
- Valter, Gesù d'amore acceso! Mi hai fatto prende un colpo!
Valter si stropiccia gli occhi e mugugna qualcosa.
- Che diamine stavi facendo lì, sbracato sul lavandino? - chiedo.
- Eh? Dormivo.
- Dormivi?
- Dormivo.
- In che senso "dormivi"?
- In senso verticale.
Do un'occhiata attorno per contestualizzare la cosa.
- Stavi... dormendo in bagno?
- Ma solo pe' cinque minuti: ho messo la sveglia.
So che così avrò un'aria molto scettica e incredula, ma non posso fare a meno di sollevare le sopracciglia: - Valter, mi stai davvero dicendo che sei venuto in bagno, hai puntato la sveglia per farla suonare dopo cinque minuti, e ti sei sdraiato a metà sul lavandino per dormire?
Mi risponde con uno sbadiglio-assenso.
- Ok - dico aprendo la porta per uscire - mi è passata la voglia di fare pipì.
No. Non dite niente. Io esco.
La mano trema impercettibilmente mentre beve il tè caldo. Lo sguardo mantiene ogni posizione per pochi secondi, fuggendo irrequieto da un angolo all'altro del corridoio-dipendenti. La lingua scivola continuamente lungo le labbra, tra una sorsata e l'altra, come se fosse costantemente sul punto di iniziare un discorso. Ma Michele non dice niente e allora, dopo un po', sono io che parlo.
- E' andato male?
Finalmente mi guarda, chiedendosi di cosa stia parlando.
- Il colloquio. Quello che mi avevi detto che...
- Sì - mi interrompe.
Sorseggio il caffè, domandandomi cosa domandare, ma è lui che continua.
- Mi fa schifo, qui. Mi sono rotto il cazzo. Anni che lavoro e...? - Getta l'aria da una parte con un gesto. - Ma ne abbiamo già parlato tante di quelle volte... Lasciamo perdere. Tanto a che serve? A niente. E' e rimarrà sempre così.
Alzo le spalle: - Non credo, Michele, le cose cambiano per tutti. E vedi il lato positivo di questa chiacchierata: se non altro ti sfoghi un po'.
- Non mi voglio sfogare, Dante - replica duro. - Voglio andarmene di qui, capisci? Voglio trovarmi un lavoro decente, non questo... ripiego! Un lavoro che mi faccia sentire soddisfatto quando torno a casa. Ma è tutto inutile, perché per quanti curriculum mandi, per quante cose tu abbia fatto, o hai leccato il culo a qualcuno, o non sei niente, capisci? Niente. E io il culo non lo lecco, né i miei genitori l'hanno leccato a qualcuno. Quindi non troverò mai un lavoro decente.
- Stai cercando: datti tempo.
- Domani o tra un milione di anni non cambierà niente.
- Bene, questo è l'atteggiamento giusto.
Mi squadra con un'occhiataccia: - Cos'è, prendi per il culo?
- No, no. Anzi, sono d'accordo con te e con questo modo di affrontare le cose.
Incrocia le braccia e inclina la testa su un lato, in attesa. Io non mi interrompo. - E' tutto negativo, no? E' tutto grigio (ma che dico? Nero!). Tu lo sai e te lo ripeti all'infinito per non illuderti: fai bene! Così, quando arriverà il peggio (perché sai che il peggio deve ancora arrivare), sarai pronto.
Sbatte un paio di volte di seguito le palpebre, perplesso.
- A dire il vero, Miche', secondo me non fai abbastanza - incalzo.
Scuote la testa: - In che senso?
- Ti lamenti tanto, ma vedi troppo poco in negativo. Dovresti essere un po' più pessimista, perché... Da quant'è che sei qui? Quattro anni? Cinque? E ti limiti a dire che è "sono anni che lavoro e..."? Na, sei troppo buono con te stesso e col destino, fidati. La verità è che sei in una condizione pietosa, fai schifo, ecco cosa.
Abbozza un sorriso: - Avanti, c'è di peggio...
- Peggio di così?! Certo, ma tu sei di sicuro vero gli ultimi gironi, fidati.
Si gratta un braccio, poi la spalla.
- E sai cos'è peggio? - Pausa. - Non c'è modo di uscirne.
Attimi di silenzio, forse un paio di secondi. Accartoccio il bicchierino in una mano e lo lancio nel cestino, passando oltre Michele per tornare in reparto. Lui non si muove, rimane immobile alle mie spalle.
Sorrido. Vediamo un po'...
*Click*
Alzo il muso: niente. Premo un altro tasto. *Click*
Inspiro. Di nuovo mi guardo intorno: niente, solo un'aria fresca che proviene da chissà dove. Il reparto è semideserto e io non faccio altro che giocherellare distrattamente col cellulare. *Cl-click* Inspiro ancora, posso il cellulare in tasca e osservo questo immobile silenzio. E' tutto così calmo e tranquillo che mi sembra d'essere in grado di percepire ogni particella d'aria respirata. *BRAAAM!*
Di scatto mi volto verso il rumore e vedo Michele che impugna la tastiera con due mani mentre i tasti volano via. Disegna un altro velocissimo arco nell'aria e la sbatte di nuovo su un lato della postazione: una, due, tre volte, poi direttamente sul bancone. Infine la manda affanculo contro il monitor mancandolo di due centimetri; quella rimbalza e cade rumorosamente a terra.
Poi di nuovo il silenzio, se non il suo respiro affannato che lo buca regolarmente.
Rimango a fissarlo irrigidito al mio posto. Lui sembra accorgersene, mi getta un'occhiata dura e colpevole e comincia a raccogliere i pezzi.
- Non funzionava - dice.
Questo lavoro sta diventando pericoloso.
- Tutto ok? - chiedo.
- No - risponde.
Tra un minuto gli offro un caffè.
- Allora vai?
- Vado.
- Cacchio...
Sorride, un po' triste.
- Mi spiace parecchio, sai? Sei rimasto per così poco tempo...
- Avevo chiesto il trasferimento prima di essere spostato qui. Ora che ne ho la possibilità...
- Ma no, ma no, certo. Anzi, sono contento per te.
- Grazie, Dante.
Sorrido, un po' amareggiato.
- Sapete già chi verrà a...?
- No. No, non ci hanno detto niente. Per qualche giorno ci sarà l'anarchia.
- Comunque avete Jonathan...
- Sì, sì, faranno riferimento a lui. Chissà che non lo facciano capo settore. Non ci speriamo, ma...
- Già.
Faccio scrocchiare le dita.
Si dà un'occhiata attorno.
- Allora vai.
- Vado.
- Stammi bene, caro, e fatti sentire. Mi raccomando.
- Eheh, ma certo.
- E, oh, Davide... Grazie.
- Di che?
- Di tutto.
- Capita anche a teee...
Michele allontana la testa per inquadrarmi meglio: - Cos'è, adesso canti Venditti?
Valter ci passa accanto in quell'attimo: - E lassalo canta', che il guajone ha da festeggiare!
- In effetti con Venditti sono caduto un po' in basso, mi sa - dico perplesso.
- Mi sa - fa eco Michele. - Comunque goditi questo momento di felicità, finché puoi. Presto la vita tornerà a farsi sentire con tutta la sua crudeltà e amarezza.
Soppeso con lo sguardo le sue parole, come fossero uno strano effetto ottico sospeso in aria. - Grazie, Michele. Il tuo cinismo è come un'ancora di salvataggio. Legata al piede.
Senza badarmi, Michele finisce di compilare un modulo e lo porge alla cliente sull'altro lato del bancone, una signora anziana seduta su una sedia a rotelle.
- Ecco, signora - dice, - se si alza in piedi e mi mette una firm... - Il "ciaff" della sua mano contro la fronte riverbera per le corsie e gli scaffali del reparto. La povera cliente lo guarda avvilita. Michele stringe i denti, aggrotta le sopracciglia e mormora uno "Mi scusi, sono un idiota" sincero e pentito.
Mi allontano passandogli dietro con un mezzo sorriso: - Pare che la crudeltà della vita si sia fermata prima da te.
Suppongo ci sia un dito medio alzato, alle mie spalle.
Marcello mi mostra cosa ha preso: - E questo?
Mi basta un'occhiata: - No, no, questo è pessimo. Non ha mai avuto un granché di contenuti, anche se incastrava le rime a modo. Forse qualche idea c'era, ma è proprio lui che ha sputtanato tutto.
- Mmm, quindi tu sei sempre per loro, eh?
Inarco le labbra: - Che posso farci? La vecchia scuola è la migliore.
- E quest'altro? - Dice indicando un punto dello scaffale. - Piuttosto recente.
- Ahh, lui ne sa! Questo è recente, ma lui è un veterano. Si fa accompagnare da buona gente, qui.
Un po' pensieroso, Marcello si massaggia il mento.
- Non so, vediamo... Però prima, magari, riascolto loro.
- Vai.
E "107 Elementi" permea dai pori degli altoparlanti nel reparto "Musica", con Neffa e Deda impegnati a raccontare storie vissute alle prime luci dell'alba. I pochi clienti dell'orario di chiusura sono facce anonime, espressioni vacue alla fine di una giornata dura - o monotona, o formale, o... - che si lasciano cullare dal ritmico bum-cha, dalle parole in rima, dall'ermetismo delle frasi. Gli scaffali sono ancora pieni, i carrelli semivuoti e le casse lavorano poco. Religioso silenzio in questi minuti di intimità con se stessi. Ma non posso far a meno di osservare Marcello con la coda dell'occhio, vederlo con gli occhi persi chissà dove, la testa che fa su e giù, impercettibilmente da destra a sinistra e poi indietro. Un paio di minuti. Qualche secondo ancora. Poi mi strizza l'occhio.
- Questa mi piace proprio.
E yò.
Piove, governo ladro. Amo quest'espressione sin da quando l'ho letta su un Dylan Dog di quindici o sedici anni fa: ha il fascino dell'anacronismo. Bene, sto di nuovo vagando senza meta per il reparto pensando ad assurdità inconcludenti. A volte mi mancano Marco e il vecchio capo settore: i conflitti che si creavano con loro rendevano il lavoro un'avventura e la vita meno opprimente. Quando invece al lavoro va tutto bene hai meno possibilità di distrarti dal resto.
Giro l'angolo e mi ritrovo faccia a faccia con Sara.
- Ehi! - Dice la mia bocca senza chiedere l'autorizzazione.
- Ehi! - Esclama lei altrettanto sorpresa.
Un attimo di silenzio, poi torna a sistemare dei DVD. Magari ha bisogno di una mano. Magari se tutti i commessi si aiutassero tra loro il reparto andrebbe in malora in mezza giornata.
- Ah, - esclama come uscendo da qualche pensiero pressante - Valter poco fa mi ha detto che Pietro era alle prese con un'Inglese.
- Pietro? La guardia?
Annuisce.
- Non sapevo conoscesse l'inglese.
Sara sorride: - Infatti non lo conosce: per questo Valter me l'ha detto. Sarei andata appena finito qui, ma magari potresti...
Non finisce la frase che già sto correndo verso l'ingresso. Pietro che parla con un cliente inglese?! E che diamine gli starà mai dicendo, poi? Ammiro la sua primitiva capacità comunicativa: è in grado di farsi capire con poca fatica - cosa che da qualche tempo mi tornerebbe molto utile -, ma sostenere un discorso con un cliente è tutt'altra cosa.
Non ho chiesto a Sara dove si trovasse, ma per fortuna è dove è sempre... E sta parlando con qualcuno!
- Dante! - Urla appena mi vede, facendomi un evidente gesto di avvicinarmi. Io rallento e mi dirigo verso di lui, fingendo di essere capitato lì per caso.
- Ehi Pietro, come va?
- Bene, bene, ma ho bisogno d'aiuto. Questa tizia non capisce un'acca di italiano, mi sa che è tipo inglese. Non è che...
Gli strizzo l'occhio e attacco a parlare con la cliente, che mima un "Alleluia" catartico al cielo. Scopro che voleva sapere dove si trova il bagno del Centro: pare che il figlio piccolo non riesca più a tenerla. Le do le indicazioni necessarie e la saluto con un "Goodbye ma’am".
Pietro mi guarda con ammirazione; non posso fare a meno di sentirmi a disagio.
- Sei un grande, Dante.
- Ma no, non era difficile.
- No, dico sul serio. - Mi poggia una mano sulla spalla. - Vorrei tanto saperlo anch'io, l'inglese.
- Beh, ci sono dei corsi che...
- E sì che ho viaggiato tanto, eh. - Non mi ha neanche sentito. - Amsterdam, Barcellona, Santorini (è in Grecia, eh). Sono sempre riuscito a farmi capire, però di inglese... Nisba. - Conclude con un gesto netto della mano.
Annuisco, alzo le spalle, cerco qualcuno che mi possa salvare.
- Però una cosa la sapevo: me l'avevano insegnata i compari di viaggio.
Tremo al solo pensiero di sapere cosa...
- "I miei amici mi chiamano Godzilla: le dimensioni contano".
Gelido vento di imbarazzo tra noi.
- Ma non ricordo più come si dice. - Conclude. E lo lascio lì, a scavare nella memoria verso tempi migliori.
Governo ladro.
Do il LA: - Donne...
Valter si accorda: - ...du du du du!
Sara passa in quell'istante: - Di che parlate?
- Del diavolo - esclama Valter.
Lo guardo sorpreso mentre Sara si allontana volgendo lo sguardo al cielo.
Valter strizza l'occhio: - Meglio divagare.
- Ah, stavi divagando?
- E' un periodaccio, guajò.
- A chi lo dici...
I DVD sono a posto. Due ore e mezza, tanto ci è voluto per metterli in ordine alfabetico, aggiungere delle novità, rimpolpare dove necessario, scremare altra roba. Qui e lì, come sempre, c'è qualche titolo fuori posto: Luna di fiele alla lettera B, Ultimo tango a Parigi alla M, addirittura una ristampa del primo disco di Battisti in mezzo a due copie di Saturno contro. I clienti sanno come complicarmi la vita.
Passare a bollinare sarebbe più riposante se non fossimo solo in due in reparto. Così mi trovo seduto dietro al bancone con un mucchio di videogiochi su cui appiccicare un foglietto adesivo. Ogni tanto alzo la testa, rispondo a qualche richiesta, e me ne torno ai miei pensieri, con pollice e indice che fanno il loro lavoro senza bisogno di supervisione.
Finisco per le 11:30. Mi concedo un caffè, come ogni giorno da quando sono tornato. Non è un'abitudine, immagino sia un momento: rientrare dalle vacanze, lo sapete, è faticoso. I vecchi ritmi in qualche modo sembrano nuovi, diversi, e il tuo corpo e mente devono riabituarsi. Quindi un caffè, per avere l'energia necessaria ad andare avanti. D'altronde, dopo il lavoro mi aspetta il resto della vita. E anche durante, se è per questo.
Giro tra gli scaffali e le colonnine dei cellulari. Sistemo un paio di espositori, qualche volantino fuori posto, raccolgo un fazzoletto che qualcuno ha lasciato cadere e lo getto nel cestino. Pare tutto in ordine ora, c'è poco altro da fare. Decido che oggi posso uscire dal reparto cinque minuti prima e me ne vado verso il corridoio-dipendenti.
Pare quasi che mi stesse aspettando lì, Sara. Testa china, pensierosa, distante. La distraggo dai suoi pensieri avvicinandomi. Un po' sorpresa mi guarda come in attesa, poi getta gli occhi su qualcos'altro, poi di nuovo su di me. Le faccio un sorriso per salutarla, mentre apro la porta del corridoio-dipendenti e la sorpasso in silenzio.
- Comunque Valter non dice sempre cavolate.
- ...
- ...
- ...
- ...
- ...
- ...
- Ah - è la mia risposta.
*Scusate il ritardo, ieri è stata una giornata piena dalla mattina alla notte, ma avevo deciso di iniziare e terminare questa miniserie di "Cataclismi" nell'arco della settimana, e così rimedio scrivendone oggi la conclusione.
Mi sembra già di vedere lo sguardo malizioso e soddisfatto di molti di voi. Non avevo bene idea di come rendere un po' di avvenimenti recenti e questa miniserie mi è sembrata una buona soluzione: spero vi sia piaciuta.
Da lunedì si torna a un po' di sana e quotidiana vita da commessi, ma non lascerò niente in sospeso. D'altronde "il resto della vita" è ciò che ci segue costantemente, anche durante il lavoro.
Smangiucchio le pellicine delle dita mentre controllo le confezioni di un blocco di mouse. E' incredibile quanto siano rovinate e malmesse. Le mie dita, non le confezioni; queste sono a posto, ma su alcune manca inspiegabilmente il nuovo prezzo. Ero certo che fosse tutto sotto controllo prima di partire, ma a quanto pare mi sbagliavo e ora che sono tornato mi tocca passare la mattina in magazzino a rimediare.
Improvvise mani umide sul mio collo: - UAH!
- AAAAH!!!
Per lo spavento sbatto sullo scaffale che inizia a dondolare. Una pioggia di scatole minaccia di riversarsi su di noi, ma Sara mi aiuta e insieme puntelliamo braccia e gambe per tenerlo su. Un secondo, un altro, cessano le vibrazioni: fuori pericolo.
- Sei matta?!
Sara alza le spalle e sorride: - Non ci vediamo da tanto.
- Un altro po' non sarebbe guastato, a quanto pare.
Mi fa la linguaccia e io torno impacciato a controllare le scatole. Il magazzino è incredibilmente vuoto e silenzioso oggi.
- Hai sentito di Pino?
- Già. L'ho visto ieri.
- Mh-mh.
Riprendo a separare le scatole col prezzo nuovo dalle altre. Magari dovrei smetterla con le pellicine, o finirò per trovare l'osso. Anzi, ancora una. Un'altra. Dai, quella lì è inguardabile. Ok basta. No, una ancora. Ok stop. No. Sì. Stop.
- E che hai fatto in queste due settimane? - dicono le mie labbra senza passare dal Via.
Sara alza le sopracciglia: - Cioè? Sono stata qui, lo sai. Che dovevo fare?
- Boh - mi affretto ad aggiungere, - dicevo così. Pura formalità.
- Ah beh, grazie tante!
"Ma no, scherzavo" me lo tengo per me: tutte le volte che mi scappa mi sento in imbarazzo.
- Insomma, mi dai una mano o resti lì appoggiata a guardarmi?
- Uff, ma che sei tornato a fare? Potevi startene un altro po' in Grecia?
- Ma se Valter ha detto che non facevi che chiedere di me!
Ok, l'ho detto, sei contento ora? Mettiamola così, caro Dante... Anzi no, non mettiamola che è meglio. Anzi, dov'è che posso premere CTRL + Z?
Sara mi lancia un'occhiata strana, di sbieco. Adesso sorriderà e dirà "Beh, è vero!", almeno ci vedrò chiaro almeno in questa... cosa?
- Io? Chiedevo di te? - Il tono non sembra anticipare un "Beh, è vero!", a dirla tutta. - Ma tu credi ancora a quello che dice Valter?
Apro la bocca, ma il filo d'aria che entra non tocca le corde vocali. Il pavimento è lercio. Mi gratto vicino al sopracciglio destro. Poi il sinistro. Fammi controllare, quante scatole mancano? Ok. Ma queste dannate pellicine se ne vanno o no?
- Dai, - sbuffo - dammi una mano che mi sono rotto di controllare 'sti cosi.
Poi inizio a fischiettare qualcosa.
Pino passa mentre sto cavando un occhio alla bambolina vudù. Agito la mano ma non mi vede, così mi tocca posare spillo e bambola nel cassetto per poi partire all'inseguimento.
- Pino!
Non sente.
- Pino!!
Si volta: ha un paio di cuffie collegate a un iPod nuovo di zecca. Strabuzzo gli occhi e lancio occhiate sopra alle nostre spalle.
- Sei pazzo?! Nascondi quell'affare, se ti vede un superiore...
Pino sorride. Sorride! Capite? Quante volte avrò visto Pino sorridere? C'è stato un tempo in cui pensavo avesse una paresi, o qualche disturbo emotivo (oh beh, quello ce l'ha di sicuro). E invece, adesso, è qui davanti a me, in pantaloncini corti e scarpe da ginnastica, con una magliettina rossa che dice "Genius!". Un attimo...
- Ma... non sei di turno? - chiedo.
- No, non lavoro.
Non ricordo di aver mai visto Pino fuori dall'orario di lavoro. Forse un paio di volte la sera, quando con quelli della chiusura decidevamo di fare un salto al pub qui vicino, ma non so se conti davvero: non parlava mai un granché in quelle uscite. Ora che ci penso bene, non credo di sapere un granché di lui.
- Non ci becchiamo più: ho visto i turni - continua. - Venerdì me ne vado.
- Sì, me l'hanno detto.
E' qui che cade il silenzio, un silenzio carico di attesa. E' il silenzio del tante-cose-da-dire; ma quali, che non siano banali formalità? Succede che un anno e mezzo nello stesso ambiente non valga niente, non abbia alcun valore. Mentre ci squadriamo imbarazzati (o almeno, io lo sono), in questi lunghi decimi di secondo le uniche cose familiari sono il linoleum che stiamo calpestando e gli scaffali che ci circondano. Mi prende qualcosa alla pancia, poi sale fino alla testa e mi fa abbassare lo sguardo, mentre penso che quello davanti a me potrebbe benissimo essere un cliente - magari uno affezionato - e nulla più. Dov'è stato Pino in tutti questi mesi? Qui? E allora dov'ero io?
Pino sorride di nuovo e di nuovo mi trovo a pensare che è cambiato e che qualcosa in lui mi è sfuggito ancora. Non si cambia in due settimane (o sì?): cosa sarà successo prima? Quando sarà successo?
Alza la mano e istintivamente gliela stringo.
- Poi ti racconto tutto. Ora vado.
- Sì - incespico. - Oh, ci tengo: dobbiamo prenderci una birra e festeggiare.
Annuisce, di nuovo sorridendo.
Poi Pino se ne va. E a me dispiace.
Era una calda giornata di inizio settembre...
- Come si è licenziato?!
- Che t'aggia dire, guajò? Se ne va alla fine della semmana.
- Cristo, Pino...
- E pare che Michele s'è trovato 'n altro lavoro.
Alzo gli occhi su Valter: - Mi prendi in giro?
Si stringe nelle spalle: - Non lo sacch', ma Davide m'ha detto... ah, sai che Davide sta addimannà il trasferimento? Se ne vuole ghi a Torino, dal ragazzo.
Mi appoggio con una spalla al muro incrostato: cos'è successo al mondo mentre io ero in Grecia?
- Altro?
- Sì, mi sa che gli aggarbi a Sara.
- Eh?!
- E daje guajò: sempre "gni gni gni" te e lei...
- Ma quali "gni gni gni"! - Mi sa che qualcosa di rosso e caldo sta salendo dal collo verso le guance.
- La dovevi vedè queste due settimane: "Avete ricevuto l'ultimo sms di Dante? Quando avete detto che torna? Senza quello lì chi prendiamo in giro?".
- Piantala - lo azzittisco con un gesto, fissando il pavimento impolverato del corridoio-dipendenti. - Non ci posso credere...
Un leggero spostamento d'aria, un movimento imprecisato, uno schianto e la mia guancia sinistra urla e va a fuoco.
- Ma... Cazzo!! Perché mi hai dato uno schiaffo?!
- Così sei sicuro che non stai a sunnà.
- Grazie tante, compare.
- Dovere.
Da quando rientrare dalle vacanze è diventato uno sport estremo?
Mi avvistano da lontano, all'ingresso del corridoio-dipendenti, schierati attorno alla macchinetta del caffè. Pensavo si sarebbero messi sulla difensiva, ma si sono limitati ad alzare gli occhi al cielo: devono essere preparati, ormai.
Muovo sinuosamente le braccia in avanti, lasciando al bacino il compito di farmi avanzare con spasmodici colpetti imbarazzanti. Intanto fischietto il motivetto e Michele alza un sopracciglio quando capisce cosa sto per cantare.
E allora canto.
- Ballo questa deca-dance...!
Il suo indice scatta dritto davanti alle mie labbra.
- No! - ammonisce. - Solo... no.
Davide sorseggia il suo caffè: - Dante il tuo repertorio musicale è scaduto parecchio.
Arresto la danza con un sospiro: - Non posso farci niente, sono questi maledetti earworm.
- E che è un iruorm? - chiede Valter.
- Non erano quei cosetti pelosi in "Gremlins"? - risponde Sara.
- Quelli erano gli Ewoks - corregge Jonathan.
- No, gli Ewoks sono gli orsetti di "Guerre Stellari" - replica Michele.
Davide finisce il caffè e alza le braccia: - Ok, non so assolutamente di cosa stiate parlando, ma la pausa caffè è finita e Pino è solo in reparto da almeno dieci minuti (e la cosa mi preoccupa). Quindi lasciate qui Gremlins, Ewoks e tormentoni estivi - l'ultima occhiata è per me, - e tornate a lavoro. Forza!
Michele mi affianca mentre facciamo ritorno al reparto: - E comunque quelli di "Gremlins" erano i Mogwai.
- I Mogwai! Conosco anche delle loro canzoni: senti qua!
Con una pacca sulla fronte Michele impreca al cielo e aumenta il passo per superarmi. I miei colleghi non mi apprezzano mai.
Mi hanno detto che si chiama earworm, il verme dell'orecchio: mai nome più azzeccato. Striscia nelle cavità auricolari fino al cervello, dove agisce sui sistemi neurotrasmettitoriali per prendere il controllo dei miei movimenti. E così ecco che le spalle cominciano a fare dei piccoli balzi, su e giù, giù e su; poi, prima una poi l'altra, disegnano un'onda, ora in senso antiorario, ora orario. L'earworm continua e il bacino inizia ad ancheggiare e le anche a bacinare, suppongo; non lo so, qualcosa fanno, come se cercassero di far girare un invisibile hula-hoop. E le ginocchia tentano di dargli supporto, piegandosi ritmicamente in fuori, facendomi avanzare coi piccoli passi di questa sgraziata danza.
Sara, occhi incollati su un foglio, si avvicina.
- Dante potresti dare un'occhiata a questi ordini?
Quando alza gli occhi, a meno di un metro da me, il mio braccio scatta verso di lei con la mano perpendicolare a esso, le dita unite e rivolte verso l'alto.
- Stop!!
- AHH! - Sara urla, presa alla sprovvista.
- Dimentica perché! ... Questo silenzio ... Non vale neanche una parola né una sola e allora... - continuo, riprendendo la danza che mi allontana da quella piccola figura impaurita.
- Uh, mi fischiano le orecchie.
- Pure ammé.
- Dici che se n'è accorto?
- Pe' me sì.
- Bella lì, zio.
Qualche minuto prima, a Rimini...
- Fanno trenta euro e novantanove.
Jonathan estrae la carta di credito con il suo sorriso-sciupafemmine. La cassiera romagnola arrossisce e ciancica un imbarazzato "Può mostrarmi un documento, per favore?" e Jonathan ("Ma certo") glielo porge facendole l'occhiolino.
Microsecondi, brivido per la schiena, input cerebrale e...
- AAAAAAAAAAAAAAAHHH!!!
Jonathan salta sul posto, ma mai quanto la cassiera, che lancia con disgusto il documento aperto lontano da sé. Non capisce, mentre la donna (la bocca aperta, gli occhi sbarrati, lo sguardo accusatorio e terrorizzato puntato contro di lui) si alza con uno scatto isterico. E allora gli cade l'occhio sul quel documento aperto. Senza sapere perché, ma col sospetto che germina nel cuore, lo prende con due dita, lo avvicina agli occhi, lo gira e... L'abbronzato, muscoloso, oliato e completamente nudo corpo di Rocco Siffredi - in un, dobbiamo riconoscercelo, professionale fotomontaggio con la faccia di Jonathan -, spicca in una foto diligentemente incollata all'interno della carta d'identità.
- DAAAANNNNTEEEEEEEE! VVVVALLLLTEEEEEEER!
In quel preciso istante, al Centro...
- Uh, mi fischiano le orecchie.
- Pure ammé.
Il sinistro ritma una canzone invisibile sul pavimento; il destro sta dietro, ancorato alla sua gamba. Le labbra si arricciano, premono una contro l'altra fino a diventare bianche, scompaiono all'interno e poi riescono con uno schiocco. Gli occhi guardano a sinistra, a destra - ma c'è subito un muro - di nuovo a sinistra. Allora le mani estraggono il cellulare e lo porgono alla loro vista: 2 e 20, più o meno.
Mi stacco dal muro, d'improvviso mi prude la nuca, un braccio, sopra il ginocchio, lo spazio tra labbra e naso, verso destra. Di nuovo il cellulare in mano: 3 e 13, circa.
Incrocio le braccia, le scrocio, un cliente mi guarda e potrebbe essere la fine di tutto, ma poi decide che non ha bisogno di me. Michele arriva in quell'istante.
- Che...
- Shh! - lo ammutolisco.
La porta dietro di noi si apre e Valter esce con un salto.
- Allora?!
Tiro fuori in fretta e in furia il cellulare: - 3 minuti e 40!
- Grande! E se penzi che c'è pure da contà il tempo di entrare, aprì la porta, acalà i cazòni e poi ascì, c'ho messo anche meno a farla!
Esultiamo e battiamo il cinque. Michele riduce gli occhi a due fessure, passa lo sguardo da uno all'altro, poi qualcosa si accende, le palpebre si alzano completamente, e capisce.
- Avete calcolato quanto tempo impiega Valter a fare la cacca?!
Cosa dovremmo dire? La risposta è così ovvia.
- Non ci posso credere... - E' l'ultima cosa che sentiamo prima di vederlo andar via.
- Allora, - batto la schiena di Michele con una manata - hai trovato qualche altro lavoro?
- Una mezza dozzina, almeno - risponde senza guardarmi.
- Dai! E cosa?
Stavolta un'occhiata me la dà: non è molto rassicurante.
- Call center, call center, call center, spazzino, call center e... oh, sì: call center.
Alzo le spalle: - Beh, spazzino non è male.
- Già, serve una laurea in psicologia per quello.
- Questo è un colpo basso.
*chiedo scusa per il ritardo del post di oggi (che così è diventato il post di domani, cioè di oggi, ma non l'oggi di ieri... insomma, avete capito, spero). Inoltre vi annuncio che mi prendo un piccolo congedo per andare a trovare degli amici torinesi (sì, sempre gli stessi amici torinesi dell'anno scorso e, mi sa, pure di due anni fa: l'estate mi porta da loro!). Vi abbraccio e vi do appuntamento a giovedì prossimo!
Michele legge gli ultimi ordini del mese rilassandosi sulla sedia buona. L'ora di pranzo è passata da un po' e nessuno ha voglia di uscire con questo caldo, neanche per rinfrescarsi nei corridoi del Centro. Eco di passi, tremori, un altra scossa di terremoto? Michele si volta con indifferenza.
- Ho finito gli esamiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.
- Ha finito gli esamiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.
- Ha finito gli esamiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.
Scorge appena le tre figure (una nanetta, un napulità e un laureando) fare un trenino che attraversa di corsa il reparto.
Si lascia scivolare ancora di più sulla sedia, inspira e con un sorriso riprende da dove aveva interrotto.
- A quanto pare Dante ha finito gli esami.
*per chi non ricordasse, e per capire meglio: qui e qui :)
- Allora guajò, te sei ripigliato?
Alzo le spalle con un sorriso, mentre con una mano tengo in bilico una dozzina di DVD e con l'altra li incasello al loro posto. - Pressione un po' bassa, ma tutto ok. Il riposo è stata una buona cosa.
- Bravo guajone. Me ce vorrebbe a me un colpo come chillo: sette giorni filati a casa non me li toglie ness...
- Argh! - Con uno slittamento sinuoso i DVD mi scivolano dalla mano, piovendo per terra come una cascata di plastica. Il riverbero del piccolo schianto scompare subito, ma io resto lì a fissarli, sparsi attorno ai miei piedi.
Valter mi squadra perplesso. - Tutto ok, Dante?
- Sì - rispondo distante, poi alzo gli occhi su di lui. - Sai, credo di star passando troppo tempo davanti al computer.
Gli occhi di Valter si fanno due fessure scettiche. - E perché?
- Appena mi sono caduti ho pensato: "CTRL + Z!".
Mi guarda, guarda i DVD, torna a guardarmi. - "Pressione bassa" eh?
- Com'è andata, guajò?
- Cosa?! - sussulto con un gridolino: le domande spiazzanti... mi spiazzano!
- Non dovevi ghi a studià all'Università, prima di venire qui?
- Ah, giusto: studiare - rispondo a disagio, mentre le mani cercano una via di fuga nelle tasche dei pantaloni.
- Non hai studiato - commenta secco Valter.
- Mettiamola così: all'inizio ho studiato... poi mi sono messo a calcolare il rapporto tra maschi e femmine nella mia facoltà.
- E...?
- Quattro a dieci.
- Maronn' Dante, ma che ce stai affà ancora qui? - risponde con gli occhi al cielo e le mani congiunte a mo di preghiera.
Sara arriva con in grembo un LCD, sollevando il mento per salutarci. - Ehilà colleghi! Di che parlate?
Valter le libera le mani dal televisore: - Di te.
- Di me? E?
La guardo massaggiandomi il mento e inclinando la testa su un lato, come per una prospettiva migliore; poi scuoto la testa e schiocco la lingua sul palato: - Sei poca.
Valter annuisce: - Decisamente.
E ce ne andiamo. Mi sembra di sentire un perplesso "Poca?" vaporizzarsi nell'aria, prima di girare l'angolo.
Accoccolato sul bancone mi do alla lettura dell'ultimo numero di "Wired", portato da Michele. La chiusura si farà attendere per alcune decine di minuti, ma i clienti sciamano silenziosi come formiche, riuscendo miracolosamente a fare tutto da sé. Buon per me, insomma, che posso star qui a stuzzicarmi baffi e pizzetto scoprendo perché sia molto meglio andare su Marte che tornare sulla Luna - beh, in qualche modo potrebbe anche tornarmi utile.
Un masochisticamente piacevole colpo sulle natiche mi fa sobbalzare.
- Au!
Sara si allontana rivolgendomi un'occhiataccia carica di rimprovero.
- Beh?! - urlo stridulo.
- Beh!? - fa lei, e scompare nella corsia dei videogiochi.
Vorrebbe vedermi scattante e al lavoro, lo so, ma sarebbe un crimine non godersi questa piccola tregua in una giornata così calda. La verità è che da quando si è lasciata col ragazzo - perché si è lasciata col ragazzo, e io so così tanti dettagli che ho quasi pensato di aprire un blog in cui... oh, lasciamo perdere - lavora come un accidenti, instancabile. Dov'è finita la cara, vecchia depressione, mi chiedo io?
Ad ogni modo, sto applicando il polpettone di nozioni imparato alla facoltà di Psicologia ascoltandola spesso. E volentieri, devo dire: Sara è uno di quei tipi che, nonostante le difficoltà, ha capito che l'ironia salverà il mondo (non la bellezza: l'ironia; mi spiace per te, Oscar). Così, ogni birra e ogni telefonata danno sempre l'occasione per passare dei bei quarti d'ora.
Sorrido mentre penso a tutto questo. Poi la vedo sbucare da un'altra corsia accanto a una cliente, alla quale mi indica con tutto il braccio proteso. La odierò. E' molto borderline tutto ciò ma... sì, la odierò, lo so.
- Buonasera - mi sforzo di sorridere.
Per la cliente, questa serata, non è affatto buona. - Buonasera - risponde gelida. - Ho comprato questo DVD e dentro non c'era niente.
Poggia cautamente la confezione di "Alla ricerca di Nemo", ma ho l'impressione che avrebbe voluto sbattermelo in fronte.
Sorrido: - Beh, pare proprio che non si riesca a trovarlo quel pesciolino, eh?
Vi spiego. La depersonalizzazione consiste in una sorta di dissociazione da se stessi, in cui è come se ci si vedesse dall'esterno, spettatori della propria persona. Ecco, il mio Io spettatore, di fronte a questa magnifica uscita, si è spiaccicato una mano sulla faccia commentando "Che idiota".
- Ah le sembra così divertente? - Un barlume di acume mi impedisce di rispondere affermativamente. - Ho comprato questo DVD per il compleanno di mio figlio, Piermatteo. Sa quanti anni ha, Piermatteo? - "Con quel nome almeno cinquantatre, mi auguro". Dio, perché mi vengono tutte adesso?! - Quattro! - continua la signora, il tono a metà tra l'urlo e il grido. - Ha quattro anni! Se lo immagina come ci è rimasto un bambino di quattro anni quando ha visto che non c'era il DVD dentro la confezione?!
- Signora, sono davvero dispiaciuto. Io...
- Lei niente! Lei fa battutine, qui. Si legge il giornale, qui. - E con un colpetto riesce a mandare "Wired" per terra. Non oso nemmeno accennare a raccoglierlo. - Ah ma io vi denuncio, eh. Non la passate mica liscia. Io chiamo il Gabibbo!
No.
No, capite? No.
Sono le 20:30 - vediamo... le 20:34 -, è l'inizio della settimana, fa caldo, mi mancano due esami per laurearmi. Non ho una grande resistenza, capite? E' difficile. E' tanto difficile. E allora, ditemi voi, come potrebbe l'angolo sinistro delle mie labbra non cedere alla forza tensiva dei muscoli e incurvarsi vistosamente verso l'alto, al suono della minaccia "Io chiamo il Gabibbo"?
Suppongo che le battaglie campali de "Le due torri" o "Il ritorno del Re" le abbiate viste un po' tutti. Allora un'idea delle conseguenze all'insubordinazione delle mie labbra immagino che ce l'abbiate, senza che ve le stia a spiegare.
- E com'è finita - chiede Sara, cantilenando e gongolando.
- E' finita che ti odio.
- Naa, - sorride - non ci credo. Dici sempre così, ma non odi nessuno di noi.
- Sì, sì, guarda: questa volta mi sa che ti odio davvero. No, aspetta, forse... No, no: ti odio proprio.
Mi aggancia un braccio con il suo mentre usciamo dal Centro, e si lascia scappare un risolino. Sì, sono sicuro che sia proprio odio.
- Che è quel sorriso ebete?
- Quale?
Valter mi spiaccica l'indice sulle labbra: - Questo.
- Ah, questo! Niente, è che c'è un tot di gente che supporta le mie idee.
- Poveri pazzi - commenta Michele alzando occhi e sopracciglia.
- Sei solo invidioso - grugnisco. - Io ho qualcuno che mi supporta, tu non hai nemmeno qualcuno che ti sopporta.
Michele aggira il bancone abbozzando un sorriso sardonico. - Bella questa: l'hai pensata ieri notte?
- Veramente erano cinque anni che aspettavo l'occasione adatta per tirarla fuori - replico con soddisfazione.
Michele annuisce distratto: - Sse. 'ndiamo al lavoro va.
Valter mi bisbiglia nell'orecchio: - Guajò, a me faceva ride.
- Ti voglio bene, caro.
- E' la fine!
Michele, Valter e Jonathan si voltano appena, mi concedono uno sguardo smangiucchiato dal sonno, poi tornano a darmi le spalle, mentre proseguiamo verso l'ingresso del Centro.
- Non capite? E' la fine, non il fine!
- Ma che sta blaterando, quello? - chiede Michele insonnolito. Jonathan scansa la questione con un flemmatico movimento del polso.
- Ho letto questo libro di un autore inglese, e la traduttrice ha tradotto "la fine settimana" e non "il fine settimana" - esclamo entusiasta. - Capite?! E' la fine della settimana, non il fine della settimana. Capite?! E' sconvolgente! Abbiamo sbagliato finora e nessuno ce l'ha mai detto. Addirittura il vocabolario riporta che "fine settimana" è sia maschile che femminile, quando è palesemente femminile! Capite?! Siamo arrivati a cambiare le regole della grammatica italiana, con i nostri errori. Capite?!?
Michele si gira di scatto puntandomi il dito contro: - Dante, adesso basta rompere il cazzo. Sono le 7 di domenica mattina e, femminile o maschile, voglio iniziare e concludere tranquillamente questo week-end. - Poi si volta e scompare all'ingresso.
Non capiscono mai.
*visto che sono stato assente giovedì scorso ho pensato di farmi perdonare regalandovi oggi questo piccolo aneddoto.
- Quindi?
- Niente.
- Come direbbe una donna.
Sorrido a quest'ultima frase di Jonathan e faccio di sì con la testa. Metto il DVD a posto, chiudo il cassetto, giro la chiave.
- Non credo di capirle.
- Io non credo di averle mai capite.
Sorrido di nuovo.
- Tu comunque sei peggio - continua Jonathan.
- E perché?
- Perché vuoi capire anche le donne degli altri.
- E' una nostra amica!
- E' una tua amica, è una mia collega. Fintanto che stiamo qui dentro, almeno.
Sembra cinico; in realtà credo abbia ragione.
- Hai ragione, questo è il periodo meno adatto per farsi carico dei problemi degli altri.
- Bravo.
- Anche se ormai le ho detto che stasera ci prenderemo una birra insieme, e immagino che mi racconterà i suoi cazzi.
Scuote la testa: - Irrecuperabile.
Alzo le spalle.
- Almeno te la scopi?
- Jò, non ti ci mettere anche tu eh!
- Ma io ve lo dico sempre che stareste bene insieme.
- No, tu dici sempre che starei bene insieme a Valter!
Arriccia le labbra, le sposta in un angolo, poi mi dà ragione con un rapido cenno della testa.
- Ad ogni modo, è un periodaccio. Troppe cose a cui pensare, troppe cose da fare. Non so dove sbattere la testa.
- Lì, per esempio?
Seguo la traiettoria del suo dito fino a una colonna del reparto; quattro puntine tengono attaccato un foglio con una frase inscritta in un cerchio: "Colpire qui con la testa".
Guardo Jonathan come in trance: - Io vi amo.
Sara esce dall'ufficio di Davide sbattendo la porta. Cammina rigida verso il corridoio-dipendenti, lo sguardo sui piedi, le mani chiuse a pugno.
- Allora? - Il cliente con cui stavo parlando mi richiama.
- Ah! Mi scusi. All'assistenza tecnica glielo cambiano di sicuro. - Gli consegno il lettore DVD e mi avvio verso il corridoio-dipendenti, ma un altro cliente fa per bloccarmi; fortuna che Valter lo intercetta prima, facendomi capire con un cenno che ha assistito alla scena di poco fa. Subito prima di entrare scorgo con la coda dell'occhio Davide che si affaccia dall'ufficio.
Sara è lì, appoggiata con la spalla sul distributore di caffè. Questi sono i momenti peggiori: cosa dico? come lo dico? ma soprattutto: qualcuno mi ha autorizzato a dirlo? Se Sara è venuta qui senza chiedere niente a nessuno, magari voleva essere lasciata in pace. Perché queste fantastiche intuizioni mi vengono un attimo dopo? (Oh, io passato, se solo ti applicassi di più!)
- Ehi, tutto bene? - chiedo.
- Una meraviglia.
"Meno male! Pensavo fossi arrabbiata e volessi sfogarti. Allora me ne torno a lavoro". Perché le relazioni umane sono più complicate di così?
- Che è successo?
- Niente.
Ovvio. Perché mai dovrebbe essere successo qualcosa? Uno non può nemmeno sbattere la porta del proprio capo e ficcarsi in un corridoio durante l'ora di lavoro?
Sospiro: - Ehh, non ci sono più i "niente" di una volta. I "niente" di oggi sembrano sempre "qualcosa". - Mi fermo a pochi passi da lei. - Dei niente ogm, insomma.
La sento ridacchiare - e mi distendo -, ma anche tirare su col naso.
- Piango per ogni stronzata - fa lei.
- Tu? Ma tu non piangi mai, sei una donna di ghiaccio! In reparto ti chiamiamo Crudelia, lo sai?.
- Dai... - Si gira, ride, ha gli occhi rossi. Le chiedo cos'è successo. Dice niente. Dico ok. Dice che aveva chiesto questo week-end da tre settimane, ma oggi Davide le ha detto di no. Perché? Pare che non prendano ancora degli interinali e questo fine settimana siamo a corto di personale; o qualcosa del genere, non ha capito bene.
- Ok. - Inspiro un bel po' d'aria; arriccio le labbra e lo sguardo mi cade su un angolo sporco del corridoio, sull'armadietto nel lato opposto, sui jeans di Sara, sui suoi occhi che guardano a terra, di nuovo sull'angolo sporco. Poi espiro: - Ora ti va di dirmi cos'è successo veramente?
Mi lancia un'occhiata alla "Non capisco". Poi capisce, e capisce che capisco, e gli occhi si rifanno rossi, e dice un altro "Niente", e si asciuga le guance, e se ne va verso il reparto, e io rimango lì, solo, a non saper che farmene di questa intuizione, a chiedermi se sia meglio capire, capire a metà, o non capire affatto; a pensare, tutt'a un tratto, all'esame di neurobiologia di ieri.
Qualche domanda guizza nella testa come una scintilla. La lascio spegnere, mi ficco le mani in tasca e torno a lavoro.
*voi capirete, invece, che è un periodo densissimo e mi scuserete, spero, se anche ieri ho saltato. Luglio = esami. E' giugno, lo so, fa lo stesso. Mi sto fondendo.
Tè freddo e qualche nocciolina: Fabio sa come prenderci e, anche noi, l'abitudine ad andare al suo bar quando stacchiamo di sera l'abbiamo presa facilmente. Nuova stagione, nuove abitudini, dico io. D'altronde, dopo una giornata a combattere con i clienti, hai bisogno di un momento di lieto relax.
- A Milano i commessi sono più tolleranti di noi romani - dice Fabio guardando nel fondo di un bicchiere appena asciugato. - Forse un po' più distaccati, ma più tolleranti.
- Non esiste. Sono meno pazienti, invece - risponde Michele sgranocchiando una nocciolina. - Il loro non è distacco, è più una sorta di indifferenza.
Valter e io ci limitiamo a sorseggiare il nostro tè alla pesca.
- Sarà. Io li trovo più disponibili - aggiunge Fabio.
- Macché. Meno gentili di loro non c'è nessuno - commenta Michele.
- Sono più comprensivi, - Fabio.
- Del tutto intolleranti, - Michele.
Valter e io spostiamo gli occhi da uno all'altro, come in una partita di tennis.
- Professionali.
- Incompetenti.
- Esperti.
- Incapaci.
Fabio s'arresta e stringe le sopracciglia: - Tu non mi darai mai ragione.
- E invece sì - replica Michele alzando il mento.
Ahh... Lieto, ilare, relax.
Squilla il telefono.
- Arrivo! Arrivo! Potevi squillare quando avevo finito di lavarmi le ascelle...
Come se potesse rispondere.
- Pronto?
- Pronto, Dante? Sono Sara.
- Ehi Saretta, come stai?
- Bene, bene. Stai andando al lavoro?
- Non ancora, esco tra dieci minuti. Dimmi tutto!
La sento sorridere: - Niente, io invece son qui.
- ...fico.
Sospira: - Nulla, volevo chiamarti così, giusto per dirti quanto sei carino e speciale.
Uh.
- Uh... beh, - ora sono io a sorridere - grazie.
Sorride di nuovo, la sento.
Sorrido anch'io; mi sento un po' imbarazzato.
- E poi volevo chiederti se lunedì non ti andrebbe di fare un cambio turno.
- ...sapevo che c'era qualcosa dietro.
Maledetti colleghi.
Bella, con una camicetta rosso sangue generosamente aperta sul petto; pantaloni scuri a righe chiare, eleganti e aderenti; i capelli castani, soffici e ordinati che sfiorano le spalle; la pelle liscia, le mani delicate, gli occhi profondi. ...ok, non stavo guardando esattamente gli occhi, ma devo dire che la nuova promoter della Tre, intenta a sistemare alcuni scaffali del nostro reparto (non so perché, non me lo domando), ha tante belle qualità.
Do una gomitata a Jonathan: - Cazzo che figa, eh?
Mi fulmina con un'occhiata: - E' mia cugina.
Ma perché sempre io?!
- Che vuol dire "mi licenzio"?!
Michele si tiene il mento tra pollice e indice: - Dunque, mi pare che licenziare venga dal latino...
- Smettila. Cos'è 'sta storia? Stai scherzando?
Sospira, sposta lo sguardo in basso, rilassa le spalle. Non sta scherzando.
- ...non stai scherzando. Te ne vuoi andare davvero.
- Dante, sono anni che lavoro qui e non sono mai arrivato in ritardo. Mai. Negli ultimi due mesi, invece, quanti ritardi ho fatto? Quattro?
Sei.
- Ok, ma che centra questo? - replico. - Per un paio di ritardi hai deciso di andartene?
- No. Il ritardo è solo un sintomo: è il lavoro il problema. - Fa il giro del bancone, sfiora la bambolina vudù, poi riordina dei fogli già a posto. - Non mi trovo più, e lo so da tempo. Solo che adesso lo devo ammettere. Cercherò qualcos'altro, magari qualcosa in un pub...
- In un pub?!
- Non lo so, Dante! Dico così, per ipotesi. Cerca di capirmi un po', almeno tu.
Sì, almeno io dovrei capire. Questo lavoro, per me, è sempre stato un modo per avere qualche soldo in tasca; forse anche un modo per ritardare la fine degli studi e l'incertezza che verrà dopo (ma quella, in realtà, si è aggrappata alle mie spalle da tempo). Di sicuro il mio futuro non è qui. Prima o poi finirà, e se da un lato mi spaventa, dall'altro non vedo l'ora.
Capisco quello che sente Michele, lo capisco bene. Solo che ci è arrivato prima di me, e anche se non ha ancora trovato un altro lavoro, sento in bocca il sapore aspro della partenza.
- Buongiorno...
Alzo un sopracciglio: è Michele.
- Buongiorno un cazzo: sei in ritardo di un'ora! Che diavolo ti è successo stavolta?
E' un po' di tempo che Michele arriva in ritardo al lavoro. E' capitato a ognuno di noi e, si sa, continuerà a capitare. Arrivare in ritardo non è quasi mai un problema, in un reparto come il nostro. Siamo affiatati, siamo un bel gruppo, tutto sommato ci vogliamo bene. Così, se qualcuno sgarra, gli altri sono disposti a coprirlo, consci che prima o poi a sgarrare saranno loro.
Ma quando tutto questo diventa cronico ti chiedi se non stia insorgendo un'abitudine; se la persona non stia iniziando a marciarci su; oppure se ha qualche problema - magari con la sveglia.
Michele non è certo il tipo da approfittarsi della nostra disponibilità. Fa tardi solo la mattina e sempre perché non ha sentito la sveglia, dice lui; o perché l'ha sentita, l'ha spenta, si è rimesso un attimo a letto, e quell'attimo è diventato un'ora.
Non puoi non chiederti cosa gli stia passando per la testa in questo periodo.
- Mi licenzio - risponde secco.
Non puoi non chiedertelo, ma forse era meglio se lo tenevi per te.
- Come va?
- Muf...
Sara lascia perdere i documenti dell'ultimo roll e mi guarda perplessa: - "Muf"?
Il problema del lavoro - di qualunque lavoro - è che lo devi fare. John Lennon diceva che la vita è ciò che ti accade quando sei impegnato a fare altri piani. Chissà perché, a me la vita capita di continuo.
- Niente di che, Sarè. Storie come tutti, immagino. Tu avrai casini in casa o col tuo ragazzo, no?
- Beh sì, ogni tanto.
- Ecco, e io ho i miei casini. Tutto qui.
Punzecchio la bambolina vudù distrattamente; con la lingua tartasso un'afta appena spuntata sul labbro inferiore; e intanto sento gli occhi di Sara su di me, due tenaglie che non mollano, che mi stringono come un tubetto del dentifricio, per far uscire qualcosa che forse, oggi, vuole rimanere dentro.
Poi ci prova: - Magari puoi parl...
- Magari non ne ho voglia - intervengo secco, sfidando il suo sguardo.
Sara rimane a bocca aperta; sposta lo sguardo sul pavimento, poi mi guarda di nuovo: è arrabbiata, preoccupata, delusa, in colpa. Ma soprattutto arrabbiata, e questo mi fa sentire qualcosa in gola, qualcosa nella bocca. Prendo aria per farlo uscire, ma mi manca la prima sillaba, e in questo lunghissimo lasso di tempo - due, tre secondi che non finiscono più -, Sara annuisce e mi volta le spalle, tornando ai suoi fogli.
Trattengo il respiro ancora un po’, poi lo lascio andare. Faccio per dirla questa maledetta cosa, ma mi manca sempre quella dannatissima sillaba. Con un gesto mando affanculo l'aria e torno a maltrattare la bambolina vudù, cercando di strapparle la bocca.
Intanto i clienti si avvicinano, Davide sta per chiederci di sistemare il magazzino, la fine del turno è tra poche ore, la vita aspetta anche fuori di qui.
- Ehi!
Valter vede prima me.
- EHI!
Ora ha visto anche Sara. La prima è un'occhiata di sorpresa; la seconda una scrutata incredula; la terza un'espressione astiosa; la quarta una smorfia di rancorosa delusione.
- Ennò guajò, accusì non vale!
Sarà per i miei capelli lisci? L'invidiabile pelle di Sara? Il mio look vintage? O le sue nuovissime New Balance?
Ah no, aspetta: è che siamo entrambi irrimediabilmente abbronzati.
- Bella lì, Valter.
- "Bella lì" nu cazz', cornuto.
- Dai, Valter, - Sara gli accarezza una spalla - non arrabbiarti.
- E io che pensavo che aiére non eri venuto perché stavi male - dice puntandomi un indice allo sterno.
- Ho fatto un cambio-turno.
- Pe' andà al mare! - stringe i denti Valter.
- Sì.
- Assieme, poi!
- Io avevo il giorno libero - sorride Sara.
- Mentre io stavo qua a faticà!
Sorridiamo, complici in colpa.
Valter grugnisce dandoci una pacca sulla schiena: - Potevate ammeno portarmi un po' di sabbia.
*Eh sì, venerdì ho disertato e me ne sono andato al mare con qualche amico. Mi ero ripromesso di scrivere la sera, appena tornato, ma la stanchezza ha avuto la meglio. Così, per farmi perdonare, ecco questo post domenicale su ciò che è successo ieri :)
Scusate l'assenza non preannunciata e, per chi vuole, a domani!
Michele legge Wired appoggiato alla macchinetta del caffè. Sono le 11:45 e il corridoio-dipendenti è semi-vuoto: l'aria è assonnata, l'ossigeno leggero; una giornata qualunque di un giorno qualunque. Lo scatto metallico dell'ingresso, trambusto, qualcuno che corre, e Michele solleva gli occhi con aria assente.
- Ho passato Analisi dei datiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.
Osserva il folle centometrista passare come una saetta e lanciarsi contro la porta che dà sul reparto, scomparendo al suo interno.
Smuove le mani, sospira e con uno sbadiglio torna alla sua lettura.
- Mi sembra di aver capito che Dante ha finalmente passato Analisi dei dati.
Quando manchi di concentrazione, quando sei totalmente preso dai tuoi pensieri, quando sembri vivere in una realtà parallela, qualcuno potrebbe commentare "Ahh, l'amour...". Nel mio caso, però, credo sarebbe più appropriato dire "Ahh, l'inattention...".
- Dante? ... Dante!
Scuoto la testa come in preda a una crisi convulsiva.
- Eh? Dicevi a me?
Sara socchiude gli occhi scettica: - Lasciami indovinare a chi stavi pensando.
- E dai, non ti ci mettere anche tu.
Sara è l'unica che, finora, mi abbia dato un po' di tregua. La "situazione Stefania" (così è stata ribattezzata da Jonathan e Michele) è fonte di pettegolezzi e conversazioni comiche. Tranne che per il sottoscritto. Non amo essere preso in giro; soprattutto quando non capisco di esserlo. Ecco perché ho bisogno di almeno un alleato in questo reparto manicomiale.
- Tranquillo, - sorride Sara - stavo scherzando. E poi non state insieme, no?
- Uh-uh - asserisco perplesso. - Perché?
- Beh, dev'essere molto più... insomma, deve farti pensare molto, no? E' una cosa indefinita.
- Esatto! E' proprio questo il punto. Diamine, io sono un tipo concreto.
- Dante, nessuno dice più "diamine" dal 1918...
Alzo le spalle con una smorfia e torno a ordinare i cavi Firewire appena arrivati.
- Comunque, - punzecchia Sara - di certo questa situazione ti aliena un po'.
- Non è vero!
- Ah no? Sai che sono arrivati i nuovi DVD di "Pingu"?! - squittisce ilare dilatando i coloratissimi occhi verdi.
- Maddai! "Pingu", il mio cartone preferito!
Sara arriccia le labbra, sciabolandomi con un sorriso colmo di soddisfazione.
- Err, non ero convincente eh? - domando.
- Eh no - risponde.
Sospiro. Ahh, l'amour...
- Sì, sono rimasto a dormire da Stefania.
Un cupo, gravido silenzio segue la mia risposta. Poi la risata di Valter esplode attraverso il cellulare come una granata.
- Non c'è niente da ridere! - rispondo.
La camera di Stefania è un campo minato, recentemente usato come campo di gara per dei maratoneti. I vestiti invadono ogni metro quadro (calpestabile e non) come una pericolosa invasione batterica. Di tanto in tanto mi sembra di vederli muoversi e sono sicuro che quella felpa, prima, non era lì.
- Ma che ne so, Valter! - sussurro. - Niente, credo. ... Ok: non me lo ricordo, va bene?! Dire che ieri ero sbronzo è un eufemismo per... Come? Hai ragione, aspetta un attimo.
Sollevo le lenzuola per dare un'occhiata.
- Sì, ce le ho ancora. ... Certo che "vuol dire qualcosa"!
Nel bagno vicino alla camera Stefania canticchia una canzone che non conosco. La porta è semichiusa: di certo è una ragazza che non si fa troppi problemi - perché dovrebbe, dopo che abbiamo dormito assieme stanotte?
- Eh? Non ho capito, scusa. ... Chiederglielo?! Ma chiedere cosa?! Non c'è niente da chie... (Scusa un secondo). Hai detto qualcosa, Stefania?
Esce dal bagno completamente vestita, con un leggero accenno di ombretto rosso e qualche altro trucco che noi maschi siamo incapaci di riconoscere.
- Io sto uscendo: sono in ritardissimo - sorride. - Fai pure colazione, trovi tutto in cucina. ...con chi sei al telefono?
- Uh, con... Valter.
- Salutamelo! - cinguetta chiudendo gli occhi. Io accenno un "ha-ha" poco convinto. - Quando esci puoi tranquillamente chiuderti la porta alle spalle senza chiave: tra non molto arriverà la mia coinquilina.
Valter mi chiede al telefono com'è la coinquilina e se gliela posso presentare.
- Ok. (Non dicevo a te, Valter) Va bene. Allora... ehm, vai?
- Sì!
- Ehm, buon lavoro.
- Grazie!
E prima che possa dire a, b, c, o qualunque altra lettera, numero, parola, frase che vorrei dire per allungare all'infinito l'attimo che ci separa dal "Grazie!" a quello immediatamente successivo, si china e mi dà un bacio leggero sulle labbra.
- Ci vediamo!
E se ne va.
- Uè, Dante, allora? Ci sei ancora?
- Uh? Sì. Mi ha baciato.
- T'ha baciato?!! E tu?! C'hai fatto?! Dai, racconta, racconta!
- Niente. Che dovevo fare?
- ... Sei un ricchione.
Oh mio Dio.
Rosa. Rosa sfocato. E un transatlantico di luce dritto nel mio occhio sinistro, quello cattivo; ho lasciato le persiane aperte?
Sono sprofondato. Adesso sento le gambe, chiuse, distese. Sono a pancia in giù. Sento anche le mani - le braccia ancora no. La sinistra stringe qualcosa di soffice. I miei cuscini? No, più soffice. Un peluche? Non dovrebbero essere qua. Cosa allora? Non lo so, non lo voglio sapere; saperlo vuol dire girare la testa; girare la testa vuol dire agitare tutto il caos assopito al suo interno. Shh, no, non c'è bisogno di girare la testa.
La bocca fa schifo, comunque. E... niente da fare, l'ho svegliato, le tempie cominciano a pulsare.
Apro anche l'altro occhio. Rosa. Rosa a fiorellini bianchi. Le mie lenzuola. ...le mie lenzuola? Non ho delle lenzuola ro...
Di scatto sollevo la testa: non è la mia camera! Ritraggo le braccia, le mani; mi puntello sui gomiti; giro la testa a sinistra: c'è qualcun’altro nel letto. E' una ragazza. Per un attimo penso che... No, ha i capelli neri. E' Stefania. Ero abbracciato a Stefania. Oh mio Dio.
Muovo la testa come un uccello; colgo ogni particolare. Non ricordo nulla. Non ricordo di essere entrato qui. No, aspetta. Quella poltrona - quella che sembra un obelisco, o la torre pendente di Pisa per quanti abiti ha sopra; quella che ho riconosciuto come una poltrona solo per il mezzo bracciolo che spunta disperato dalla coltre di gonne, jeans, t-shirt, ancora jeans, tute, calzini e mutandine che lo soffocano -, quella poltrona me la ricordo. Sono entrato qui, ieri sera. Dopo la birra. "La" birra? "Birra"?! Da quant'è che non bevevo così tanto? Oh mio Dio.
Dal caos comincia a emergere qualcosa di nitido. Immagini. Risate. Una battuta di Valter - ricordo che faceva ridere. Poi ho accompagnato Stefania a casa. Ho accompagnato Stefania a casa. Abbiamo preso un'altra birra - però non qui, non a casa; in un pub qui sotto credo. A San Lorenzo. Sono a San Lorenzo! Stefania abita a San Lorenzo! Infatti, fuori da quella finestra, ci dovrebbe essere proprio... Ma perché sono a casa sua? Mi ha invitato a rimanere? Mi sa di sì. Non mi ricordo niente della birra con lei. Cos'è successo? Perché ho dormito qui? Perché ero abbracciato a lei? Cos'è successo? Oh mio Dio.
- 'ngionno.
Stefania si sveglia. Si copre gli occhi con un cuscino.
- Ehm, buongiorno - rispondo.
Mugugna qualcosa. Io la guardo (guardo il cuscino). Si scopre la faccia, mi scruta, mi fa un sorriso. Ricambio. Poi si stira, si rigira un po' nelle lenzuola, allunga una mano verso la sveglia.
- Oh cazzo, è tardissimo! Stamattina lavoro!
Come uno scoiattolo salta giù e corre fuori della stanza. Indossa solo una canottiera leggera e un perizoma.
Oh mio Dio.
- Sigh.
- Perché sospiri?
Incrocio lo sguardo di Sara e sospiro di nuovo.
- Nulla di che.
Strusciando i gomiti sul bancone Sara si accosta un po' di più.
- Non sembrava un sospiro alla "nulla di che". Dai, che c'è?
- Sigh, niente, davvero. Giusto qualche pensiero che eviterei di pensare.
Sara arriccia le labbra da un lato. Mi guarda. Guarda in su. Mi guarda di nuovo.
- Stasera birra tutti insieme. E...
- Ma..
- ...non voglio sentire "ma..."!
- ... - Sorrido: - Ok.
I colleghi servono anche a questo.
Ticchetto la tastiera del PC in cerca di qualcosa da fare. Il caldo non è ancora arrivato, ma le giornate con le mani in mano in cui i clienti se ne stanno beati sotto al sole sono già qui.
Cosa posso fare? La posta l'ho controllata, Facebook l'ho guardato, MySpace pure... Do un'occhiata al reparto: semi-immobilità. Setaccio ogni ripiano visibile per farmi venire in mente qualcosa da fare, ma ultimamente abbiamo avuto diverso tempo libero per sistemare tutto. Ebbene sì, ogni tanto anche qui al Centro non c'è da fare un c...
Un attimo.
Stringo le palpebre e vedo proprio ciò che pensavo di vedere: Sara, ancora alle prese con lo stesso cliente da venti minuti, mi lancia da chissà quanto delle occhiate disperate, facendo vaghi segni con la mano.
Scatto in piedi e oltrepasso il bancone, afferrando al volo un foglio su cui Valter ha precedentemente scritto "Puzzi!". Quando arrivo da Sara il cliente la sta tormentando su non so quale assurda richiesta (tipo se quel televisore sia adatto anche alla ricezione di... non lo so, mi sono perso).
- Sara - asserisco in tono autorevole, gli occhi incollati sul foglio - qui ci sono dei dati completamente sballati. Il direttore vuole parlarti immediatamente.
Sara guarda il foglio preoccupata, poi incontra i miei occhi, freddi e impassibili.
- Mi scusi... - si rivolge al cliente.
- Ma prego, prego! - esclama quello, più preoccupato di lei.
Ci allontaniamo marciando rapidamente. Appena svoltato l'angolo Sara mi stringe il braccio.
- Grazie mille, Dante. Credevo di impazzire.
- E' sempre un piacere, cara.
- Sei stato tu!
Alzo gli occhi: la traiettoria che parte dall'indice di Davide mi perfora lo sterno con una fitta allucinatoria.
- No, non tu Dante. TU!
Allora mi volto e vedo il volto di Michele, impassibile come sempre.
- Chi? - chiede ingenuamente, - Io?
- Tu, tu. Maledetto depravato. Vai subito nel mio ufficio e metti tutto a posto.
Non protesta, non dice "a", abbozza solo un sorriso soddisfatto e si alza.
Incuriosito lascio un cliente a metà ("Mi scusi solo un secondo") e lo seguo. Arrivati all'ufficio di Davide poggia una mano sulla maniglia, fa un respiro, e apre la porta.
Alex, il leone di "Madagascar", e Marty, la zebra, in formato peluche gigante, vengono colti sul fatto mentre, il primo in piedi sulla sedia, il secondo davanti a lui sulla scrivania, si prodigano in un intimo quanto disdicevole rapporto anale.
Michele si gira, mi sorride, strizza l'occhio: - Sono stato io.
Il lavoro ci cambia. In peggio, ovviamente. Ma può capitare, nel marasma mentale di disordini, insoddisfazioni e insulti, che qualcuno di noi, uno a caso, possa trarre giovamento da queste esperienze. Egli diventa l'eletto, il portatore, una nuova speranza, Wolverine. E noi saremo pronti a seguirne gli insegnamenti...
Ma come in tutte le più belle storie, l'Eletto quando inizia è un tizio qualunque, un po' sotto la media.
- Ehi Pino, come va?
Pino è sempre qui, presenza-assenza di questo reparto. Lo sportello di Assistenza Tecnica va e non va, singhiozza seguendo gli umori dei Capi, che più che dalla crisi sono comandati dalla disponibilità delle loro mogli. Davide vuole evitargli l'insorgere di disturbi dell'adattamento, così almeno un paio di volte a settimana lo sportello è aperto.
- Sto facendo.
Che nel linguaggio di Pino vuol dire che sta lavorando. Me n'ero accorto, comunque: o il tizio in giacca e cravatta accanto a lui che sbircia il computer su cui sta lavorando è un cliente, o ho appena trovato un fantastico spunto per la mia spy-story fantademenziale (sì, sto scrivendo una spy-story fantademenziale; un commesso dovrà pur avere qualche svago, no? Hurley può riscrivere "L'impero colpisce ancora" e io non posso scrivere una spy-story? Devo solo metterci una tettona e il più è fatto).
Mi accosto all'altro lato dello schermo. Credo che Pino stia facendo un trasferimento di file prima del format. Apre cartella dopo cartella e chiede al signore se vuole salvarla.
Una serie di documenti Excel piuttosto pesanti: - Che faccio, salvo?
Un'infinità di mp3 di cantantucoli italiani: - Che faccio, salvo?
Una manciata di film piratati da Emule: - Che faccio, salvo?
Un'anteprima di dozzine di foto porno amatoriali: - Che faccio, salvo?
All'ultima richiesta l'uomo arrossisce, s'impappina, tenta invano di srotolare la lingua da dentro la bocca; forse vuole spiegare che quel tizio nelle foto non è lui (magari è il gemello malvagio), ma infine borbotta qualcosa d'incomprensibile e alza un indice su e giù, a dire "Sì, sì, salvi tutto".
Pino, smaliziato come mai, non fiata, non dice "a", non batte ciglio, e prosegue con un sorriso appena abbozzato sull'angolo destro della bocca. Incredibile.
Posso definirmi il primo ad aver colto questo cambiamento? Di sicuro, tra qualche anno, ripercorrerò quest'evento e potrò affermare: "Io c'ero".
Le mie unghie sono sporche. Non riesco a capire dove diamine abbia messo le dita. Forse nel naso, ma non giustifica questa sporcizia. Aspettate un attimo. ... No, non la giustifica.
Il telefono squilla nel momento di massima tensione lavorativa. Michele mi guarda, io guardo Michele, e non possiamo che constatare che lui è più vicino di me almeno di una ventina di centimetri. Sta a lui rispondere.
- Pronto?
Qualcuno chiede qualcosa dall'altro capo del filo.
- Che modello?
Un cellulare? Un portatile? Un televisore? Un uomo, specificatamente giovane e di bell'aspetto, che per professione posa per pittori, scultori, fotografi e simili?
- BLC-2, BLC-3, compatibili...?
Una batteria per un Nokia.
- Sì, è scritto dietro.
Sicuramente il cliente guarderà dietro il telefonino.
- No, non dietro il telefonino, dietro la batteria!
CVD.
- Ok, non lo trova, ok. No, lasci perdere, tanto ce le ho tutte, le batterie. Venga qui col telefonino. Grazie. Arrivederci.
Attacca con uno sbuffo. E' il momento di rimbrottarlo.
- Certo che pure tu...
- Io cosa? - Mi guarda inviperito.
- Ehh, - accenno con fare superbo - se sapevi di avere tutte le batterie potevi dirglielo subito. Il cliente ha ragione, poi, ad arrabbiarsi.
Ricomponendosi Michele scocca nel vuoto un'occhiata colma di disprezzo: - Il cliente non ha mai ragione.
A volte mi fa un po' paura.
Michele legge La Repubblica dietro il bancone. E' tarda mattinata, ma non c'è quasi nessuno: la gente non viene qui per fare le compere pasquali. Passi, rimbombi, qualcuno che corre, e Michele alza la testa distratto.
- Mi hanno assegnato la tesiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii.
Guarda la figura urlante schizzare nel corridoio poco più avanti per poi scomparire nella corsia dei DVD.
Rotea gli occhi sbuffando, poi torna sul giornale voltando pagina.
- E' tornato Dante.
*Carissimi, sono davvero dispiaciuto di non aver pubblicato ieri. Qualcuno mi ha chiesto se ho avuto problemi legati al disastro de L'Aquila: no, per mia fortuna no. Sto bene e nessuno che conosco si è fatto male, anche se (come tutti, immagino) sono preoccupato per chi è ancora sotto le macerie e in ansia per le sorti dei superstiti.
Mi dispiace davvero tanto e non so nemmeno se pubblicare un post simile sia inopportuno in un momento come questo. Spero di non mancare di sensibilità verso nessuno.
Vorrei fare la mia piccola parte ricordando che è stato creato un numero valido per qualunque operatore, il 48580, a cui mandare un sms al costo di 1 €. Il ricavato sarà interamente utilizzato per dare un aiuto a chi sta organizzando i soccorsi e l'assistenza.
Siamo ancora qui; Valter, Jonathan, Sara ed io. Ogni tanto Davide si affaccia dal suo ufficio: il lunedì è sempre pieno di scartoffie elettroniche da sistemare; fa quel che può, ma non riesce a stare molto in reparto, lo sappiamo.
Giocherello con una matita: la faccio roteare tra le dita, dall'indice al mignolo e dal mignolo all'indice; così, mentre il tempo scorre.
Sara mi passa davanti sgambettando concitata, mentre la cliente che sta servendo la segue lenta da lontano, indecisa se andarle dietro o se aspettare che torni lei. Jonathan si dà da fare con delle liste di prezzi, confrontando dei prodotti e inventariandoli per organizzare alcuni sconti. Valter è qui accanto a me, che sfoglia una rivista di motociclette. Credo che non abbia neanche la patente.
- Tu sei felice qui al lavoro? - chiedo d'improvviso.
- No - mi risponde con sorprendente prontezza, senza neanche staccare gli occhi dalla rivista.
Lo squadro incuriosito, ma non mi fila, come se avesse dato la risposta più ovvia del secolo alla domanda più banale del millennio. Non è felice davvero, o mi stava solo prendendo in giro?
Penso un po' alla sua situazione. Lavora qui da un paio d'anni; il suo contratto è a tempo determinato per altri due; non ha ricevuto né aumenti di ore, né di stipendio, e non è previsto che ce ne siano nell'immediato - soprattutto di questi tempi; il salario non è da fame, ma non permette grandi progetti; e ogni giorno, per finire, si trova a contatto con gente che non lo considera una persona: lo considera un commesso.
Effettivamente ho fatto la domanda più banale del millennio.
Quasi per giustificarmi abbozzo un sorriso: - Dai, ancora un paio d'anni e passi all'indeterminato.
- E chi lo vuole? - fa lui, concentrato su un'Honda con la scritta verde. Prima che possa chiedere spiegazioni stacca gli occhi dal foglio per puntarmeli addosso: - Ho detto che non so' felice, qui. Devo volere un contratto a tempo indeterminato per essere indeterminatamente infelice?
Sbatto le palpebre qualche volta di troppo, poi distolgo lo sguardo; mi passo la lingua sulle labbra secche e deglutisco qualcosa, mentre mi sembra che il cervello abbia messo un cartellino con su scritto "Torno subito". Quando rialzo gli occhi Valter ha cambiato pagina. Decido di non tornare più sull'argomento.
Mastico un panino veloce mentre mi abbottono la camicia con la mano libera. Michele entra in quel momento nel corridoio-dipendenti, vedendomi tutto concitato. Posa la sua borsa e tira fuori le chiavi dell'armadietto, mentre io passo ad allacciarmi le scarpe ingoiando pezzi di pane grossi quanto una batteria del Nokia.
Mi gira un'occhiata obliqua: - Perché così agitato?
Inghiotto un boccone troppo grosso che mi rende cianotico; mi riprendo con un paio di colpetti sullo sterno. Deglutisco: - Sono in ritardo.
Michele poggia le Converse nell'armadietto e comincia ad allacciarsi le anti-infortunistiche: - In ritardo per cosa?
Con due rovesci mi arrotolo la sciarpa attorno al collo; con un gesto infilo la giacca a vento e con un altro carico la borsa a tracolla.
- Ho da fare, ciao!
Scatto verso la porta di servizio. Michele mi rincorre con la voce: - Da fare? Da fare cosa?
Rispondo che sono già fuori: - Ho da fare!
Le sue grida passano tra la porta mentre questa si chiude alle mie spalle: - Da fare cosa?! Tu non hai mai da fare!!
Sono ancora sbracato sul bancone, ma almeno ho avuto l'accortezza di cambiare lato, per non mostrare il mio didietro ai clienti. L'idea di non mangiare carne è vecchia. Ci avevo provato già qualche anno fa, ma dopo due settimane ero stremato e senza forze: a quanto pare non mi è bastato.
Ed eccomi qui, sbattuto come un panno sul bancone, le braccia molli stese davanti. Mi chiedo che clienti mi capiteranno oggi, ma blocco subito il pensiero, perché quando ti chiedi che cl...
- Schau mal! Hast du dieses Handy gesehen?
- Na ja, das ist supercool!
- Aber, was soll das...?
- Keine Ahnung, frag mal die Leute da...
- Ehm, scusa... parla inglesi?
Il tizio, un uomo scheletrico alto due metri con una rada barbetta rossiccia, ce l'ha proprio con me. Con me! Dico: oggi siamo al gran completo qui in reparto, ma quale commesso deve incontrare l'unica coppia di tedeschi presente in tutto il Centro? Michele, forse? No. Valter, allora? Neanche. Jonathan? Macché. Io! Miseria dannata...
Compio uno sforzo sovrumano nel puntellarmi sui gomiti. La testa mi sembra compressa tra due blocchi di tufo e pensare non è mai stato così difficile. Figuriamoci parlare in inglese.
Rispolvero le lezioni della professoressa Russo: - Yes, I...
- Natürlich kann er, aber wenn Sie wollen, können Sie mich alles fragen.
Tanto io, quanto i miei compari crucchi, ammutoliamo come un paio di sassi al sole, la quintessenza dello sbigottimento, vedendo una sgargiante Sara sfornare un tedesco da madrelingua.
L'altro tizio, un po' più basso e col pizzetto nero, domanda qualcosa: - Kannst du...?
Sara risponde prontamente: - Ja, eigentlich studiere ich Deutsch.
- Na, cool.
Sono colpito. Forse addirittura impressionato. Qualcuno mi spiega cosa diamine stanno dic...
- Also, wie kann ich Ihnen helfen? - continua Sara.
- Ich habe dieses Handy gesehen, aber da stehen zwei verschiedene Preise... Wieviel kostet das?
- Also, es ist 389,90. Wenn Sie unsere Karte haben, bezahlen Sie nur 339,90.
- Können wir diese Karte haben?
- Natürlich.
Lo scambio di battute è talmente rapido da farmi sentirmi schiaffeggiato. Uno spettatore esterno potrebbe scambiarli per amici di vecchia data che, rincontratisi dopo tanto tempo, rievocano di quella volta, al mare, con Pinuccio, Nestore e Giocondo... ma sì, ti ricordi? Noi a divertirci, col sole e il mare e la palla, e con Dante lì accanto che non capiva un c...
- Auch wenn wir Ausländer sind?
- Ja, sie sollen da drüben gehen und das Mädchen da fragen... vielleicht besser auf Englisch! - Sara indica qualcosa. Forse sono al rush finale. Ahahah, rush! Visto? Anch'io conosco qualche lingua straniera. Maledetti.
- Ich denk’ schön. Also, vielen Dank, du warst supernett - conclude il primo salutando con un cenno.
- Ja, und dein Deutsch ist prima! - segue il secondo.
Sara arrossisce, saluta e li guarda andarsene. Poi si gira verso di me tutta sorridente.
La guardo abulico; apro la bocca; poi crollo di nuovo sul bancone.
- Non ce la posso fa'...
- Oddio, oddio...
- Ecco il lazzaretto vivente.
Se lo sguardo potesse fulminare, Michele sarebbe cenere.
- Non sono un lazzaretto, - protesto - sono fiacchissimo.
Sara mi mette una mano sulla fronte.
- Non sembri avere la febbre.
- Non ho la febbre. Ho una carenza di ferro.
- Aspetta. - Michele si sporge oltre il bancone, verso l'interno; tira fuori una spranga di ferro di mezzo metro. - To', mangia questa.
- Perché diamine abbiamo una spranga in reparto? - chiedo.
- Valter l'ha trovata qui fuori - fa Sara guardando il soffitto.
- O forse potrei dartela direttamente io sui denti - continua Michele pensando a voce alta.
Mi affloscio sul bancone come un frutto marcito. Cerco il contatto estremo, la fusione molecolare, l'osmosi col mondo. Sono il nulla concentrato nel niente, l'acqua nell'acqua, l'ossigeno nello spazio. Se fossi un gelato mi squaglierei, se fossi benzina brucerei, se fos...
- Dante? Stai bene?
- Eh?
- Perché hai un calo di ferro? - Michele ha posato la spranga e l'idea di darmela in faccia, e ora mi squadra pensieroso.
- Sto seguendo una dieta vegetariana.
- Ah, per morire in seguito a carenza di ferro? Conosco modi migliori per suicidarsi.
- Uè guajò, - Valter arriva mollegiato come sempre - ma 'o sapete che i panni bagnati puzzano di semmènta*?
Sara alza le mani e si dà disgustata. A Michele cascano le braccia lungo i fianchi mentre gira il bancone per riprendere la spranga.
- C'ho detto?
- Dio, oggi non sopravviverò a tutto questo...
- Beh? - Sara si piazza di fronte ai sottoscritti con i pugni sui fianchi e un'espressione di rimprovero. - Da almeno dieci minuti, tutte le volte che sono passata qui, vi ho visti appoggiati coi gomiti al bancone, a fissare il nulla davanti a voi.
- Ci sono cose che la psicologia femminile non può capire - spiega Michele.
Sorrido, immaginando come debba essere diverso il mondo visto e pensato dagli occhi di un uomo e di una donna. Sara indaga contrariata i nostri volti, poi segue la traiettoria dei nostri sguardi che punta diritta sul sedere di una biondina impegnata in una vivace chiacchierata con Jonathan.
Sgrana gli occhi: - Ah però!
- Già, - fa Valter sardonico - belle chiappe eh?
- Eccome!
La nostra attenzione viene totalmente catturata dalla sua esclamazione.
- Allora, - continua - da quant'è che ci sta provando Jonathan? Dite che se la porta a letto, stasera?
Un giocatore di calcio, una gara di birre, una copertina di Max, un calendario in un camion, un film con Vin Diesel, un fumetto di Superman. Sono le immagini che scorrono davanti ai miei occhi mentre seguo Sara aggirare il bancone e mettersi accanto a noi.
- Uh, - guardo gli altri, disorientati quanto me - un quarto d'ora, all'incirca. Ma... non credo che faccia sul serio: convive e ha una bambina.
- Fico... - sussurra, poi chiude le mani a cono attorno alla bocca e urla: - Dai capo che stasera non ti va in bianco!
La biondina si gira e da sopra le sue spalle un Jonathan tanto stupito quanto imbarazzato ci incenerisce con lo sguardo. Sara sorride, noi altri ci raddrizziamo - mani in tasca e sguardo perso altrove - con aria disinteressata.
Psicologia femminile? Impossibile.
Non pioviccica più, ma ho ancora tirato su il cappuccio della giacca impermeabile, sopra il berretto stile mütze tedesco. L'aria è buona e fresca e mi solletica il naso e ho davvero voglia di respirarla a bocca aperta. Guardo l'ora sul cellulare: le 8:49. Mi dondolo sulle gambe mentre Roma si sveglia un'altra volta. E' la Roma dei commessi, delle cassiere, dei negozi e degli uffici, delle casalinghe, degli studenti in ritardo e di quelli che hanno fatto sega, delle madri che tornano a casa e di quelle che vanno a fare la spesa. Mi piace quando Roma è così. Mi piace starmene davanti a lei, con il Centro alle spalle e tutto il resto davanti. Mi piace sentirla così, in pace col mondo, in sottile sintonia coi miei sensi.
Una signora anziana avanza un po' incerta. Quando mi giro a guardarla sembra riconoscermi nonostante la kefiah e il cappuccio, e si avvicina.
- Scusi, ma vi è poi arrivato quel DVD che avevo chiesto l'altra volta?
Sorrido di cuore. Vorrei ridere, ma penso che non sta bene e allora mi trattengo. La guardo in modo conciliante: - Signora, - e allora mi do un'occhiata dai piedi in su - non ho ancora attaccato.
Sorpresa, la signora si scusa ed entra frettolosamente, lasciando nuvolette di fiato dietro di sé.
Chiudo gli occhi. Inspiro quest'aria così fresca e carica. Una canzone dei Joy Division passa come una eco lontana senza farsi riconoscere (forse è Decades, forse New Dawn Fades). Pochi suoni, pochi rumori. Poi qualcosa di freddo mi tocca il naso. Apro gli occhi. E' un dito. Metto a fuoco. E' il dito di Sara. Sorride.
- E' lui - fa a qualcuno alle mie spalle.
Mi giro e vedo Jonathan che mi saluta con un cenno: - Non attacchi alle 11:30?
Annuisco: - Avevo l'esame alle 8. Sono stato tra i primi. - Poi alzo le spalle: - Non sapevo dove andare.
Ammicca: - Ci vediamo dopo allora. Adesso rientro, ché c'è Pino da solo e...
Sparisce tra le porte del Centro. Sara è ancora qui. Ridacchia in quel modo vivace e ingenuno che contraddistingue le sue labbra.
- Allora? - Sgrana gli occhi curiosi.
Le faccio l'occhiolino: - 28.
- Sì! - Saltella e mi abbraccia, e allora scoppio a ridere e mi si sblocca qualcosa che avevo nel petto e che non mi faceva dormire da un paio di giorni, rendendomi inquieto. - Ci vediamo dentro, allora!
Annuisco e la guardo andarsene e lasciarmi di nuovo con Roma, per un po'.
Respiro. Sotto la kefiah sorrido ancora. Amo questa sensazione.
Entro in reparto facendo un gran respiro. Ieri ero fisicamente a pezzi e oggi ho ancora la mente un po' annebbiata dal sonno, nonostante sia andato a dormire presto. Sono stati dei giorni frenetici, fuori da qui, e ieri chiudere il reparto da solo era l'ultima cosa che volevo. Avrei bisogno di più tempo per sbrigare tutti i miei impegni, ma visto e considerato che a lavoro ci devo venire, la prenderò come una parentesi tra una cosa e l'altra.
Mentre cammino vedo Sara parlare con una cliente e la saluto con un cenno della testa. Mi rimanda un'occhiata tra l'incerto e lo stupito. Indagherò.
Dietro al bancone c'è Davide. Come capo settore è partito alla grande ed è totalmente diverso dal precedente: spesso, infatti, viene in reparto a darci una...
- E tu che ci fai qui?
Sorrido, spiazzato dalla sua domanda: - Ok, non sono Mr. Simpatia (e non mi piacerebbe esserlo), ma devo pur sempre lavorare.
Davide mi guarda smarrito, poi prende un foglio, lo controlla col dito e me lo passa.
- Dante, tu oggi non lavori.
Ci metto qualche secondo a comprendere quella frase. Prima di realizzare cosa comporti veramente afferro il foglio con la lista dei turni: nella casella relativa ad oggi non c'è il mio nome.
- Ma come: è domani che non dovrei lavorare. - Inizio a scaldarmi: - Pensavo che adesso li facessimo mese per mese i turni!
Davide trattiene il respiro, dispiaciuto ma fermo: - Hai ragione, Dante, ma vi avevo detto che questa settimana avrei avuto problemi e...
Lo fermo: - Ok, sì, fa niente, ho capito. Torno a casa. Ci vediamo domani.
- Dante...
Gli faccio l'occhiolino e gli do le spalle, dicendogli che non fa nulla con un gesto della mano.
L'ingresso al corridoio-dipendenti sembra più lontano. Gli scaffali mi sovrastano. Qualcuno si avvicina col dito alzato, ma lo ignoro. Entro nel corridoio e vado dritto al mio armadietto. Lo apro. Tiro fuori le scarpe e la felpa e poi lo chiudo con una tale violenza da far vibrare l'aria di tutta la stanza. Sara è qui, in fondo al corridoio. Non l'ho sentita entrare. Le do giusto un'occhiata veloce, poi prendo a togliermi il gilet e la maglia con cui lavoro.
- Davide m'ha detto...
Uno sbuffo inferocito la fa tacere. Mi sento in colpa un attimo dopo.
- Cristo, dovrei studiare e invece...
Si avvicina grattandosi un braccio: - Mi dispiace.
- Quaranta minuti di traffico, cazzo. E altrettanti al ritorno!
Si siede sulla panca dove mi sto slacciando le scarpe.
- Ma non ti avevano detto che...
- Sì me l'avevano detto, cazzo! - Sbotto. - Ma me ne sono scordato e non ho controllato gli orari! E già ieri è stata una giornata di merda: sono andato fino all'università per chiedere la tesi e sai che mi hanno detto? "Torni a marzo e forse gliela daremo". Come se a me non cambiasse un cazzo. E oggi questo. E mercoledì ho un esame e giovedì un altro, e poi altri due la settimana dopo e... Cazzo!!!
Riapro l'armadietto lanciandoci gilet e scarpe antinfortunistiche e lo richiudo con la delicatezza di prima. Sara mi guarda, poi guarda il pavimento. So che è davvero dispiaciuta per me e che se potesse farebbe qualcosa.
- Scusa - dico, e infine mi lascio cadere sulla panca. Prendo una lunga boccata d'aria, la trattengo un po', poi la lascio andare tutta insieme. - E' che è un periodo un po' stressante e... Avevo programmato queste due mattine di studio e invece sono andate a puttane, e con duecento pagine al giorno da ripetere sono tante e... Insomma, so che ce la farò lo stesso, ma volevo tanto che i prossimi esami andassero bene e invece...
Mi passo una mano tra i capelli, nervosamente, poi la alzo in segno di resa.
- Vabeh, - sospiro - fammi andare.
Sara mi prende una mano e mi guarda dispiaciuta e conciliante. - Mi dispiace.
L'abbraccio, o forse mi abbraccia lei, comunque ci salutiamo così e con un sorriso un po' triste. E poi mi alzo. Ed esco. E c'è il sole. E va un po' meglio.
Cinque minuti e poi si attacca. Fabio torna da noi e sorride mesto: - Eh, insomma, bel lavoro di merda tutti quanti.
Michele fa spallucce: - C'è di peggio.
- Tipo?
Lo guardiamo tutti, in attesa. Lui rimanda un'occhiata noncurante a me e Valter: - Non vi ricordate il promoter di qualche mese fa? Quello laureato in fisica, che ogni giorno ci spiegava come stesse lavorando ad una tesi su un calcolatore (o Dio solo sa cosa), senza mai portarla a termine.
Ce lo ricordiamo, eccome. Ma tra me e me penso che ci ricordiamo più il modo in cui ci faceva sentire: bene. E' triste, ma sapere che non eravamo gli unici a sprecare la nostra vita... Oddio, è questo che penso? Sto sprecando la mia vita? Oh Gesù, non bastavano la crisi mondiale, lo spreco di risorse, la fine del petrolio, la guerra in Medio Oriente, l'inquinamento ambientale, i miei vicini... devo proprio andarmi a cercare una preoccupazione in più?!
Valter porge una banconota da 5 a Fabio: oggi offre lui.
- Guajò, voi siete tutti scimuniti.
Lo sappiamo com'è Valter: spensierato, noncurante, easy. Solitamente tendiamo a non dare molto ascolto a ciò che dice (o a pesarlo il giusto, insomma), ma non so perché, stavolta cattura l'attenzione di tutti.
- Male, non male, lavoro, non lavoro. Ma che state a dicere? Il lavoro da commesso è una mmerda? E certo che lo è. Ma perché, pensate che l'avvocato sta meglio di noi? Che il medico sta meglio di noi?
Punta il dito su Michele: - Michè, te facevi l'informatico prima. Che era, tutto rose e scìori?
- Lavoravo in un negozio di computer, che è un po' div...
- Vabbuò, me stai a 'ntènne o no?
Michele annuisce. Allora si gira verso di me.
- E te non devi addeventà psicotico?
- Psicologo.
- E' suòccio. Te vedrai i pazzi, i matti. Che è: sarà sempre bello?
- Beh, in effepti...
- E allora non cagate 'o cazz'. Sapete perché 'sto lavoro non vi aggarba? Perché non è il lavoro che volete fare per tutta la vita. Io lo so, e per questo non mi dispero. Tra un po' compio 29 anni e fernìsco l'università. Allora sì che vorrò trovarmi nu' lavoro che mi soddisfa davvero. Fino ad allora qui ce 'sto solo pe' campà.
Prende il resto e se ne va via.
Saluto Fabio con un gesto e lo seguo. Michele mi viene dietro.
Mi piacerebbe che questo fosse un telefilm, così il discorso di Valter avrebbe aggiustato tutto quanto. Solo che nei telefilm tralasciano di dire che Michele lavora qui senza alcun progetto per il futuro; che secondo gli standard io avrei dovuto finire l'università tre anni fa; e che Valter stesso, in realtà, non sa di preciso che cosa farà con la sua laurea.
Su una cosa, però, ha ragione: non è il lavoro che vogliamo fare per tutta la vita. Forse dovremmo cominciare a pensarci.
Stavolta finiamo il caffè in un attimo, cosicché non abbiamo niente con cui temporeggiare e otto lunghi minuti prima di iniziare il turno. Fabio serve un cliente in doppiopetto e con una ventiquattrore. Mi vengono in mente tutte le volte che clienti del genere si lamentano con noi senza un motivo, guardandoti dall'alto in basso come se fossi un frutto ammuffito. Chissà se ne vale la pena...
Con un sospiro alzo di nuovo la tazzina. E' del tutto vuota, ma l'aroma del caffè si sente ancora.
- Sarà pure un lavoro di merda - dice ad un tratto Michele, - ma almeno ci dà da mangiare.
Valter ed io non commentiamo, probabilmente perché la cosa non ci consola affatto.
Valter, Michele ed io sorseggiamo lentamente il nostro minuscolo espresso. Non è davvero minuscolo, ma sorseggiare un espresso è comunque un po' ridicolo. D'altronde, se a noi piace così, a chi importa se sembriamo ridicoli?
- Dante, perché stai facendo spallucce? Sei ridicolo.
Fabio mi scruta perplesso, mentre con un paio di colpi ben assestati svuota il... il?
- Come si chiama il braccio della macchinetta del caffè, quello dove metti la polvere? - Chiedo.
Fabio osserva l'oggetto che ha in mano.
- Mh... "coso"?
- Non avevo dubbi - esclamo.
Lo esamina come se fosse la prima volta che lo vede, roteandolo gradualmente davanti agli occhi. - Caspita, non mi ricordo! E sì che lo uso centinaia di volte al giorno. E' uno di quegli oggetti comunissimi di cui non ricordi mai il nome!
- Già, - sorrido dopo un altro sorsetto, - tipo i cosini di carta dove vengono messi i pasticcini.
- I pirottini - fa Valter.
Fabio, Michele ed io interrompiamo ogni funzione non vitale e lo fissiamo increduli.
- Eh?
- I pirottini - ripete. - Si chiamano pirottini.
- Co... che... - la lingua inciampa sul palato e sulle gengive prima d'ingranare: - Perché diamine sai questo genere di cose?! - Sbotto.
- So' nu guajone 'nformato.
- Ma se l'altro ieri mi hai chiesto se Barack Obama e Bin Laden fossero imparentati! - Fa Michele.
- Uè, mica è colpa mia se c'hanno 'o nome uguale.
- Non è uguale!
Valter pone fine alla discussione con un annoiato gesto della mano mentre fa scendere le ultime gocce di caffè sulla lingua. Con una smorfia torno al mio espresso, finendolo con un ultimo, brevissimo sorso. Guardo l'ora: è ancora presto, non attacchiamo prima di dieci minuti. Michele deve star pensando la stessa cosa, perché fissa l'orologio incerto sul da farsi.
Fabio sorride: - Altro giro?
Dopo una rapida occhiata d'intesa annuiamo tutti e tre. E' piacevole potersi concedere un break un po' più lungo prima d'iniziare. Sa darti un po' di quiete prima dell'inevitabile tempesta.
- Uff... - E' Michele a sbuffare.
Gli lancio un'occhiata interrogativa.
- Niente, pensavo che domani mi tocca tornare da Ikea. Ho preso un comodino troppo largo e me lo devo far cambiare.
- Sapete - esordisce Fabio mentre ci dà le spalle, intento a preparare i nostri caffè - l'altro giorno sono stato anch'io da Ikea: devo farmi una nuova scrivania, ché la mia sta in quella stanza da quando avevo tredici anni ed è piena di graffi e ammaccature. Comunque - si gira e uno a uno ci porge i nostri caffè, voltandosi poi un'ultima volta per prenderne un quarto, per sé - mentre gironzolavo tra i mobili mi fermo a vedere questa scenetta: un dipendente Ikea se ne sta dietro una piccolissima postazione bianca, con davanti una lunga fila di clienti. Saranno stati una dozzina, come minimo!
Soffia sul caffè, poi lo assaggia una prima volta.
- Non so perché, ma resto lì a guardare e mi rendo conto che quel dipendente si occupa solo di fornire spiegazioni ai clienti. Così ho pensato a quello che gli potessero chiedere. Ve lo immaginate? C'era gente con carta millimetrata e altra con degli scarabocchi su fogli bianchi, e tutti che stavano lì a dirgli cose tipo, chessò: "Ma c'è un mobile di queste dimensioni per il mio studio?" o "Sto dipingendo la mia camera di azzurro e bianco, avete il letto serie Vattelappesca di questo colore?".
Ridacchia e, dopo un altro sorso, conclude: - Non so, ma immaginare che quel dipendente sta lì tutti i giorni, fisso alla sua postazione, a rispondere a domande del genere, mi ha fatto pensare: "Che lavoro di merda!".
Si lascia andare in una risata sommessa mentre, con un'ultima sorsata, finisce del tutto il suo caffè.
Noi no, non lo finiamo, a dire il vero non lo abbiamo neanche iniziato, il caffè. Fabio smette di ridere e mostra un'espressione dubbiosa, guardandoci esitante uno ad uno. Poi realizza, perché la bocca gli si apre a metà. E deve realizzare qualcos'altro, perché lo sguardo gli cade a terra, sui suoi piedi.
- Ah - fa.
- Eh... - annuisce Valter.
Michele guarda altrove bevendo l'espresso d'un fiato.
- Già -, concludo io.
La porta si chiude alle mie spalle con un rauco rumore metallico. Percorro tutta la lunghezza del corridoio-dipendenti ravanando nelle tasche alle ricerca di un fazzoletto sgualcito: oggi fa un po' meno freddo, ma il mio naso non ha ancora riparato la perdita. Apro l'armadietto e ci butto dentro lo zaino, poi mi tolgo la giacca e l'appendo alla stampella. Quando Michele entra ho appena finito di allacciare le scarpe da lavoro.
- Ehi Dante! Caffè?
- No, grazie.
Do un'occhiata al cellulare. Sono in anticipo di qualche minuto, così decido di aspettare Michele.
Mentre attendiamo che il distributore finisca di versare la bevanda non scambiamo una parola. Scopro che Michele prende un espresso senza zucchero e che lo finisce in tre sorsi: due piccoli, e un terzo più grande, durante il quale mi osserva da dietro il bicchierino.
- Non hai dormito? Hai due occhiaie... - dice mentre lo lancia nel cesto della spazzatura.
Sbadiglio: - Sono in piedi dalle 6 di mattina. Al pensiero di dover passare qui le prossime ore mi vien voglia di spararmi.
- Dormire di più mi sembra una soluzione migliore.
- Non avere l'esame di statistica alle 8 anche.
Quando entriamo nel reparto le luci e i rumori creano un violento contrasto con la quiete inanimata del corridoio-dipendenti. I neon sembrano più forti del solito, o forse sono solo i miei occhi che oggi fanno più fatica a restare aperti. Veniamo subito attaccati da una cliente che ci chiede dove trovare gli auricolari per i cellulari, e mentre le do tutte le indicazioni vedo Michele aprire un cassetto di una bacheca e prendere un telecomando.
- Allora, - parla prima che possa chiedergli cos'ha intenzione di fare - com'è andato quest'esame?
Sospiro: - L'ho superato, ma la mia media si sta avvallando sempre di più.
Senza guardarmi alza le sopracciglia.
- Diciannove, - dico.
- Ah, - dice.
Superiamo le due corsie coi televisori e quella delle console, ma quando faccio per girare nella zona telefonia, per andare verso il bancone, Michele mi tira la manica e svolta a sinistra. Lo seguo perplesso. Forse vuole fare il giro lungo.
Camminiamo lungo una fila di piccoli espositori senza dire nulla per un po'. Poi è di nuovo lui a prendere l'argomento.
- Diciannove è un po' bassino.
Non fiato. Non ho voglia di sentirmi dire qualcosa che già so, e in generale non ho voglia di parlare di questo esame. Anzi, non ho voglia di parlare e basta, e spero che il mio mutismo elettivo sia abbastanza chiaro.
- Ma... -, e mentre lo sto per zittire, per dirgli "Guarda Michè, non è giornata. Lo so che è un voto da schifo, ma l'ho dovuto prendere. Perché? Perché voglio uscire da questa dannata università e lasciarmi i professori, gli esami, i tirocini e questo lavoro alle spalle, illudendomi di poterne finalmente trovare uno nel mio campo, che veramente mi gratifichi", mentre sto per dirgli tutto questo Michele mi dà una pacca sulla spalla: - E' pur sempre un esame in meno. Meglio così.
Mi tengo tutto quanto in bocca, così tante frasi che non riesco a non tenerla semiaperta. Quando le ricaccio giù, nella gola, sento scendere una piccola ma chiara sensazione di calore, come un sorso di una bevanda calda.
Poi Michele alza il telecomando e preme un tasto. Un televisore si spegne.
- Perché? - Chiedo.
- E' almeno un mese che quel televisore trasmette lo stesso film, su DVD. Ogni giorno ci trovo incollate davanti delle persone e ok, nessun problema fin qui. Da qualche settimana, però, ho notato una cosa.
- Cosa?
- Alcune di quelle persone sono le stesse di qualche giorno prima. Non so perché vengano, non so perché sono qui, ma sono le stesse, identiche, persone che c'erano qualche giorno fa.
Mi stringo nelle spalle: - E' assurdo, ok, ma allora? Perché cambiare canale?
- Proprio perché è assurdo! - Dice allargando le braccia. Poi accenna un sorriso compiaciuto, portandosi le mani sui fianchi: - Mi piace pensare che, cambiando canale, abbia in qualche modo cambiato anche la loro prospettiva del mondo. In meglio, ovviamente.
Rido: - Tu sei matto.
Michele schiocca le dita e mi punta l'indice addosso: - John Nash non se la passava tanto meglio.
- La
t di Student è uguale a: (μ1 – μ2) / √{[(n1s²1 + n2s²2) / (n1 + n2 – 2)] * [(n1 + n2/n1n2)]}
Sara e Valter s'interrompono, rimandandomi un'occhiata tanto preoccupata quanto sconcertata.
- Dante, non ho assolutamente capito cosa hai detto - fa Sara, poggiandomi una mano sulla spalla e sorridendo, - ma se sai a memoria formule simili l'esame di domani ti andrà sicuramente bene.
Sospiro, rivolgo gli occhi al cielo e scanso gentilmente la mano. Meccanicamente prendo una penna per appuntare la formula da qualche parte. Non trovando alcun foglio decido di scrivermela su una mano.
La mostro soddisfatto ai miei colleghi, che ridacchiano indulgenti.
- Non mi serve a niente.
Sara alza un sopracciglio.
- Non mi serve a niente sapere questa formula. Durante l'esame ci danno il formulario.
- E allora perché l'hai...
La zittisco con un dito davanti alle labbra, poi agito la mano a mo' di "lasciamo perdere".
- Ok, - continua - cos'è che stavamo dicendo, Valter? Ah sì, il porno. Quindi si tratta di un'intera partita di "Metropolis" compromessa?
- Fallata credo sia il termine più appropriato - intervengo.
Si scioglie i capelli e comincia a rifare la coda, guardandoci incredula: - Ma com'è possibile? E il cliente che ve l'ha riportato cos'ha detto?
Valter sghignazza: - E qui sta il bello. 'O fatto del cliente era una scusa, pe' farti vedere il film.
Con le braccia a mezz'aria, dietro la testa, Sara guarda prima un punto in alto dietro di noi, poi lo sguardo le scivola verso il basso, e d'un tratto torna a piazzarsi sulle nostre figure.
- No! Volete dirmi che...!
Annuiamo sardonici.
- Non ce n'è tornata nemmeno una copia indietro - sorrido.
Sara si lascia scappare un singulto d'ilarità. Finisce di sistemarsi la coda e poi se ne va inarcando le labbra: - Voi uomini fate proprio schifo.
Il grido di Valter la raggiunge dopo qualche metro: - E chi 'o dice ch'erano clienti uomini?!
- Ehi Sara...
"Il tempo delle rese" potrebbe essere un bel titolo per un film sul Centro, in questo periodo. I cambiamenti promessi dal passaggio di Davide a capo settore mi sembrano troppo lontani e ogni giorno subisco le orde di clienti insoddisfatti dai propri acquisti natalizi, preparandomi emotivamente come un suddito di Théoden alla vigilia della battaglia nel fosso di Helm.
Ok, Michele ha vinto la sua scommessa: la maratona "Il signore degli anelli - versione integrale" ha definitivamente mandato in corto qualcosa nel nostro cervello.
Valter arriva nello stesso momento in cui Sara si gira.
- Salute a te, Dante, figlio di Alighiero II, guelfo di Bellincione.
Sì, definitivamente in corto.
- Chi è Alighiero II? - Chiede Sara.
- Il papà di Dante Alighieri.
- Valter, come fai a sapere il nome del padre di Dante Alighieri?
Valter mi guarda come per dire "Sicuro di volerlo sapere?".
Scuoto la testa: - Sara, volevo chiederti una cosa. Potresti dare un'occhiata a questo film? Un cliente ce l'ha portato indietro dicendo che non vanno i sottotitoli.
Le allungo una copia di "Metropolis" e lei la prende un po' stordita.
- Perché dovrei... Aspetta, non mi freghi Dante! Questo è "Metropolis", è un film muto: non ci sono sottotitoli.
- Ma no, - do un'occhiata a Valter - intendo i sottotitoli ai commenti del produttore, o qualcosa del genere. Cose così, hai presente?
Sara pare accettare la mia spiegazione. La guardiamo dirigersi verso un televisore al plasma su cui è trasmesso un film con Jack Black. Apre la custodia, infila il disco nel lettore e lo fa partire.
L'immagine di un atletico uomo di colore, intento a schiaffeggiare le natiche di una biondina appena ventenne e prossimo a profanarla con il suo notevole membro, investe l'esile figura di Sara. Valter ed io scoppiamo a ridere, mentre lei rimane immobile, come ipnotizzata davanti allo schermo.
Poi si gira: - Ma... questo non è "Metropolis" - fa con voce candida e sorpresa.
Prima che altri clienti vedano la scena mi avvicino e spengo lo schermo.
- No cara, - sorrido - non è "Metropolis".
Sono depresso.
Quando si avvicina il periodo degli esami universitari sono sempre depresso. Mi ricorda quanto ancora mi manchi alla fine (beh, non così tanto, attualmente) e quanto tempo ci ho messo ad arrivare fin qui (ok, così tanto). Poi scendo dalla macchina, prendo l'ascensore del Centro, arrivo al negozio, passo il badge all'entrata del corridoio dipendenti, mi cambio, entro in reparto e... la prospettiva di scontare qui dentro il resto dei miei giorni mi assale come una sorta di mostro oscuro, succhiando avidamente le poche energie positive che mi sono rimaste.
L'ho già detto, ma ridiciamolo: il lavoro, in certi casi, non aiuta.
Davide mi saluta frettolosamente, correndo verso un lato del negozio: - Ciao Dante! Squilla il telefono, ci pensi tu?
No.
Ok, sì. Ma lo farò male. Oggi è grigio e l'ultima cosa che voglio è mettermi a lottare con un...
- Pronto?
- E' il Centro?
- No, pizzeria da Mimmo.
Silenzio spaziale dall'altro capo del telefono. Forse si aspetta una mia smentita; forse si chiede se ha fatto il numero sbagliato; forse se non dico nient'altro resteremo così per l'intera mattinata.
- Stavo scherzando, - aggiungo melanconico - è il Centro.
- Ah. Sì. Senta...
L'ho spiazzato. E' bello quando li spiazzi. Vorrei poter spiazzare anche i miei professori. Spiazzarli via dalla mia vita. Si può usare il termine spiazzare in questo c...
- ...capito?
Ops.
- Mi scusi, signore, c'è stata un'interferenza. Può ripetere?
L'ho spazientito. E' bello quando li sp... ok, meglio mettere un freno alla testa.
- Le ho detto che volevo fare un cambio, è possibile?
- Sì, beh, non via telefono. Deve portarmi il prodotto, munendosi di scontrino.
- Ecco, questo è il problema: non ho lo scontrino.
Una novità.
- Signore, ma senza scontrino come faccio a farle il cambio? Per quanto ne so potrebbe averlo preso ovunque, quel prodotto. - La mia voce è la quintessenza dell'apatia. Sono "Malinconia" di Edvard Munch, Something In The Way dei Nirvana, il protagonista maschio de "Il giardino delle vergini suicide". Sigmund Freud mi avrebbe voluto come compagno di merenda.
- Ma guardi, non l'ho preso io, l'ha preso mia moglie...
- Oh beh, questo cambia tutto.
- ...una signora alta...
Comincio a fare scarabocchi con la penna.
- ...con due bambini...
Disegno un omino.
- ...un barboncino bianco...
E un patibolo.
- ...ricorda? E' venuta da voi il giorno prima di Natale.
Qualcuno mi strappa la cornetta pinzata tra spalla e orecchio, facendomi scivolare il gomito dal bancone e schizzare via la penna dalla mano.
- Signore il mio collega è depresso, richiami più tardi. - E' Michele. Riaggancia senza dire altro, poi si rivolge a me con un cenno del mento: - Esami?
- Esami.
- Caffè?
- Caffè.
Odio il mio lavoro, amo i miei colleghi.
Pausa caffè. Assieme a Davide entro nel corridoio-dipendenti dove Sara, Michele e Valter mi stanno aspettando prima di uscire. Il loro turno è finito da una manciata di minuti, ma attendevano noi due per tirare le somme della giornata di ieri. Il reparto, intanto, rimane in mano a Pino: dovremo fare una cosa veloce.
- Allora... - Davide si gratta la nuca mentre guarda la macchinetta del caffè. - E' inutile che vi dica il casino che c'è stato ieri. Di mattina c'eravamo Pino, Johnatan ed io, mentre il pomeriggio ero praticamente da solo. Il capo settore, come vi ho detto, quando ha saputo del vostro sciopero ha chiamato Mario con largo anticipo, tipo due settimane fa, ma era già impegnato e ci ha potuto garantire solo qualche ora. Stefania aveva già detto di no e visto che sta per passare ai libri non le interessava mettersi in mostra. Insomma, ho dovuto sistemare il magazzinoe servire i clienti da solo. Per un'ora è addirittura uscito il capo settore a darmi una mano.
Quest'ultima notizia ha dell'incredibile, ma non smorza il senso di colpa che proviamo. Tuttavia nessuno dice nulla. Sappiamo che abbiamo scioperato per una giusta causa e sappiamo anche che Davide è totalmente dalla nostra e che se ci sta dicendo queste cose è solo per sfogarsi un po'. Dev'essere stato un inferno.
Michele inserisce una monetina nel distributore e offre un caffè a Davide, che accetta volentieri. Noi altri invece non prendiamo niente.
- Il capo settore ha fatto la lagna - continua. - Solite storie: così non ci si comporta, adesso vedranno, eccetera eccetera. Il problema è che la faccenda non si risolverà così facilmente. Dalla sede centrale è arrivata una nuova direttiva. Oddio, "nuova"... Si sa da un mese, ma nessuno mi aveva detto niente. Hanno deciso di creare una nuova figura, il capo acquisti. E' entrata in vigore col nuovo anno e si tratta di un capo nazionale che dirige gli acquisti di tutti i negozi italiani.
- Ma so pazzi?! - Sbotta Valter. - Accusì faranno solo più caos. Come fa uno sulo a gesti' gli acquisti di tutti i negozi?
Michele si massaggia il mento mentre sembra pensare a voce alta: - E' tutto computerizzato. Gestirà gli ordini in base ai dati che riceverà e...
- Sì, ma così ci tolgono ancora più possibilità di scelta nel fare gli ordini, - aggiunge Sara - ed è già un casino così com'è. Ad ogni modo questo che c'entra con lo sciopero di ieri?
Davide finisce l'ultimo sorso di caffè: - C'entra col fatto che il caposettore si è lagnato, sì, ma in sostanza se n'è sbattuto fin dal principio.
- Ma è da idioti! - Esclamo. - La protesta non riguardava solamente gli ordini, ma le condizioni in cui stiamo lavorando. Se il reparto va male anche lui ci rimette.
- Già, a meno che non ci sia una novità.
Davide abbozza un sorriso. Non aggiunge niente per qualche secondo, ma ho la forte impressione (o forse la segreta speranza) di sapere cosa stia per dire.
- Sputa, - fa Michele.
- Il caposettore se ne frega perché ha ottenuto il trasferimento a Torino. Da febbraio non sarà più tra noi e... beh, mi hanno offerto il suo posto.
Sara esplode in un salto degno di Fiona May, buttandosi di peso su Davide con le braccia attorno al suo collo.
- Sììì!!!
Valter, Michele ed io battiamo le mani e diamo pacche sulle spalle a Davide, che farfuglia un "non ho ancora deciso, anche se credo proprio che...".
E il resto viene da sé. Il caposettore se ne fregherà ancora per le prossime settimane e questa storia del capo acquisti ci spaventa non poco: significherà sicuramente nuovi scazzi e ulteriori casini sul lavoro. Ma l'idea che Davide sia il nostro nuovo caposettore, l'idea di avere un superiore con cui hai un bel rapporto e una certa confidenza, entusiasma tutti quanti.
Lo sciopero è andato, forse non ha avuto i risultati sperati, ma almeno abbiamo dimostrato a noi stessi (e anche a qualcun'altro) che, se vogliamo, siamo in grado di organizzare qualcosa per migliorare le condizioni di questo reparto, o almeno per provare a farlo. E' un successo notevole e penso che tutti si sentano fieri di sé come mi ci sento io.
Finalmente posso dirlo: buon anno nuovo.
Riiiing.
Un anziano lord inglese mi serve uno squillante telefono rosso su un vassoio d'argento, mentre prendo il sole su un prato smaltato di verde. Riiiing.
Una scarica elettrica fulmina il cervello. Riiiing.
- 'spèttami!!
Con un gridolino soffocato mi trovo a sedere sul letto. In mano il cellulare continua a vibrare e a trillare fastidiosamente. Quand'è che l'ho preso dal comodino? Riiiing.
Rispondo.
- Pronto?
- Dante? Dormi? - è Sara.
- Dormivo, sì.
- Quindi non sei a lavoro?
Il terrore mi schiarisce per un istante la mente: il lavoro, cazzo! Perché questa cazzo di sveglia non ha suonato?! Che ore saranno? Ce la faccio ad arrivare in tempo? Salto giù dal letto e scatto verso il bagno riuscendo ad infilare solo una ciabatta.
- No, merda, la sveglia non ha suonato! Oggi... - e poi vedo mio padre seduto davanti al suo PC, mentre gioca a Spider con accanto una tazza di caffellatte. - Ehi, ma oggi non c'è lavoro. Oggi è... Non è la befana, oggi? Abbiamo deciso di fare sciopero, no?
Dall'altra parte Sara risponde candidamente: - Sì, infatti stavo telefonando a tutti per vedere chi ha mantenuto la parola. Hai mica il numero di Valter?
Alzo gli occhi verso la pendola del soggiorno: le 8 e 23.
- Cristo Santo, Sara... Per una volta che potevo dormire! L'abbiamo mantenuta tutti la parola, gli orari sono stati già fatti ormai! Ne abbiamo persino riparlato ieri: chi vuoi che ci abbia ripensato, stamani?!
- Ma Johnatan...
- Johnatan l'ha detto prima di Natale che non poteva più!
Silenzio. Dovunque si trovi Sara in questo momento non c'è niente che le fiati attorno. Mi passo una mano sugli occhi mentre con un cenno do il buongiorno a mio padre che si è girato per scrutarmi da sopra gli occhiali.
Dall'altra parte Sara sussurra colpevole: - Allora me lo daresti il numero di Valter?
Sospiro: - Certo, aspetta un attimo.
Perché mai deve toccare solo a me?
- Organizziamo qualcosa.
Ce ne stiamo lì per terra con i DVD sparsi attorno, la copia di "Alla ricerca di Nemo" davanti ai nostri piedi. Sara ha smesso di piangere, io ho smesso di agitarmi. Devono essere passati solo cinque o dieci minuti, ma sembra un'ora che siamo lì in silenzio. Il roll giace silenzioso come il monolite di Kubrick, a pochi passi da noi, ed io fantastico un po' su come questa situazione sembri un'abusata sceneggiatura da film tardo-adolescenziale (e cerco di farmi venire in mente qualche film del genere, ma non ci riesco).
Poi Sara rompe il silenzio.
- Come? - le chiedo.
- Scioperiamo.
Per un momento penso che sia ancora scossa, che non abbia buttato fuori tutto, che forse quello è un ultimo sfogo nello sfogo, ma decido di ascoltarla.
- Scioperiamo? E come?
- I festivi. Non veniamo più per i festivi.
A lavoro dobbiamo dare la disponibilità per i festivi. Se volessimo potremmo rifiutarci di venire e allora sarebbe il caos. Davide, che anche potrebbe scegliere di non venire ma che è troppo responsabile per farlo, si ritroverebbe da solo, ma il capo settore non potrebbe dirgli niente e nessuno potrebbe prendersela con noi. In via del tutto teorica.
Mi gratto la testa: - Non lo so, ci ammazzano.
- Che ci fanno? Ci aumentano le ore? Ce le diminuiscono? Ci fanno fare cose non previste dal contratto? Fanno giganteschi inutili ordini a pochi giorni dalle feste?
Sorride sardonica e viene da ridere anche a me. Qualunque ritorsione sarebbe svantaggiosa per loro, oppure niente più di quanto stiano già facendo.
- Sono stanca di lavorare così. Anzi no, sono più stanca di tante altre cose, ma sono stanca che anche qui debba andare male. Non è possibile, Dante. Non è possibile che ci trattino come idioti, o come schiavi, o... che se ne freghino. Siamo degli esseri umani, cazzo. Il commesso è una persona, non un robot.
Si alza in piedi e mi dà una mano a tirarmi su.
Guardo i DVD per terra: - Non so, Sara. Cioè, sono d'accordo con te, credimi, ma ci ho già provato e non è andata tanto bene. Michele, Valter, Johnatan, Pino (va be', lasciamo perdere Pino...). Si lamentano tutti quanti come noi, ma non hanno iniziativa, non fanno niente per cambiare. - Comincio a raccogliere qualche film da terra, lentamente. - Non è che gli stia bene questa situazione, è che... Non so, magari sono sconfortati. Ci ritroveremmo da soli, fidati, e non è bello.
Sara è immobile, non mi aiuta, ma mi fissa duramente.
- E che dobbiamo fare, allora? Stare qui a lamentarci e aspettare la prossima volta per dire di nuovo quanto sono stronzi i nostri capi? Bestemmiare, dirgliene di tutte i colori alle spalle e poi fare buon viso a cattivo gioco e amici come prima, fino alla prossima volta? Dobbiamo fare così?
Alzo le spalle e in quel momento mi rendo conto di quanto anch'io, a 11 mesi dall'inizio di questo lavoro, sia completamente sfiduciato rispetto alla possibilità che qualcosa possa cambiare. "Dante contro il Centro" mi sembra un Davide e Golia senza l'happy end, e "I commessi contro il Centro" un remake che lascia inalterato il finale.
Penso a Clerks II e ancora una volta mi convinco che nei film è tutto più facile.
- Diciamolo agli altri. Diciamogli di questo roll e di quelli precedenti e di quelli che ci saranno tra qualche giorno e dopo le feste. Diciamoglielo, e diciamogli di rifiutarci di venire il prossimo festivo (quand'è? Il 6 gennaio mi pare, no?). Se accettano, bene, sennò fanculo tutti e saremo solo noi due a non venire. Almeno ci abbiamo provato.
Sara ha quattro anni meno di me, è dell'85. Mi sembra l'unica cosa che conti, in questo momento, ma non so se è peggio pensare che lei è ancora "giovane e illusa" o che io sono troppo "vecchio e disilluso".
Vecchio a 27 anni. Che brutta fine.
- D'accordo.
Le se illuminano gli occhi: - Ci stai?
- Ci sto.
- Non è che poi all'ultimo...
- Ci sto, ho detto che ci sto. Il 6 non vengo a lavorare se non promettono di cambiare le cose in reparto.
- Grande!
Mi fa il segno di battere il cinque ed io le presto il gomito dato che ho le mani occupate dai dischi. Poi mi fa cenno di salire sulla scala per rimetterci a lavoro e mi viene da ridere, senza un perché, e così ridiamo entrambi e poi mi sa che iniziamo a ridere su quanto siamo stupidi a ridere senza un perché.
Forse, penso, ridiamo perché siamo felici quando qualcuno ci ricorda che, dopotutto, possiamo dimostrarci di non essere diventati quello che un tempo disprezzavamo. Non lo so e non so come andrà a finire, ma è un buon inizio.
- Che palle eh?
Arrampicato sulla scala prendo i DVD che Sara mi passa e li metto a posto, cominciando dai ripiani più alti. Riordinare e sistemare non è mai stato il mio forte e il lavoro non mi ha cambiato un granché, con sommo dispiacere di mia madre. Sara non risponde, non ha detto nulla da quando siamo entrati in magazzino e, ora che ci penso, anche da prima. Dev'essere più incazzata di quanto pensassi e comincio a chiedermi se, per caso, non abbia il ciclo.
- Ma stai bene? - è la cosa più idiota che mi venga da chiedere.
Lei annuisce con un "mh-mh" poco convinto ed io non posso far altro che prendere un altro blocco di DVD e passare al ripiano successivo. Anch'io sono incazzato. Non mi capacito ancora di come i miei superiori possano essere così sprovveduti e così menefreghisti. Fosse la prima volta abbozzerei, ma qui a furia di abbozzare abbiamo distrutto la carrozzeria.
Buona questa. "A furia di abbozzare abbiamo distrutto la carrozzeria". Devo segnarmela e scriverla sul blog appena torno a...
Con un clank improvviso il ripiano si stacca da una delle due colonnine di sostegno e i pochi DVD messi a posto scivolano via, precipitando verso il pavimento e addosso a Sara, che si protegge la testa con le braccia. Impreco ad alta voce e controllo cos'è successo al ripiano, ma capisco subito che si tratta di una banalità.
- E' solo finito fuori asse (o qualcosa del genere). Lo rimetto subito a posto. - Poi sorrido: - Meno male che eravamo all'inizio: pensa se l'avessimo riempito tutto!
E lì inizia. Sara scoppia a piangere e si siede a terra, con la testa tra le ginocchia e il DVD di "Alla ricerca di Nemo" ancora in mano. Sgrano gli occhi e resto a bocca aperta sulla scala. Istintivamente alzo gli occhi, preoccupandomi senza motivo che qualcuno possa sentirla singhiozzare. Poi scendo dalla scala e mi avvicino, cautamente. Faccio per metterle una mano sulla spalla, ma il suo pianto ininterrotto in qualche modo mi blocca e quando le esce un singhiozzo più acuto sobbalzo come un cane impaurito.
Comincio a grattarmi un braccio che non mi prude: - Ehi, tutto ok?
Oh certo, deve stare meravigliosamente bene.
La sua voce esce tamponata attraverso le gambe, bagnata dalle lacrime: - No, va una merda.
"Suppongo che sia proprio così", penso. Non ho idea di quale possa essere il passo successivo. Decido di abbassarmi sulle ginocchia per stare alla sua altezza. Tengo le mani sulle gambe.
- Dai, cioè... ok, è un lavoro di merda, però magari...
Quando alza la testa trattengo il respiro. Il viso, rosso e bagnato, sembra quello di una persona che non ha fatto altro che piangere negli ultimi cinque mesi. Gli occhi sono semichiusi per le lacrime, arrossati e gonfi, il labbro inferiore le trema visibilmente e il naso le cola un poco.
Dovrei dire qualcosa, ma cosa? I pensieri vagano con un lampo all'ultima volta che ho visto una ragazza piangere e i neuroni della memoria riportano a galla la faccia di Erika Mariani disperata per l'amore della sua vita, in quinta elementare.
Sono nei guai.
Sara mi guarda un secondo e per fortuna mi toglie dall'imbarazzo di dire qualcosa per primo: - Non è questo lavoro, non solo almeno. E' che è Natale ed io non ho ancora fatto i regali a nessuno, nemmeno al mio ragazzo, e mia madre mi ha commissionato quelli per i parenti e io le ho detto di sì ma non so come fare. E poi c'è l'altro lavoro, la traduzione, che dovevo finire entro la fine del mese scorso e invece sono ancora in alto mare e, ok, l'editore mi ha dato più tempo, è stato gentilissimo, ma io non riesco ad andare avanti.
Tira su col naso.
- Quattro giorni fa, poi, hanno ricoverato mia nonna, al Pertini, e non si sa come sta e non si sa come passeremo queste feste e io spero tanto che non muoia ma ho paura invece che... - s'interrompe e si passa una manica sotto il naso. - Intanto c'è la vicina che mi chiede se posso dare ripetizioni al figlio, come ogni anno sempre durante le feste. Ma cosa crede? Che per me non è festa? E ok, d'accordo, mi paga e io posso sempre dirle di no, ma poi mi dispiace, ché lei non ha il marito e ha quattro figli a cui badare e allora... non lo so, mi sento in colpa, capisci?
Annuisco prontamente.
- E tutto questo e... e altro e... E alla fine pure questa cosa qui, dei DVD. Ma che cazzo, ma dico io: è possibile? Non potete fare gli ordini così! Secondo voi chi li deve mettere a posto? Chi deve pensare ai clienti? Chi si fa tutto il lavoro? Noi! Loro stanno semplicemente dietro a un PC e inviano una mail di richiesta per l'ordine, stop. E... e io non ce la faccio più Dante, ecco. Sto scoppiando.
Quando mi abbraccia devo aiutarmi con le mani per non perdere l'equilibrio. Tengo ben salde le punte dei piedi sul pavimento, mentre i muscoli delle gambe lavorano per tenermi in equilibrio col peso di Sara addosso. Una volta raggiunta un minimo di stabilità ci metto un po' prima di decidermi ad abbracciarla anch'io. Le do qualche colpetto sulla schiena e penso a quanto freddo possa essere questo gesto, allora decido di fare dei piccoli massaggi circolari con la mano, e mi sento un po' meglio.
Intanto Sara riprende a piangere, ed io non so che fare.
- Me la sto facendo sotto.
- Ok Valter, grazie per avermi informato sulle tue condizioni fisiologiche. Ora vuoi lasciarmi bollinare questi maledetti videogiochi in pace?
Bollinare è nocivo alla salute. Dovrebbe esserci una categoria di lavoratori appositamente assunta per. Ogni volta che appiccico un bollino sulla custodia ripasso mentalmente le righe del mio contratto: da nessuna parte c'era la parola "bollino". Sono accovacciato da un'ora buona e non ho neanche raggiunto la metà dei videogiochi. E mancano ancora i DVD.
Valter ha il suo modo di fare la cosa. Prende una manciata di prodotti, tanti quanti ne può tenere con una mano, poi comincia a camminare avanti e indietro descrivendo un semicerchio attorno alle mie spalle e attaccando ritmicamente un bollino ogni tre passi. Dice che il ritmo lo aiuta. Io invece mi sento come ossessionato da un fantasma. Un fantasma che parla, per di più.
- Meno male che ai clienti ci stanno a pensà Johnatan e Sara.
- Ci mancherebbe solo quello - grugnisco.
- Sì, che oggi poi è venerdì, e il venerdì è pèggio.
Ok, stop. Mi lascio cadere esausto col sedere per terra. Le ginocchia prima strillano per l'improvviso cambio di posizione, poi, quando stendo le gambe sul linoleum, il loro urlo comincia ad affievolirsi e a far spazio ad un disteso e rilassato silenzio.
Le massaggio vigorosamente.
- Ah sì? Credevo che il sabato fosse il giorno peggiore.
- No signore, è venerdì - dice Valter afferrando un'altra manciata di dischi. - E' statisticamente provato.
Stiro la schiena puntando le mani per terra, dietro le spalle, e inarcandola verso l'interno. Un paio di vertebre scricchiolano rumorosamente.
- Statistica eh? Odio quella materia...
- Comunque, così è. Ne ho la prova.
- Vai.
Soddisfatto per il mio interesse Valter si accovaccia accanto a me.
- Che succede il venerdì, fuori dal Centro?
Ci penso su: - ...la gente vive la vita mentre noi rimaniamo rinchiusi qui dentro?
Schiocca la lingua: - No, non ci siamo. Non hai mai sentìto nibba?
- Sentito cosa?
- Sirene.
- Sirene?
- Sirene.
Vago con lo sguardo oltre la sua spalla, poi torno a guardarlo negli occhi: - Intendi quelle che Ulisse...
- Ma no, smoccòlone! Le sirene dell'ambulanza! Nii-noo, nii-noo...
- Ahh! -. Mi sento vergognosamente stupido.
Valter riduce la voce a un sussurro: - Di venerdì... ce ne so' di più.
Mi guarda dritto negli occhi con un'espressione penetrante. Annuisce impercettibilmente con il mento, come se dovessi aver raggiunto un'inenarrabile verità, il segreto svelato che cambierà per sempre la mia percezione del mondo.
Sgrano un po' gli occhi: - E... quindi?
- Ma come "e quindi"? - Con uno scatto è di nuovo in piedi. - E' logico no?
- Credo che mi sfugga qualcosa.
Scrolla le spalle con uno sbuffo: - Non capisci mai! Se ci so' più sirene dell'ambulanza vulé dicere che ci sono più incidenti, giusto? E chi li fa quegli incidenti? Dei nostri potenziali clienti. Quindi il venerdì la gente è più svalvolata, sta ancora più fuori che negli altri iuòrni. Ecco perché il venerdì è pèio. E' logico!
Concedo alla mia mente la possibilità di depositare quell'accumulo di... di.
- Valter mi pare una grandissima str...
- E' cusì, fidati.
- Ok, ma perché mai la gente dovrebbe essere più sclerata di venerdì, tanto da fare un incidente?
Fa spallucce: - E io che ne so?
Con un gesto fiocina un'altra mezza dozzina di videogiochi e riprende il suo ritmico su e giù. Mi chiedo se qualcuno non abbia cosparso questi cosi di LSD.
Arriva il capo settore. Odio quando il capo settore fa qualunque cosa.
Si appropinqua con quel suo fare estivo da ragazzone abbronzato della riviera romagnola. Per dieci secondi lo immagino in bermuda e camicia hawaiana, con una noce di cocco munita di cannuccia in una mano e una bionda con la quarta avvinghiata dall'altra. Lo vedo alzare gli occhiali da sole, succhiare rumorosamente dalla cannuccia e poi stendere le labbra in un sorriso superbo, mentre con indice e pollice imita una pistola e spara dritto al cuore di una cassiera bruttina.
Lo odio.
- Ehi Dante!
- Aloha.
- Eh?
- Niente, lascia perdere. Cosa ti serve?
Mi strizza l'occhio, piazzandomi davanti un mucchietto di fogli caldi e croccanti, appena sfornati dalla stampante. Decine di righe riempiono lo spazio orizzontale di ogni foglio; le colonne lo dividono in tre parti. All'interno i nomi di videogiochi e DVD, con accanto due prezzi diversi.
- Non capisco...
- Dovete prendere quei prodotti e bollinarli: sono offerte speciali.
Non ci credo: - Ma saranno un centinaio di voci!
Il suo sguardo si fa grave, ipoteticamente comprensivo, se non fossi certo che "comprensione" è un vocabolo oscuro al suo dizionario.
Mi poggia una mano sulla spalla: - Lo so Dante, è un lavoraccio e, credimi, ti capisco -. Non ti crederei nemmeno se fossero parole pronunciate sul letto di morte. - Ma è Natale, ormai. Capisci? Sono offerte che vanno fatte, ne ha bisogno il reparto. Ne abbiamo bisogno noi.
Rose per la prima attrice al camerino numero 1.
- Natale è iniziato almeno un mese fa, qui.
Sorride: - Giusto! Allora buon lavoro, eh!
E via di nuovo. Con una piroetta i suoi abiti volano via e ricompaiono la camicia hawaiana e i bermuda. Una musichetta funky accompagna ogni suo saltello, mentre le donne si sciolgono davanti ai suoi sguardi magnetici e ai suoi bicipiti lucidi e abbronzati.
E intanto, in un angolo, vestito di un paio di jeans consumati, di una maglietta sgualcita e di un gilet multicolore, un ragazzo dai capelli sporchi stringe dei fogli e si chiede quale dio dovrà invocare stavolta per vedere le sue preghiere finalmente esaudite.
- Insomma, capisci?
- A dirti la verità, Dante, no.
Mi assicuro che il cartellino del prezzo che coincida con il prodotto nell'espositore, poi lo infilzo nel perno metallico che lo sostiene. E' l'ultimo, il mio giro è finito.
- Siamo l'unico Paese al Mondo a dire "Pronto" quando rispondiamo al telefono!
Sara alza un sopracciglio e inarca le labbra da una parte: - E allora?
Ma come "e allora"?!
- Ma come "e allora"?! Non ti sei mai chiesta perché? Insomma... diciamo "Pronto"! Perché "Pronto"? Perché non "Sì, chi è?" o "Salve"? Avrebbe molto più senso.
Mi molla i DVD e si abbassa ad allacciarsi una scarpa. Le maniche slabbrate del suo maglione beige puliscono centimetri quadrati del pavimento. Alza la testolina bionda per guardarmi da lì giù.
- Ok, lo ammetto, è curioso che diciamo "Pronto", ma non mi sembra il caso di pensarci su così a lungo. L'abbiamo sempre detto, lo diciamo tuttora e lo diremo anche tra cent'anni.
Con un saltello si rimette in piedi. Le restituisco una parte dei DVD, l'altra la tengo io mentre ci dirigiamo verso gli scaffali dei film. Un paio di clienti ci fermano chiedendoci informazioni su un'offerta, prima, e su una radio, poi. Una volta arrivati mettiamo a posto i film e decidiamo di gironzolare insieme ancora un po'.
- Manca un mese a Natale - sospira ad un certo punto.
- Eh no, eh. Non ti ci mettere pure tu, adesso. Già c'è Valter che ogni tot mi ricorda l'esatto numero di giorni che mancano al 25 dicembre. Non lo sopporto più, il Natale. Ancora non è arrivato e già mi ha rotto le palle! E pensare che mi piaceva così tanto...
Sara ridacchia divertita, poi mi tira per un braccio.
- Vieni, ti faccio vedere una cosa.
Arriviamo davanti alla serranda del magazzino. La apre ed entriamo, poi mi porta nel primo corridoio a destra. Accendiamo le luci e proseguiamo fino in fondo, lungo file di prodotti inscatolati. Si ferma davanti una scatola di cartoncino, la apre e mi fa cenno di guardare. Allungo il collo: è piena di orrendi capelli rossi da Babbo Natale, probabilmente fatti con gli scarti degli avanzi di... qualcosa. Sara continua a ridacchiare.
- No...
Ma lei fa cenno di sì con la testa, sempre più divertita.
- No, Sara, non dirmi che...
- Ordini del capo settore. Me l'ha detto Davide oggi stesso.
- Oh Cristo...
- Beh, in qualche modo c'entra anche lui. Dai, non ti intristire, sarà solo per qualche giorno.
- Quanto basta per farmi perdere tutti i capelli.
Sara ride di nuovo, poi mi trascina via con un allegro e poco convincente "Al lavoro!". Io strascico i piedi e ringrazio di avere dei bei colleghi attorno a me.
- Come sta Pino?
Sara finisce di passarmi dei modem da sistemare e mi guarda seria. Michele alza le spalle: - Non sta certo peggio di noi.
- Che vuoi dire?
Scendo dalla scala, mentre gli altri imbracciano gli scatoloni e si dirigono con me al magazzino. La faccenda di Pino si muove lentamente, anche se le voci fanno pensare ad un buon esito. Non abbiamo ancora capito se la tizia abbia sporto o meno denuncia, ma pare che non ci saranno conseguenze evidenti.
- Voglio dire che avete montato su un can-can che non finisce più, quando era matematico che non gli sarebbe successo niente.
In silenzio buttiamo gli scatoloni in un angolo, poi torniamo in reparto. Sara non ama il freddo cinismo di Michele.
- Magari non è poi così matematico. Se...
- Se il Centro desse ragione ad ogni pazzo furioso che vuole intentare una causa contro di noi, beh, saremmo tutti a spasso da un pezzo.
Michele guarda fisso avanti a sé. Sara anche. Io non oso aprire bocca. In questi giorni la storia di Pino è stata oggetto di molte discussioni e di moltissime chiacchiere. Lo spauracchio di una causa è scivolato nel reparto come un mostro sotto al letto: Michele avrà pure ragione, ma finora non si era mai sentito di un cliente pronto a sporre denuncia contro uno di noi. Nessuno lo ammette esplicitamente, ma tutti se lo chiedono: "E se capitasse a me?".
Inoltre, Pino pare ancora più emarginato di prima. Valter, Sara, Davide, io e persino Michele cerchiamo di tirarlo su, di assicurargli che andrà tutto bene, ma il punto non sembra essere quello e nel reparto si respira comunque una strana aria. A volte ho persino l'impressione che gli stessi clienti lo evitino, come se sopra di lui ci fosse un cartello con su scritto: "Attenzione! Non fidatevi di quest'uomo!".
Michele si separa da noi con un saluto e un arrivederci a domani, Sara ed io ne abbiamo ancora per un po'.
- Non lo sopporto quando dice certe cose.
Sospiro: - Michele è fatto così. E' il suo modo per dire che Pino non corre alcun rischio.
- Ma non c'è solo quello! A me preoccupa soprattutto come sta lui. A te non importa, scusa?
Vorrei dire che mi importa moltissimo, che sono stato sempre lì a consolarlo, che ho cercato di farlo parlare (e che poi ho vinto una medaglia al valore per questo), che gli sono stato accanto. Ma mi riesce solo di dire: - Sì.
- A volte mi chiedo se per cinquecento euro al mese valga la pena lavorare in queste condizioni.
Io me lo chiedo spesso.
Pino è sempre stato taciturno, schivo, eccentrico, inquietante... stranuccio, insomma. Non abbiamo mai avuto grandi dialoghi personali (forse non li abbiamo mai avuti e basta), ma il giorno dopo non posso evitare di pensare a lui e di chiedermi come sta.
Decido d'impegnare la pausa caffè con qualche chiacchiera.
- Ehi Pino.
Mugugna un "ciao" com'è solito fare.
- Allora, come va?
Fa spallucce.
- Ho saputo della denuncia.
Abbassa la testa.
- Dai, vedrai che andrà bene. Non hai nulla da tem...
- Ma io glie l'ho chiesto eh! -, sbotta.
- Ehm, sì. Chiesto cosa? E a chi?
- Gliel'ho chiesto, alla signora, se potevo formattare!
Sorrido: - Ohh, quello! Certo! Ma guarda che qui ti crediamo tutt...
- Che devo fare? Cioè, se quella fa così, io che devo fare? Gliel'ho chiesto, mica è colpa mia se si inventa le cose, no?
- Err, no, certo che n...
- Insomma, Dante -, sa come mi chiamo!, - io sono sempre qui, in silenzio. Mica sono stupido, però. Lo so che voi parlate di me, magari dite "Quanto è strano Pino", ma a me non m'interessa. Cioè, se io vengo qui è solo per lavorare, per prendere lo stipendio. Lo so che non parlo mai, ma... se sono fatto così che ci posso fare, giusto?
Comincio a non seguirlo più, ma annuisco.
- La gente pensa che io, solo perché sto zitto, sono stupido. Io mica sono stupido! Non sarò una cima, ma non sono stupido. Lo so fare il mio lavoro. Ci ho messo un po' per imparare certe cose, queste cose di computer. Ok, non sono bravissimo, ma le cose da fare le so. E allora cosa vuole, quella, che adesso chiama e dice "Lui il format non me l'ha chiesto"? Ma come no! Io te l'ho chiesto, ti ho telefonato, te l'ho pure detto due volte per sicurezza! Faccio sempre così, eh!
Non lo so se è una mia impressione o se è un effetto della luce, ma gli occhi di Pino mi sembrano leggermente lucidi. Io mi sento completamente impotente, imbarazzato e senza la più vaga idea di cosa fare. Continuo ad annuire come un idiota.
- E mo quella, solo perché... non lo so neanch'io perché, prende, chiama, e mi denuncia. Mi denuncia! A me? Ma perché, scusa? Ma che t'ho fatto io? Perché ce l'hai con me? Io non t'ho fatto niente, non c'entro niente. Io te l'ho chiesto del format, te l'ho chiesto! Non è giusto che arrivi e fai così. Perché? Io non ti ho fatto niente, scusa, perché allora te la devi prendere con me, come se fosse colpa mia? Non ci si comporta così. Io sono onesto, sono un onesto lavoratore. Hai sbagliato tu, però prendi e denunci me, dai la colpa a me. E cosa penseranno tutti i miei colleghi e i miei amici? Che gli devo dire alla mia famiglia, a mia madre? Magari manco mi credono. Io non so nemmeno se mi credete voi, se mi credete davvero o lo fate solo perché...
Fa un gesto con la mano. Dovrei dire "Pino qui ti crediamo tutti, fidati, ti prego. Non c'è nessuno che metta in dubbio la tua innocenza", ma non mi esce, non riesco a dire niente.
- Che devo fare io, adesso, d'ora in poi? Che faccio, Dante? Non devo più lavorare perché sennò la gente mi denuncia? Mi tratta male? E come faccio? Mica posso smettere di lavorare, eh. ... Non lo so. Poi uno ha paura a fare le cose, così. Ti passa la voglia, ti passa la fantasia, non vuoi più fare niente perché sennò... Non è giusto. Non è giusto così.
E si ferma.
Mi sento come se un torrente in piena avesse straripato su di me, facendomi quasi affogare. Pino mi guarda ancora un po', fisso negli occhi, poi devia lo sguardo verso il pavimento. Tento di dire qualcosa, ma è come se non avessi fiato. Rimango così qualche secondo, poi faccio un profondo respiro e gli batto la mano sulla spalla.
- Mi dispiace caro. Dai, vedrai che andrà tutto a posto.
E' la seconda volta che mi sento incapace di consolarlo come dovrei.
Diciamocelo: il lavoro da commesso non è giudicato di gran valore. Bassa crescita, poca fatica, zero responsabilità. Un lavoro che potrebbe essere fatto da chiunque, dicono gli altri; un lavoro come tanti, diciamo noi. Tuttavia "starne fuori è più facile che starci dentro", come sosteneva un noto rapper, e stare dentro i panni sgualciti da commesso è tutt'altra cosa che dipingergli addosso.
Per esempio: "poca fatica". I clienti sono abituati a pensare che il commesso sia "quello che risponde alle nostre domande", mentre noi viviamo il fatto che il commesso è "quello che risponde alle loro domande, che mette a posto i nuovi arrivi, che si occupa degli ordini, che fa l'inventario...". Se poi tutto questo lo condiamo con la follia dei clienti, qualcuno non avrebbe torto a suggerire la medaglia al valore per i commessi più diligenti.
Continuiamo con l'esempio: "zero responsabilità".
Entro nel corridoio dipendenti con una pila di DVD nuovi. Alessio, il sindacalista, Pierpaolo, il responsabile "risorse umane", e Davide interrompono la loro chiacchierata.
Mi hanno scoperto.
- Ehm... Li ho pagati eh. - Dì qualcosa di meglio, dì qualcosa di meglio! - Cioè, non è che li ho rubati -, Gesù...
Inclinano le teste e socchiudono gli occhi.
- No, insomma, non ruberei mai niente. Non sono il tipo che... Ho lo scontrino!
- Dante, ma chi se ne frega!
- No è che, insomma, so che non dovrei comprarli mentre sto ancora lavorando, è che avevo quasi finito e andavo di fretta (ho dei parenti a pranzo) (parenti che poi non sopporto) e allora... Di cos'è che stavate parlando?
Alessio butta giù il bicchierino di caffè: - Pino.
- Pino?
Pino è particolare, lo sappiamo, ma è innocuo, e vedere i Super Amici riuniti a parlare di lui fa un po' strano.
- Una signora lo vuole denunciare.
Le imputazioni scorrono nella mia testa come immagini di film: violenza sessuale, abuso su minori, molestie, stalking... Oddio, stalking! Avrà letto le e-mail della signora e sarà stato tanto stupido da farsi beccare?!
- Ha formattato un PC senza chiedere il permesso -, aggiunge Davide.
- Ah. - Mi riprendo un attimo: - No, dai? Ma è sempre così meticoloso. Ok, è un po' eccentrico, ma Michele gli ha insegnato bene il modus operandi e Pino è un po'... come dire...
- Ossessivo? -, completa Pierpaolo.
- Già.
- Infatti dice di averlo chiesto il permesso (e noi gli crediamo), ma una volta tornata a casa la signora ci ha telefonato urlando che lo avrebbe denunciato perché le ha polverizzato mesi di lavoro.
- E ovviamente non c'è modo di dimostrare la sua non colpevolezza... -, chiedo.
- Ovviamente no... -, sospira Davide. - Stavamo giusto parlando della cosa. Alessio mi spiegava che il Centro dovrebbe poter affrontare il tutto senza problemi, ma Pino si sente un po' sotto pressione.
Rifletto ad alta voce: - E il capo settore non è tra voi...
- ...perché è un gran rompicoglioni e non fa che peggiorare la situazione, sì.
Concludiamo con una generale alzata di spalle e lunghi sospiri. Crediamo tutti che Pino non abbia colpe, ma posso immaginare come debba sentirsi una persona sulla cui testa penda una denuncia. Se dalla prossima settimana cominceremo a chiedere permessi scritti per qualunque operazione, saprete il perché.
DRIIIIIIIN.
Dannato telefono. DRIIIIIIIN. - Pronto?
- Salve, volevo chiedervi se avete "Il richiamo della foresta" in DVD.
- "Il richiamo della foresta" in DVD. Controllo subito e le dico.
Appoggio la cornetta e scivolo verso il PC. Con estrema disinvoltura Valter mi passa accanto, prende la cornetta e ulula un asmatico "Uuuuuuuhhhh!!!".
Lo guardo sbigottito mentre si allontana tranquillamente dandomi le spalle. Dopo qualche secondo mi riprendo, raggiungo il telefono, balbetto un imbarazzato "Mi spiace, non ne abbiamo più" e attacco.
Mai abbassare la guardia.
La porta del corridoio-dipendenti si apre prima che io possa arrivare alla maniglia. Johnatan entra ridacchiando, mi fa l'occhiolino e prosegue. Non capisco, ma ricambio il saluto ed entro in reparto.
Mi guardo un po' attorno e faccio mente locale delle cose da fare. Oggi dovrebbe essere una giornata tranquilla, salvo imprevisti.
Mentre appunto mentalmente di vedere il prezzo per le batterie del mio Nokia, l'occhio mi cade su un foglio appeso ad una colonna. Mi cristallizzo sul posto, poi mi avvicino adagio. Lo leggo. Lo rileggo. Lo stacco.
Valter e Sara ridono dietro il bancone. Gli piazzo il foglio davanti. Ridono ancora più forte.
- Lo sapevo, l'avete scritto voi.
Alzo gli occhi e me ne vado ridendo anch'io, notando che l'intero reparto è tappezzato da fogli con su scritto: "Salva la categoria commesso dalla categoria cliente: adotta un commesso!!!".
Davide non ce la farà passare liscia.
- Ciao Pino, come vanno le cose?
E' da un po' di giorni che vedo Pino depresso. Il lavoro e il primo raffreddore della stagione mi hanno tenuto molto occupato e poco propenso ad attaccar discorso su eventuali problematiche della sua vita, ma oggi mi sento meglio e i clienti ci hanno appena concesso un preziosissimo break.
Pino mugugna qualcosa. A dire il vero non sono sicuro che sia depresso: il suo volto è una maschera di pura inespressività.
- Dovresti fare teatro, sai? - Incrocia i sopracciglioni neri in un'espressione dubbiosa. - Lascia perdere. Piuttosto, che ti succede? Da un po' di giorni mi sembri... strano. - "Più del solito, perlomeno" me lo risparmio.
Mi guarda per qualche secondo senza batter ciglio, le folte sopracciglia ancora arricciate, come se guardasse un ente indefinito a cui cerca di dare una forma sensata. Poi ritorna con gli occhi al computer.
- Mi hanno risposto dal lavoro.
- Che lavoro?
Tace per una buona dozzina di secondi e quando riprende comunque non mi guarda: - Ho mandato un curriculum ad una banca.
- Ah. - Non ne sapevo niente. Nessuno ne sapeva niente, credo. - E ti hanno risposto picche?
- No! - Mi guarda serio e imbronciato. - Ho già passato il primo colloquio. Mi hanno mandato una mail: vogliono che vada a fare il secondo.
Non ci posso credere. - Ma è fantastico! Hai passato il primo colloquio quindi! Non sei contento?
- No.
- E perché?
- Il secondo colloquio è la prossima settimana.
Sfoglio rapidamente il mio calendario mentale: cosa diamine succede la prossima settimana? Arriva Stan Lee a Roma? Anticipano la festa dei morti? Angelina Jolie si esibirà nuda al Circo Massimo?
Come irritato dal mio non arrivare a capire il punto Pino sbotta spazientito: - Ho le ferie! Ho organizzato una settimana in Grecia!
- Ma... quanto hai pagato?
- Che vuoi dire?
- Albergo, viaggio... le spese insomma.
- Quasi duecento euro. Vado in campeggio.
- Ma allora fregatene! Ok, sono duecento euro, ma questo colloquio potrebbe darti un posto di lavoro infinitamente migliore di quello di commesso!
- Ma io quest'anno non ho ancora fatto un giorno di ferie!
- Ma...
- 'Sti cavoli della banca! - Per la prima volta da quando sono qui sento Pino alzare la voce.
- Ma...
- Sì, mi rode. Ma io voglio andare in ferie! E poi non è un buon periodo con la mia ragazza, litighiamo sempre, e queste vacanze ci servono per... - D'un tratto si blocca. Forse si rende conto di aver rivelato qualcosa della sua vita intima, o forse non sa neanche a lui a cosa gli servono. Si ferma, abbassa di nuovo lo sguardo sul PC e farfuglia le ultime parole in modo incomprensibile.
Vorrei ribattere, la sua mi sembra un'occasione presa e gettata nell'immondizia senza troppi complimenti. Poi mi fermo a riflettere che quello che ho davanti non è un ragazzo qualunque, è Pino.
Gli do una pacca sulle spalle: - Dai, vedrai che ti capiterà un'altra buona occasione. - Ci credo poco anch'io, lo so.
- Che diamine sta succedendo?! CHE DIAMINE STA SUCCEDENDO?!? - Il capo settore quasi corre verso me e Davide, la cravatta al vento, i capelli fradici di gel. Se non mi aspettassi l'ennesima scenata senza senso da un tizio dotato di un potenziale cognitivo pari a quello di una ciabatta, avrei quasi paura di ciò che sta per succedere. - Davide, mi vuoi spi.. (Buongiorno signora, tutto bene? Grazie d'essere venuta al Centro). Davide! Mi vuoi spiegare che diamine sta succedendo qui?!
Sbatte un paio di fogli stropicciati sul petto di Davide: se fossi stato al suo posto mi sarei trasformato in Hulk e gli avrei staccato la testa, saltando poi verso il soffitto per crearmi un buco verso la libertà. Oh sì, la libertà! Non dover più pensare alle paradossali beghe di questo posto dimenticato da Dio, non dovermi chiedere, ogni giorno, cos'altro accadrà. Ahh, la libertà! Posso quasi assaporarla, sentirne la fragranza che danza come una farfalla attorno alle mie narici risvegliando i miei sensi. Oh libertà, io t'amo! E se c'è ancora speranza nel mio
- Allora?!
Cazzo, ci sono cascato ancora! Vedo Davide intento alla lettura con assoluta calma, in barba all'incredibile Hulk. Non so se lo fa per irritare il capo settore, ma lascia scorrere uno dopo l'altro interminabili secondi di attesa, apparentemente concentrato su ciò che dicono le righe sbiadite del foglio appena stampato.
Poi, finalmente, parla: - Non capisco cosa c'è che non vada.
Il capo settore fa una faccia da scemo, con la bocca spalancata, gli occhi sbarrati e la fronte corrugata. O forse è la sua faccia di sempre, non saprei. - Davide! C'è scritto che un tale prodotto ("Creative GigaWorks T40": non so neanche che cazzo sia 'sta roba!) è stato messo in offerta quattro giorni fa e che la gente ha cominciato a comprarselo, mentre fino al giorno prima non se lo filava nessuno!
Davide mi lancia un'occhiata attraverso gli occhiali, ma capisce che sono incerto quanto lui su come commentare la cosa. Ci prova: - Capo, è un'offerta, è ovvio che stia andando a ruba.
Il capo sbuffa scocciato: - Sì, certo, ma chi se l'aspettava che la gente si comprasse 'sti cosi?! Ci stiamo rimettendo troppo! Togli l'offerta, via!
- Ma c'è scritto che dura fino a...
- Non m'interessa! Via l'offerta! Via i volantini! Stop!
Si gira e se ne va.
Restiamo lì qualche istante a contemplare i residui della scia di demenza che segue il nostro capo settore, poi Davide alza le spalle: - Su, andiamo a togliere quest'offerta.
Capisco sempre più perché nessuno vuole fare il capo reparto.
Orrendo sospetto. Distratto da un vecchio disco degli Assalti Frontali che, complice la totale assenza di qualcuno che possa protestare, ho messo come sottofondo di questa nuova fine giornata lavorativa, noto solo ora un cliente che parla al telefonino. Nulla di strano, fin qui. Ma l'orrendo sospetto di cui sopra comincia a strisciare tra i solchi della materia grigia, quando mi rendo conto che il cliente tiene in mano la confezione di un cellulare identico a quello che sta usando.
Do una bottarella col gomito a Mario e gli indico il cliente.
Capisce al volo: - Sì, gliel'ho detto io che poteva telefonare.
Non fiato. Mi limito a fissarlo. Lui abbassa lo sguardo: - Ma, beh, ha detto che poi lo compra.
Continuo a fissarlo. Vorrei penetrarlo in mezzo agli occhi con lo sguardo, ma poi decido che è molto più semplice mettergli due mani attorno al collo. Prima che possa accadere l'irreparabile il cliente finisce la sua telefonata e si avvicina: - Allora, lo compro.
Mario mi sorride nervosamente, come a dire "Visto?". Non gli bado: sto pensando dove potermi procurare una vasca abbastanza grande e un centinaio di litri di acido.
Il signore apre il portafoglio: è vuoto.
- Acc, ho dimenticato i soldi a casa. Posso pagare col bancomat?
Nello stesso istante in cui Mario, alla vista del portafoglio vuoto, era di colpo sbiancato, io riflettevo sui punti del corpo più dolorosi da penetrare con una katana.
Il signore allunga la carta a Mario che la prende tremante, ma sempre con quello schizzo di sorriso sulle labbra. La passa. Il signore digita il codice. Errore. La passa di nuovo, di nuovo il signore digita il codice. Di nuovo errore.
- Non capisco... -, mormora il tizio. Io incrocio le braccia. Mario non osa guardarmi.
La passa un'ultima volta e di nuovo il signore digita il codice segreto, con più attenzione. Passa qualche secondo. Errore.
Mario controlla la ricevuta. Con un filo di voce commenta: - Dice che non ha... sufficiente credito.
- Oh... Porca miseria. - Non si scompone molto, il signore. Mario invece sembra giustamente in punto di morte. - Beh, vorrà dire che verrò domani con del contante, - sorride il signore. Poi posa il telefonino e la confezione e se ne va salutando.
Mario lo guarda andarsene, poi guarda me. Il mio volto è un'inespressiva e marmorea maschera di livore. Apre la bocca, poi la richiude. Distoglie lo sguardo, poi capisce che potrebbe essere un errore e torna a guardarmi. I miei occhi rimangono tutto il tempo freddamente spalancati.
Mormora un rauco e flebile "Scusa".
Sbatto le palpebre: - Andiamo, - gli dico, - dobbiamo prendere la misura per il cappio.
Mario mi fa un cenno mentre passa con uno scatolone vuoto. Ammicco e torno a servire un cliente. E' un po' di giorni che non ci incrociamo, così, quando ripassa a mani libere, gli faccio cenno di avvicinarsi.
- Allora Mario, come va? E' un tot che non ci si vede.
- Va bene, va bene. Grazie. - Sorride.
- Mi fa piac...
- Ho ancora l'intero stock di videogiochi da mettere a posto, ma non ho potuto perché sono stato fino ad ora a sentire i rimproveri di un cliente per un problema con un cellulare. Davide mi ha anche chiesto di accompagnarlo non so dove, più tardi: dobbiamo compilare dei moduli per qualcosa. Tu sai cosa potrebbe essere?
- Uhm, non ne sono certo. Una volta ho fatto una cosa simile con Marco, forse è la stes...
- Oh spero che non ci voglia molto! Tra tre ore stacco e devo ancora finire l'aggiornamento prezzi de... A proposito! Ci sei per l'inventario di venerdì sera? Io credo di no, anche se Davide ci conta così tanto... Alla fine gli dirò di sì, lo so. Poi Pino mi aveva chiesto una mano per un computer: Michele non vuole aiutarlo e io ne so qualcosa. E... basta, dai. Ma penso di riuscire a fare tutto.
La bocca è aperta da così tanto tempo che mi si è seccata la saliva.
- E per fortuna che hai detto che le cose ti vanno bene, Mario...
Sorride, fa spallucce, e se ne va. Di certo non è uno che si lamenta.
- Cristo, ma chi ha messo le mani nel computer?
- Mi pare che Pino ci stesse lavorando ieri.
- E perché mai Pino stava lavorando col nostro computer?!
Michele fa spallucce ed io non posso che limitarmi ad imprecare a bassa voce mentre lotto con righe e colonne di un file Excel. Perché Windows si blocca sempre adducendo motivazioni improbabili ("Il programma Taldeitali, che fino a ieri ha sempre girato senza problemi, da oggi non funzionerà più. E tanti saluti!") e invece funziona quando è in mano a chi le mani dovrebbe tenerle in tasca? Fosse per me inventerei un programma che, nel momento in cui stai combinando dei casini, blocca tutto dicendo qualcosa tipo "Attenzione! Quello che stai facendo è incredibilmente stupido. Si consiglia di arrestare il sistema e mettersi in un angolino per evitare ulteriori danni". Prima o poi dovrò fare quella telefonata a Bill Gates...
- Ciao Stefania.
Alzo gli occhi per vedere chi ha salutato Michele, scorgendo i colori del nostro gilet.
- Ciao Stefania.
Poi torno a smadonnare con il file e le sue stramaledettissime colon... Aspetta.
- Chi diamine è Stefania?!
Michele alza appena il mento: - Quella lì.
- Grazie, l'ho appena salutata. Ma, voglio dire: chi è? Cioè, perché l'ho salutata?!
- ...
- Insomma, perché ha il nostro gilet??
- Chissà, forse perché lavora qui. - La sua risposta mi fa sentire incredibilmente stupido.
- Ok, ma non sapevo ci fossero state nuove assunzioni.
- Infatti non ci sono state.
Odio quest'uomo.
- E da quant'è che...?
- Dieci mesi, credo. Forse un po' meno.
Mi volto e la osservo mentre si sistema gli occhiali davanti ad una fila di videogiochi.
- Mi stai dicendo che in questi otto mesi di lavoro non l'ho mai vista?
Alza le spalle: - Beh? Non è nemmeno l'unica. credevi che il reparto fosse gestito solo da noi sette?
- Sì! Pensavo che i nostri turni coprissero tutta la giornata. Insomma... ho appena scoperto che ci sono altre persone che lavorano qui e che io non ho mai visto: è traumatizzante!
- Beh, allora goditela: Stefania è qui perché ha dovuto fare un cambio turno, è probabile che passino altri otto mesi prima che tu la riveda.
- Ma... ma...
- Basta "ma-eggiare": torna al lavoro e non rompermi i coglioni. - E con uno sbuffo torna a darmi le spalle.
So che l'ho detto un centinaio di volte, ma... assurdo.
Come un bambino deluso il capo settore si guarda i piedi, farfugliando qualcosa d'incomprensibile. Johnatan ed io non siamo sadici, ma proviamo entrambi un sottile piacere nell'aver rotto il giocattolo del nostro superiore. D'altronde che razza di idee erano quelle?
- Beh, ho molto da fare. Comunque ci pensiamo, allora... -, ciancica mestamente.
Valter arriva proprio in quel momento, poggiando un grosso scatolone davanti ai suoi piedi.
- Uè guajò! (Uè capo!), è arrivato lo stock di nuovi DVD. Venitemi a dare una mano che ce ne sono altri due di scatoloni come chist'.
Come destato da un curioso interesse, il capo settore comincia ad armeggiare con lo scatolone.
- DVD? Cos'è arrivato?
- Eh? Ah, un po' di roba... Ma aggia già controllato io capo, c'è tutto.
Il capo settore apre lo scatolone. La serie completa di non so quale stagione de I Cavalieri Dello Zodiaco lo accoglie come una pietra preziosa che redirige la luce circostante sul suo volto.
- I Caval... I CAVALIERI DELLO ZODIACO! - Urla sottovoce: - Cazzo, sì! Da quanto non li vedevo! - Comincia a togliere un DVD dopo l'altro, maneggiandoli nervosamente come in preda ad una febbre mistica: - Dai! Sirio il Dragone, me lo ricordo! Era il più forte, che figata!
- Eh no, il più forte era Pegasus! - Valter sorride, ma Johnatan ed io lo zittiamo con uno sguardo: ci manca solo che il capo settore ci proponga di invitare al Centro gli "attori" che interpretavano i Cavalieri.
Si alza con due DVD in mano: - Li voglio. Devo avere la collezione completa, ho deciso. - E senza aggiungere altro si allontana in fretta.
Mentre lo vediamo sparire dentro il suo ufficio rimaniamo lì, come imbambolati, a chiederci silenziosamente come abbia fatto a raggiungere la sua posizione.
- Gli U2?
- Sì! Sono forti no?! - Sorride come un bimbo a cui abbiano appena detto che Babbo Natale e la Befana sono passati in anticipo.
- Sono un po' eccessivi... -, azzardo.
- Cioè?
- Costano. - Johnatan è più lapidario di me e riesce a spegnere quel sorriso come un intervento dei pompieri su un cerino acceso. Il capo settore sembra pensarci su: l'abbiamo toccato sul suo punto debole.
- Ah, in effetti non ci avevo pensato. Sono così famosi che chiederanno un bel po'... Mi sa che il reparto non può permettersi una spesa simile. - Siamo salvi! Forse oltre ai due neuroni che giocano a ping pong con gli impulsi elettrici nel suo cervello ce n'è anche un terzo che è stato in panchina fino ad ora! - Ok dai, tanto avevo un'altra idea! - O forse no.
- Cioè? - Johnatan è esasperato.
- Non è come gli U2, ma può funzionare.
- ?
- Invitiamo la Fallaci!
Silenzio. Attimo di mutismo collettivo. Scambio di sguardi. Johnatan mi passa la palla.
- La Fallaci?
- Sì!
- Oriana Fallaci?
- Sì!
- Oriana Fallaci la giornalista?
- Sì!
- Oriana Fallaci la giornalista morta due anni fa?
- Sì!! Recentemente ho letto un suo libro (beh, non è che l'ho proprio letto, lo sto finendo) e secondo me potrebbe parlare di un sacco di... - E infine ci arriva: - Morta?
- Sì.
- Davvero?
- Sì.
- Ma sei sicuro che sia proprio morta?
- Che più morta non si può.
Povero bambino, in un attimo gli hanno rivelato non solo che Babbo Natale non passerà prima del previsto, ma che l'altra sera, di ritorno con la Befana da una festa a casa dei folletti, aveva alzato un po' il gomito, e distraendosi mentre infilava una mano callosa in mezzo alle cosce della sua vecchia signora, ha avuto un frontale con la Fatina dei Denti. Undici morti, comprese le renne. Una strage.
La fine dell'estate è come un film di Romero: gli zombie escono dalle tombe per venire a disturbare la quiete vita lavorativa di noi poveri commessi. Non sono dotati di grande intelligenza, anzi, hanno un unico pensiero che genera ogni loro azione: rompere le palle. Che il capo settore fosse uno di loro l'avevo sempre sospettato, ma finalmente ne ho la conferma.
Si presenta abbronzato e sorridente dopo una decina di giorni di ferie. La sua mancanza non era stata minimamente notata in reparto, se non per un clima di rinnovato benessere. Di ritorno dalle vacanze, l'abbronzato e palestrato superiore porta con sé un nugolo tempestoso.
Sorride. Anzi: strasorride: - Johnatan! Dante! Come va?
Johnatan ed io ci scambiamo un'occhiata preoccupata: andrà decisamente male, ce lo sentiamo.
Mugugno un "Abbastanza...", mentre Johnatan si limita a sollevare le sopracciglia, ma non credo che il capo settore intendesse ascoltare la nostra risposta perché prosegue con lo stesso tono: - Ho grandi novità per il reparto! Quest'estate l'ho passata a pensare a come rinnovare la nostra immagine e... beh, ho avuto un'idea grandiosa!
Sono certo che abbia passato la sua vacanza sulle spiagge di Riccione a scandagliare il didietro di tutte le (mi auguro) maggiorenni in costume: che razza di idee avrà potuto partorire in questo stato?
- Ascoltate: organizzeremo degli eventi!
- Eventi? - Se solo potessi farvi sentire il tono colmo d'indifferenza e scetticismo con cui Johnatan ha pronunciato queste tre sillabe...
- Sì! Come alla FENAC!
- La "FENAC"?
- La FNAX!
- Intendi la FNAC?
- La FNAC, esatto! Ho scoperto che lì organizzano puntualmente degli eventi, invitando gruppi a suonare e scrittori a parlare. Dobbiamo farlo anche noi! - Johnatan mi guarda scoraggiato mormorando non troppo a bassa voce uno sconsolato "E' pazzo...", mentre il capo settore continua a dispiegare la sua fantasmagorica idea: - Avremo un gran successo! Pensateci: non appena si spargerà la voce inizierà a venire sempre più gente, anche nei giorni in cui non c'è l'evento (e se non dovesse essere così, beh, potremmo anche organizzare un evento al giorno!). Ma dev'essere fatto per bene eh, niente pesci piccoli! Pensavo che potremmo iniziare chiamando gli U2...
Bono salvaci tu.
- Ahh! Il sole, il lago, il petto nudo, il costume da bagno, i piedi scalzi... Queste cose sembrano insignificanti e invece sono proprio loro a costituire il concetto di "vacanza". Insomma, se non fossi vestito così e se non sentissi il calore del sole e la freschezza del vento sulla pelle, come farei a rendermi conto che ho davvero staccato, che oggi non è un giorno di lavoro? Senza questi dettagli probabilmente non me ne sarei mai accorto.
- Nu poeta.
Scoccò un'occhiataccia a Valter: - Ma ovviamente ci sei tu a rovinare tutto. Mi chiedo perché ti abbia portato con me?
- "Portato"?
Il lago di Bracciano non è certo il posto migliore dove passare il Ferragosto, ma se non hai voglia di acqua salata e se non hai ferie per tutto agosto è l'unica alternativa ponderabile per due commessi squattrinati. Comunque non mi lamento: il posto è bello, non c'è tanta gente come al mare e per un giorno puoi pensare che clienti, capi settore e beghe lavorative siano soltanto un brutto sogno della notte prima. Eccetto Valter e il mio telefonino comprato al Centro qui non c'è nulla che mi ricordi quell'odioso posto.
- Valter! Dante!
Odio quando Dio entra nella mia testa per sapere come prendermi per il culo.
Valter mi afferra un gomito: - Uèè, maronn'! Guarda chi c'è!
Non voglio saperlo. Non ti voltare. Vai avanti.
- Dante! Ma dai, che ci fate qui?!
Non è la voce di Sara, convincitene, non è la voce di Sara.
- Ma che idioti... Lo sapevate che venivamo qui anche noi, perché non ce l'avete detto?
Questo non è Michele, non è lui. Vai avanti, fa finta di niente.
- Addavèro venivate tutti qui?! Minchia, ma io non sapevo nibba!
- Non ne dubitavo.
- Ma ci siete tutti?
No, no, no! Dio, ti prego, no. Andrò in chiesa, diventerò un buon cristiano, mi farò prete, porterò il tuo messaggio nel mondo, mi chiameranno Padre Tereso dar Tufello, ma non farmi questo, non far sì che i miei stimatissimi colleghi siano tutti qui presenti oggi che sono in vacanza.
- Certo che ci siamo tutti! - L'entusiasmo di Sara è come una malattia fulminante che demolisce dall'interno ogni briciolo di speranza residua. - Pensa, ci sono anche Johnatan e Davide! Dai, mettiamoci tutti insieme. Che bello!
- Dante che aspetti, il treno? Andiamo.
E alla fine mi volto. E vedo le schiene di Sara, Michele e Valter allontanarsi sulla spiaggetta, e scorgo poco più in là un ombrellone sbilenco con sotto Davide che agita la mano e Johnatan seduto su una sdraio che beve una birra, e contemplo il mio quadro di vacanza-come-distacco-dal-lavoro ridursi in grigia polvere in meno di un istante.
- Ragazzi, - mormoro - vi odio tutti quanti.
Certe giornate vorrei essere come la dea Kalì e avere otto braccia. Potrei rispondere al telefono e fare ricerche sul computer per i clienti, sistemando la vetrinetta del bancone con i cellulari, tenendo il caffè mentre ci aggiungo dello zucchero e intanto grattandomi la schiena. E avrei ancora due mani libere che potrei usare per congratularmi con me stesso! Sarebbe fantastico, ma anche irrealizzabile: il capo settore non acconsentirebbe mai ad ordinare delle nuove divise con quattro paia di buchi per le braccia. E così mi ritrovo a fare comunque le cose su menzionate, maledicenomi per i miei limiti da bimano.
Naturalmente è in queste situazioni che qualcuno arriva a chiederti aiuto, e per qualcuna delle innumerevoli leggi di Murphy questo qualcuno sarà il meno capace a fare le cose da solo.
- Avanti Mario, smettila di stare lì immobile e dimmi cosa ti serve.
- Non volevo disturbarti.
Sorrido accomodante: - Mi disturba più il fatto di avere accanto un ragazzo di due metri che mi fissa dall'alto in basso.
Il suo volto emaciato si tinteggia di porpora: - Ehm, mi era stato detto che c'erano da sistemare degli scaffali di cellulari, ma non so quali...
- Mi pare che se ne stia occupando Johnatan.
- Oh. - Si guarda le scarpe e si morde il labbro perplesso: - Non so dov'è.
- Neanch'io.
- Ah.
- ... puoi sempre chiamarlo.
- Giusto!
Finalmente si allontana. Caro ragazzo, già so cosa ci doveva esser scritto sulla sua pagella delle elementari: "è intelligente, ma non si applica". Alzo gli occhi verso il cliente: - Deve pagare con la carta? Ha un documento?
Il signore fruga nel portafoglio, quando la vocina di Mario mi raggiunge da poco più in là: - Lo chiamo con questo? - Alza la mano agitando vistosamente una pistola prezzatrice nera.
Sgrano gli occhi incredulo. Sono sicuro che a questo punto dovrebbe urlare "Sorpresa! Sei su Candid Camera!", ma non lo fa. Un gemito mi fa girare: il cliente di prima trattiene quella che pare essere un'incontenibile risata.
- Certo che se i commessi di questo centro sono tutti così preparati...
Abbozzo un sorriso: - Ha appena iniziato a lavorare qui. - Non saprei cos'altro dire.
Mario intanto attende una risposta. Mi sento un po' cattivo, ma non trovo altre parole: - Sì... Sì prova con quello.
A pensarci bene preferirei essere Buddha in persona.
Dopo aver indicato ad una giovane cliente la bacheca dei Nokia, vedo Davide passare lì vicino.
- Ehi caro, già finito le traduzioni? -, ridacchio.
- Sì.
- Oh... Bene! E allora perché questa faccia mesta?
Sospira: - Perché la prossima settimana si ricomincia.
- Ah. - Guardo in alto, guardo in basso, storco la bocca: - Non vorrei proprio essere te.
- Neanch'io.
come preavvisatola telefonicamente, mi scuso per il refuso con cui le è stato riportato l'ordine inerente il nostro reparto del Centro. Mi apresto dunque ad allegarLe il definitivo modulo conforme all'allegato standard, che di fatto succede ed invalida quello allegato alla mia ultima mail.
Ovviamente attendo Vostra risposta con allegato, corrispettivamente all'allegato già a Sue mani di cui forma parte integrante, da Voi compilati e confermati al fine di preventiva accetazione inizialmente e al più presto via fax e, in seconda istanza, a stretto giro di posta, e cogliamo l'occasione per porgerLe i nostri più cordiali saluti.
Cordialmente,
il capo settore del Centro"
- Allora, come va la traduzione?
Uno sbuffo mi risponde che non sta andando poi così bene.
- Pesante eh? Dai, poteva andarti peggio...
Una smorfia mi chiede come potesse andare peggio di così.
Gironzolo attorno a Davide, sbirciando di tanto in tanto sopra la sua spalla per vedere cos'ha scritto: è fermo a "Egr. Dott. F.".
- Dai, - gli do una pacca sulla spalla - magari è il karma! Forse te lo meritavi.
Un grugnito mi suggerisce di sparire, a meno che non voglia passare l'ora di chiusura a risistemare il magazzino.
"Egr. Dott. F.,
seguo la Sua notifica allegandoLe la modificata copia confacente dell'allegato di modifica delle ordinazioni basate sul Vostro nuovo tariffario come esposto dalla Vostra ditta X, che di fatto succede ed invalida quella da me precedentemente inviataLe questo meriggio.
Attendendo Vostra riposta, corrispettivamente all'allegato già a Sue mani di cui forma parte integrante, da Voi compilati e confermati al fine di preventiva accetazione inizialmente e al più presto via fax e, in seconda istanza, a stretto giro di posta, rimaniamo a Sua completa disposizione per qualsivoglia bisogno di approfondimento e/o precisazione e cogliamo l'occasione per porgerLe i nostri più cordiali saluti.
Cordialmente,
il capo settore del Centro"
- "Meriggio"? Che diamine è un "meriggio"?
Davide dà un'altra occhiata alla nuova stampata dell'ultima lettera del capo settore: - Ah, credo sia un termine decaduto nella seconda metà del '900; indicava il primo pomeriggio.
- Oh. - Johnatan pare rimanere colpito, quasi affascinato, come se quell'atomo di erudizione mostrato dal capo settore fosse il granello di sabbia che cambia la percezione del panorama. - E' un idiota, - aggiunge un attimo dopo, - un idiota, sì. Deve avere anche la patente da idiota.
- No, - esclamo dubbioso - credo che ci sia scritto proprio sul suo badge, al posto del nome.
Una silenziosa annuenza imbarazzata cala tra di noi.
in base alle indicazioni ricevute dal dott. V., Le allego in allegato la copia conforme dell'allegato di rivisitazione dei nostri ordini a favore della vostra azienda per cui le confermiamo l'ordine previsto con le modifiche di cui sopra.
In attesa di vostra riposta, corrispettivamente alla documentazione già a sue mani di cui forma parte integrante, da Voi compilati e confermati per accetazione inizialmente e al più presto via fax e, in seconda istanza, a stretto giro di posta, rimaniamo a Sua completa disposizione per qualsivoglia bisogno di approfondimento e/o chiarimento e cogliamo l'occasione per porgerLe i nostri più cordiali saluti.
Cordialmente,
il capo settore del Centro "
Leggo tre volte la lettera prima di passarla a Johnatan e Michele.
- E questa roba che hai stampato sarebbe...?
- Una mail di modifica d'ordine scritta dal capo settore -, sospira mesto Davide.
- Ma... non si capisce un cazzo!
- Dillo a me. - Fa una smorfia disgustata togliendosi gli occhiali e stropicciandosi gli occhi: - Ogni volta mi tocca riscriverle senza che lui ne sappia nulla. Per fortuna che le invia a me per far aggiungere gli allegati degli ordini o per ricontrollare eventuali dati.
Johnatan alza lo sguardo dal foglio: - Sono allibito. Se arrivassero a destinazione in questa forma le cose sarebbero due: o andremmo falliti, o... No, probabilmente andremmo falliti e basta.
- Cacchio Dante! Cacchio!
Mario trema come un alberello vittima di Katrina. Guarda il pavimento, poi alle mie spalle, poi mi guarda il petto: non riesco in alcun modo ad agganciare il suo sguardo. Chino la testa su un lato: - Nessuno dice più "cacchio"; non con quell'enfasi, almeno. Cosa c'è che non va?
Già immagino la scena: mi dirà che un LCD o un impianto hi-fi gli è scivolato e si è disintegrato sul pavimento, ed io dovrò trovare una scusa accettabile per coprirlo al capo settore.
- E' successo un guaio.
Eccolo che arriva.
- Che guaio?
- I televisori.
Ahia...
- Aspetta, hai detto i televisori. Quanti ne hai rotti?
Si blocca e finalmente mi guarda in faccia con aria quasi indignata: - Rotti? Non ne ho rotto nessuno!
Uh?
- Uh? E allora cos'è successo?
- Non abbiamo finito di metterli a posto! Davide ci ha lasciato scritto di finire per mezzogiorno, ma è mezzogiorno e venti e ce ne sono ancora più della metà da sistemare!
Stavolta mi blocco io. Codifico mentalmente il senso della sua frase e poi cerco di decifrare il suo volto per capirne le intenzioni. Attendo qualche altro secondo, per scongiurare qualunque possibilità che si tratti di una burla, e infine mi lascio andare ad un sorriso sinceramente compassionevole.
- Ahh, mi ricordi me qualche mese fa... Vieni, che ti spiego come funzionano davvero le cose qui.
L'estate è il periodo in cui vengono assunti più lavoratori interinali. Nulla di strano, dato che è la stagione in cui la maggior parte dei dipendenti si prende dei giorni di malattia. Ah già, è anche quella in cui i più vanno in ferie: che curiosa coincidenza. Tuttavia, l'assunzione degli interinali nel periodo immediatamente prima dell'estate non aiuta molto: sapendo che il loro lavoro non durerà che una manciata di mesi, senza alcuna possibilità di essere assunti a tempo indeterminato, l'interinale non si preoccupa di abbandonare il posto di lavoro nel momento in cui trova un'offerta migliore, o quando l'agenzia di viaggi gli conferma la vacanza a Tahiti.
Comunque, agli occhi del cliente il reparto rimane più o meno invariato: un gruppetto di uomini e donne vestiti con gilet dai colori estivi continuano ad sgattaiolare tra gli scaffali per non essere presi.
A noi commessi dipendenti, invece, cambia molto, moltissimo.
- Scusa Dante.
- Sì, Mario? - Mario è un allampanato interinale con un terribile ciuffo castano che gli copre la metà superiore destra della faccia: la prima volta che l'ho visto ho pensato che forse voleva nascondere una tremenda cicatrice, ma poi Sara mi ha spiegato che è la moda degli ultimi anni e che dovrei tenermi più aggiornato. Comunque sia, Mario è un caro ragazzo che suscita simpatia, sebbene finire a lavorare qui dentro sia stato uno strano scherzo del destino: per noi.
- Mi hanno chiesto che sistema operativo ha questo portatile.
- Suppongo Windows Vista.
- Visita?
- Vista.
- Ah...
Ho imparato a riconoscere la sua espressione tinteggiata di preoccupazione e senso di colpa: - Cos'è successo?
- Io gli ho detto che non ero certo, ma che probabilmente era Windows '98.
- Windows '98.
- Sì.
Odio mettermi in cattedra: - Tu hai Windows '98 sul PC?
Corruga la fronte: - Non so...
- Ok, ok. Secondo te perché si chiama Windows '98?
Una mezza dozzina di piccole, sottili rughine gli increspano la fronte: - Perché... perché è stato fatto nel 1998?
- Esatto! - Espira, distende la fronte, accenna un sorriso. - E secondo te Bill Gates è l'uomo più ricco del mondo perché da dieci anni monta lo stesso sistema operativo su un miliardo di PC in tutto il mondo?
Il sorriso si oscura. Mi sentirei quasi in colpa se non mi ricordassi che ieri mi ha chiesto se i CD possono girare anche sui lettori DVD.
- Scusa Dante, hai ragione.
Ammicco: - Capita, non preoccuparti. Ma non rimanere indietro!
Sigh, non vedo l'ora che l'estate finisca.
- Uè Dante, abbiamo un hamburger con pollo e tacchino?
- Un hamburger con pollo e tacchino?
- Pollo e tacchino.
Squadro Valter disorientato. Sarà una domanda a trabocchetto? O c'è un significato simbolico di cui mi sfugge il senso?
- Ehm, non credo di capire.
Mi mostra un cellulare confezionato: - Chisto, secondo te, è un hamburger con pollo e tacchino?
Resto qualche secondo a bocca aperta, gli occhi sgranati sul mio collega.
- Valter, hai bevuto?
- Io no, ma chist' coso elettronico pe' inventariare mi dice che st'affare è un hamburger con pollo e tacchino.
- Oh.
- E' quello che ho pensato anch'io.
Sono un po' stordito.
- Valter, probabilmente è rotto.
- Dici? Ne sei certo?
- Ok, torno a lavorare.
Amo questo ragazzo.
Afa. Caldo. Soffrire il caldo e cantare tra sé e sé Emilia Paranoica dei CCCP non aiuta. Provo a cambiare nastro mentale. Esce fuori un'altra canzone dei CCCP: Noia.
Non è giusto. Non si dovrebbe tornare dalle vacanze e riiniziare subito a lavorare. A dire il vero io non ho riiniziato subito: da quando sono tornato da Torino sono passati tre giorni. Ne dovrebbero passare almeno quattordici, con i piedi a mollo, freschi cocktail in mano e donne libidinose che ti ronzano attorno. Oh sì, così dovrebbe essere.
(Appunto mentale: proporre la storia dei quattordici giorni post-ferie a Davide. Nota: non dimenticarsi di sottolineare il riferimento alle donne libidinose. Anche se penso che Davide sia gay. Oh beh: una donna in più per noi altri.)
Caldo. Afa. Si muore. Qui c'è l'aria condizionata che ancora non va: è incredibile che ancora non l'abbiano riparata. O meglio, hanno riparato i cinque condizionatori rotti, ma tre hanno ripreso lo sciopero pochi giorni dopo. Più che uno sciopero, una cospirazione. "E venne il giorno" di Shyamalan è la cosa più brutta che abbia visto negli ultimi mesi, ma descrive esattamente ciò che sta succedendo: il pianeta Terra si vendica dell'umanità irrispettosa. E lo fa rompendo i condizionatori.
Quest'uomo credo che mi sia davanti da diverse manciate di secondi. Ha l'aria irritata e una faccia familiare. Alzo le sopracciglia in un'espressione che spero venga interpretata come d'interrogativa attesa: non ho proprio la forza di chiedere "Mi dica".
Per fortuna capisce: - Poco fa mi ha detto di andare da un suo collega per chiedergli a proposito degli ultimi modelli della Nokia.
Ah, ecco dove avevo visto la sua faccia. Annuisco silenziosamente.
- Sa cosa mi ha risposto il suo collega? Di venire da lei!
- Ah. - Do un'occhiata oltre le spalle del signore, poi gli indico Michele poco più giù: - Ma lei è andato da quel collega?
- No... Non mi aveva mandato da lui, ma da un'altro, uno napoletano.
- Oh mi scusi, è colpa mia, mi sono confuso. Volevo dirle di andare da quell'altro collega, quello lì giù coi capelli neri. E' lui l'esperto in telefonini.
Il signore borbotta qualcosa che immagino non essere molto piacevole e se ne va. Valter arriva un secondo dopo.
- Cazzo Valter, ti ho mandato un cliente poco fa e tu che fai? Me lo rispedisci indietro.
- Ah, ma non m'aveva mica detto ch' 'o mannàvi tu.
- Ma scusa: ti arriva un cliente e tu lo mandi da qualcun altro?!
- E dai guajò, capisc'ammé: fa un caldo terrìbbele, non c'avevo gènio di spiecà tutte le robe lì dei Nokia.
- E pensi bene di appiopparlo a me. Che miserabile...
Mi dà una stanca pacca sulla spalla per scusarsi e poi restiamo qualche minuto in silenzio a fissare le poche persone nel reparto.
- Scusa Dante, - aspettavo questa domanda, - ma perché l'hai mannàto da me quello gnòre?
- Fa un caldo terribile. Non avevo voglia di spiegargli tutte le robe dei Nokia.
Ci guardiamo negli occhi, seri, duri.
Alza il mento: - E che gl'hai detto quann'è tornato da te?
Sbuffo: - L'ho mandato da Michele.
- Così si fa.
Non siamo sempre competenti. Dire che non lo siamo spesso è quasi una diffamazione, ma dire che lo siamo sempre assomiglia ad una tentata frode. Il lavoro da commesso non è proprio il più stimolante del mondo, soprattutto quando ti trovi in un'azienda (e in un Paese) dove le possibilità di crescita sono tendenti all'infinito. Negativo. Tuttavia è stimolante confrontarsi con una serie di nuovi prodotti e di nuove funzioni di cui non sai nulla, e così finisce che, anche se il Centro non lo richiede, ti informi di tua iniziativa su ciò che stai vendendo.
Alcuni, come Johnatan, lo fanno nel tempo libero, seppur con impegno e costanza e con la capacità di assimilare molto rapidamente le informazioni acquisite. Altri, come Michele, hanno una vera passione per ciò che vendono; spesso lo vedo arrivare a lavoro con in mano una rivista di roba hi-tec: solo decifrarne il titolo mi crea un cerchio alla testa. Altri ancora, come Valter, fanno i condor, smangiucchiando gli avanzi delle nozioni captate dai discorsi tra Johnatan e Michele.
E poi c'è Pino.
Non ho idea di cosa e di quanto sappia Pino. Non ho nemmeno idea se questo lavoro gli piaccia o meno. Una cosa però è sicura: l'assistenza tecnica non fa per lui, specialmente quella informatica. Eppure, nonostante non sia decisamente il suo campo, Davide gli ha chiesto più volte se volesse lasciare quel ruolo, ma si è sempre rifiutato.
Un ragazzo gli porta un computer da formattare. Quando gli dice di avere due hard disk Pino sembra fermarsi a riflettere.
- Ma poi Windows funzionerà solo sull'hard disk installato, lo sai?
Alzo le sopracciglia: non è assolutamente vero! Che fare: salvare la faccia al mio collega o sputtanarlo per rassicurare il cliente? Quest'ultimo scruta Pino un po' perplesso: credo che sappia che non è vero.
- Ah, ok. Va bene uguale -, sì, decisamente lo sa.
Quando se ne va lancio un'occhiata di traverso a Pino: - Guarda che non è vero.
- Cosa?
- Che Windows funzionerà solo su un hard disk. Li vedrà entrambi e ci lavorerà senza problemi.
- Ah. Davvero?
- Già.
- Ah.
Resta immobile, con un'aria assente, come fosse in trance.
- Pino?
- Sì?
- Perché rimani a lavorare qui in assistenza?
- Mi piace.
- Ah... Ok.
Ok.
Corre. Michele sta quasi correndo. Non vale, ma è abbastanza bravo da non dare troppo nell'occhio. E' davanti a me, insieme a Valter e Sara. Sono ultimo, cazzo! Come se non bastasse ho scelto il percorso peggiore, quello più lontano dalle casse. Mentre penso a come recuperare terreno una cicciona bionda alza lo sguardo verso di me. Mi chino, nascosto dagli scaffali dei videogiochi, ma senza smettere di proseguire. Arrivato all'angolo mi rimetto in piedi, sorpasso la cicciona alle spalle e continuo.
Sara è poco davanti a me. Si gira, mi vede, accelera.
Non vedo Valter. Lo cerco in giro finché non lo trovo più in là, sulla destra; pare che abbia dovuto fare una bella deviazione e adesso siamo quasi alla pari. Michele invece non c'è più. Che sia già arrivato?!
Un ragazzino fa un cenno per chiamarmi, volto la testa per fingere di non vederlo e per poco non sbatto contro Sara; è stata placcata da un cliente! Si accorge di me, apre la bocca: vuole chiedermi un consiglio, la bastarda! Con uno scatto mi porto più avanti lasciandomi alle spalle un frettoloso "Scusa ho da fare!".
Svolto l'angolo principale del reparto e scorgo Valter a qualche passo da me: ha un'andatura da maratoneta! Adesso vedo anche Michele: è parecchio più avanti, irraggiungibile ormai. Ma c'è sempre la seconda posizione.
Punto sull'acceleratore: fa niente se sembrerò anch'io un maratoneta, non posso perdere anche stavolta! Valter si accorge che lo sto raggiungendo e tenta di aumentare l'andatura senza successo. In pochi passi gli sono addosso.
- Bella giornata eh? - dico, mentre sbuffa qualcosa in napoletano.
Corriamo testa a testa per una decina di metri, poi d'improvviso svolta a sinistra passandomi davanti. Non capisco: perché? Le casse sono dritte davanti a noi, perché ha svoltato? Forse pensa di fare prima in qualche modo, magari c'è un'altra strada che non ho calcolato. Mentre evito un signore con cappello che si guarda attorno cercando qualcuno di noi rifletto e giungo alla conclusione che non ci sono altre vie. Avrà sbagliato, e ormai il secondo posto è mio!
M'introduco nel corridoio degli ultimi due scaffali e finalmente le casse sono lì, davanti a me, a meno di cinque metri. Michele mi guarda sorridente e soddisfatto: è arrivato primo - come la maggior parte delle volte -, ma non m'interessa se posso conquistare, per la prima volta, il secondo posto. Esco dal corridoio, sto già esultando, ed ecco che Davide mi si piazza davanti.
- Dante, Valter mi ha detto che dovevi dirmi qualcosa di urgente. Cosa c'è? - Mi costringe a bloccarmi.
Dietro di lui arriva Valter. Mi sorride beffardo mentre, con estrema calma, tocca le casse aggiudicandosi la seconda posizione. Rimango a bocca aperta mentre Davide mi scruta perplesso. Si guarda alle spalle: Michele e Valter gli fanno un cenno. Poi realizza.
- Avete di nuovo gareggiato a chi attraversa il reparto senza farsi fermare dai clienti?!
- Cazzo! C'ero quasi! - E' l'unica cosa che mi viene da dire.
Davide ci guarda spazientito, ma con un abbozzo di sorriso sulle labbra: - E poi vi lamentate che le cose in reparto non funzionano... Tornate al lavoro, disgraziati.
Mentre si allontana Michele e Valter mi guardano sardonici. Gli faccio un gestaccio: - Questa volta l'avete vinta. Alla prossima mi porto una spranga.
Davide ci sorpassa velocemente imprecando contro dei fogli stretti in mano: - Cristo santo! Vorrei sapere chi ha fatto questi ordini! Ci sono una marea di DVD inutili!
Valter ed io lo guardiamo allontanarsi. Faccio spallucce, mentre Valter sorride sardonico: - Ecco perché non voglio fa' carriera.
Gli rimando un'occhiata perplessa: - In che senso?
Valter strascica un po' i piedi per terra, avvicinandosi pian piano. Poi, col sorriso di prima, prosegue: - Sai che tempo fa m'addimannàrono d'addeventà capo reparto? Sì, sì, credimi, non sto a dicere 'na fesseria. Ma io ho anniàto, ho rifiutato.
Il ruolo di capo reparto non è molto gratificante, perché è uno sbattimento enorme a fronte di un irrisorio aumento di stipendio. Ma è anche vero che se hai pazienza, costanza e capacità, riesci a farti vedere e ad ottenere qualche vantaggio. E Valter, tutto sommato, è uno davvero in gamba. Ecco perché, sorpreso, esclamo un acuto "Perché?!".
Sorride sempre: - Ogni giorno, qui al lavoro, vedo decine di signori in giacca e cravatta. Manager, o quaccòsa del genere. Vengono per accattà il portatile o il televisore al plasma. Sai cosa fanno tutto 'o tiempo?
Non lo so.
- Parlano al cellulare, sbraitando coi colleghi e leccano il sedere ai superiori (e poi li mannàno affanculo subito dopo). Stanno in ansia, sono sempre incazzati o depressi, si angosciano 24 ore su 24 per il lavoro e, ci metto la manzolla sul fuoco, a casa cuntinuano a preoccuparsi. - Sorride ancora di più: - Io non voglio mica a diventare così. Chisto non è il lavoro della mia vita, ma soprattutto io mica campo pe' lavorà. Studio, cerco in giro, presto troverò qualcosa di meglio. Anzi, magari metterò su una mia attività, un lavoro semplice semplice, modesto, che non mi farà diventare riccupellòne, ma che nemmeno mi farà caccià ll'anema. Magari non in Italia, magari altrove. Non c'ho addavèro intenzione di fa' carriera qui dentro!
Mi sorride di nuovo e in quel sorriso scorgo una strana luce: pacata, serena, sincera. Non c'è niente di malamente "italiano" in questo discorso, non una nota di arrendevolezza. Parla di qualcosa che conosce bene, che ha ponderato a lungo e di cui è felicemente sicuro. E' il suo stile di vita.
Per la prima volta vedo Valter sotto una nuova luce, diversa. Avrei una mezza dozzina di obiezioni da fare, ma le tengo per me. In qualche modo non posso non essere d'accordo.
La cosa peggiore degli HSD (i clienti "Ho sentito dire") è che sono spesso difficili da convincere del fatto che, ciò di cui stanno parlando, è sbagliato. Irremovibili sulle proprie posizioni, questi clienti sono convinti di essere nella ragione, certi che chi sbaglia non sono loro, ma noi commessi incompetenti e ignoranti sulla (nostra) materia.
Io sono uno di quelli che discute con loro per dimostrargli che hanno torto, spesso perdendomi in lunghe disquisizioni da cui esco quasi sempre vittorioso, ma con danni permanenti al fegato. Michele invece è più pragmatico di me: lui ha ragione, il cliente no. E non c'è verso di smuoverlo.
Il signore si rivolge a me sorridente: - Buongiorno, vorrei una Playstation Wii.
- Non esiste -, Michele, lì a fianco, precede qualunque mia reazione.
Il signore, evidentemente disturbato da quella dichiarazione, solleva un sopracciglio: - Ma come no? Certo che esiste, ho visto la pubblicità! Si chiama Playstation Wii.
- Non esiste -, non alza nemmeno la testa dai fogli che sta consultando.
Il signore diventa rosso per l'irritazione. Cerca sostegno da me, ma non posso far altro che rimandargli un'espressione stile "Mi sa che hai proprio torto, ciccio". Non si rassegna, s'impettisce e fa un passo verso Michele.
- Si chiama Playstation Wii. E' una console per giocare ai videogiochi. E...
- Signore -, Michele alza la testa con estrema lentezza e un tono di noia tocca le sue parole, - me lo può ripetere in tutte le salse, ma io continuo a dirle che non c'è, non esiste. La Playstation Wii non esiste. C'è la Playstation e c'è la Wii, sono due console differenti.
- Ma no, io...
- Guardi là - indica con la penna uno scaffale sulla sinistra. - Ci sono le Playstation e poco più in là le Wii. Vada a vedere e poi mi dica chi ha ragione.
La certezza s'infrange sul volto del signore che, tentando di salvare almeno la dignità, va dritto verso lo scaffale a controllare. Non lo vedremo più.
A volte vorrei avere la cinica sicurezza di Michele.
Arrivo con cinque minuti di anticipo. Johnatan e Sara chiacchierano allegramente.
- Ehilà! Ma avevate il turno di mattina?
Annuiscono sorridendo, ma con le occhiaie che segnano le poche ore di sonno fatte.
- Ma in teoria non avreste dovuto attaccare il pomeriggio, visto che abbiamo finito alle 3?
- In teoria... -, alza gli occhi al cielo Johnatan. Sara fa spallucce.
- Ahah, ok ho capito. Buona giornata ragazzi.
- Buona giornata a te, Dante.
Certe cose non passano velocemente. Nemmeno i postumi e l'allegria, per fortuna.
Ore 21:45
- Ok ragazzi, tutto chiuso? Bene. Dividetevi come d'accordo e iniziate.
L'inventario è il paradosso per eccellenza in questo lavoro: niente è così stressante e divertente allo stesso tempo. E' come la ciclette: un esercizio completo, perché attinge a tutte le tue risorse psico-fisiche, ma che non ti porta da nessuna parte. E' un lavoro di tale impoverimento mentale che, per arrivare alla fine (che, badate bene, possono essere anche le 3 del mattino), ti appoggi completamente ai tuoi colleghi, unico sostegno di questa "notte brava".
- Ma che cazz'... ma ch'è 'st'affare?
- Cosa?
Valter mi passa una sorta di cavo USB, con un attacco che non ho mai visto prima. Lo scruto perplesso: - Un... deumidifcatore?
- Un deumidificatore?!
- Non so. E' la prima parola che m'è venuta in mente.
Con fare discreto Valter si guarda intorno, rimette a posto il "coso", e passa al prodotto successivo.
Ore 23:20 La cosa più bella dell'inventario è che sei a contatto con i prodotti che vendi. Li conosci meglio, puoi fermarti a leggere qualche caratteristica che ti era sfuggita, pregando che il giorno seguente ti mandi qualche cliente interessato al prodotto, in modo da mostrargli che sai cosa vendi.
La cosa più brutta dell'inventario è l'inventario. Lo so, l'ho appena detto, ma continuerò a dirlo. Non c'è niente di peggio quando lavori per un negozio come il nostro. Addirittura il fatto che si tratti più di un'impresa epica che di un incarico da svolgere è sottolineato dall'aver coniato un verbo apposito per descriverla: inventariare.
Sono sicuro che "inventariare" fosse una delle fatiche di Ercole.
Ore 24:05
- Capisci Davide? Cercare di dare un senso a tutto questo. Insomma, altrimenti che ci sbattiamo a fare?
- Guarda Dante, hai il mio massimo supporto. Il problema è che al capo settore, e al Capo Assoluto, non gliene frega poi molto...
- Ma perché?! Cioè, voglio dire: dai delle promozioni ai commessi che lavorano meglio e vedrai come tutti lavoreranno meglio! Mi sembra un concetto semplice.
- Lo è, ma ce n'è uno ancora più semplice con cui ragionano loro: "dai un lavoro a chi lo cerca disperatamente e lavorerà in qualunque condizione pur di mantenerlo". E sembra che oggi tutti siano disperati.
- ...insomma non c'è soluzione?
Mi sorride: - C'è sempre una soluzione. Vedrai che arriverà.
Ore 24:50 - Ma Cristo Re dei cieli!!!
Davide, Johnatan ed io corriamo verso il corridoio dei cellulari, da dove partono le urla dissennate di Michele.
- Che succede? - fa Johnatan con aria preoccupata.
- Pino, cazzo! Dov'è?! Giuro che stavolta gli spacco la faccia! - Michele è fuori di sé - Dove sei Pino?! Esci fuori se ne hai il coraggio!
Ci guardiamo sbalorditi. Davide cerca di calmare Michele: - Cos'è successo? Che ha fatto Pino?
Con un gesto del braccio Michele indica l'intero scaffale: - Ha sbagliato codice! Ha catalogato TUTTI i cellulari col codice dei portatili. Dobbiamo riiniziare da capo questo settore!
Rimaniamo a bocca aperta: il lavoro di quasi un'ora è stato assolutamente vano. Davide dà un'occhiata a tutta la lunghezza dello scaffale (almeno una decina di metri per quasi due metri di altezza). Poi, non senza una nota di sconforto, sorride: - Dai, rimbocchiamoci le maniche. Inutile star qui a incazzarci: il lavoro non si farà da sé. Siamo in quattro, se lavoriamo tutti insieme ci vorrà poco. Michele tu inizia da quel lato, Johnatan dall'altro. Dante ed io cominciamo dal mezzo e vi veniamo incontro.
Sorrido. Anche se non ne abbiamo voglia Davide riesce comunque a metterci al lavoro senza proteste. Ha decisamente la stoffa del capo.
Ore 02:45 Valter, Michele, Sara, Johnatan, Davide ed io ce ne stiamo seduti per terra con le spalle contro una parete. Pino se n'è andato mezz'ora fa, appena abbiamo finito. Noi invece ci stiamo passando un boccione di rosso da cinque litri portato da Valter, produzione familiare d.o.c. direttamente dalla Campania.
Trascorriamo i tre quarti d'ora successivi a bere, raccontare barzellette sporche (cambiando i protagonisti umani in animali, per riguardi nei confronti di Sara - anche se ormai sono convinto che non si sarebbe tanto scandalizzata) e imprecare contro Pino. Ogni tanto esce anche qualche discorso serio, ma dura solo fino alla sorsata successiva: nessuno ha voglia di impegnarsi ancora, stanotte.
Alle 4 meno dieci ce ne andiamo un po' barcollanti. Valter sembra uno spirito senza tomba, ma per fortuna guida Michele. Johnatan sta con la sua moto, mentre Davide e Sara vanno a piedi insieme, abitando lungo la stessa via, dietro il Centro.
Monto in macchina, ma aspetto un quarto d'ora buono prima di accenderla. Nell'attesa ascolto There is a light that never goes out degli Smiths per 4 volte di seguito. Poi infilo la chiave, giro, e domani sarò di nuovo qui.
- Dante, quello servilo tu.
I commessi non sono perfetti. Su questo credo non ci siano dubbi. Qualche blog aperto da anonimi dipendenti di grandi centri commerciali sembra difenderne la categoria, descrivendone pregi e umanità come virtù necessarie in curriculum per essere assunti. Ebbene, per quanto possa apparire straordinario e surreale, non è così.
Anche noi siamo esseri umani. Abbiamo sentimenti. Abbiamo idee. Abbiamo punti di vista. E abbiamo una squadra del cuore.
Michele guarda malevolo il cliente indicatomi.
- D'accordo, lo servo. Ma perché?
Dice con tono sprezzante: - E' interista.
- Ma tu non eri della Roma? - Stavolta lo sguardo malevolo me lo becco io. - Ah... già.
Siamo esseri imperfetti.
- Era enorme!
Da quando ho ricevuto il libro karmico (ormai lo chiamo sempre così, nonostante Valter e Michele mi prendano in giro) mi sento un po' illuminato. Ho ripreso a dare un senso a certe cose. O meglio, sono nella stessa situazione di prima, ma credo che abbia un senso e che debba solo capire quale. O perlomeno pensarla così mi fa stare meglio...
Comunque! L'importante è che sono tornato a girare spensierato per i reparti, ricominciando a farmi scivolare addosso gli scleri dei clienti, quelli dei miei colleghi e anche i miei. E' in uno di questi momenti di vegetale illuminazione (che devo farci, ho imparato un termine nuovo!) che capto un discorso tra Sara e una cassiera.
- Cosa era enorme?
Le due, che fino a quel momento non mi avevano notato, zittiscono di colpo per poi scoppiare in una risatina isterica.
Sorrido di rimando, senza capire. La cassiera mi fa in tono malizioso: - Una certa qualità di un certo ragazzo.
Sorrido ancora un attimo, poi inorridisco: - Eh?! Ma non starete parlando di...
Ridacchiano ancora.
- Ma siete delle pervertite!
Sara mi rimprovera: - Perché scusa? Cos'è, solo voi maschietti potete parlare di belle donne?
- Stavate parlando di belle donne?
- Hai capito cosa volevo dire.
Il mio sguardo passa velocemente da una all'altra. La cassiera non la conosco, ma anche Sara mi sembra quasi di vederla per la prima volta. La sua amica mi squadra un attimo prima di provocarmi di nuovo.
- Comunque stavamo parlando di un film... erotico.
- Linda!
Sara questa volta arrossisce, ma io mi sento avvampare le guance e le orecchie ancora di più.
- Cosa?! Un film erotico?! Voi?! Ma... ma... non potete!
- E perché?
- Perché siete donne!
- Saremo donne, ma siamo anche tutt'e due single.
- Dovremo pur tenerci... in allenamento. - Stavolta è Sara che dà la schiacciata.
- No! Ferme! Zitte! Mute! - Faccio un paio di passi indietro - Mi rifiuto di sentire altro! Avete distrutto la mia immagine del mondo femminile! Siete... perverse!
Volto le spalle e fuggo disperato, con quelle malefiche risatine che mi punzecchiano le spalle. Quand'è che sono finito dall'infanzia a questo?!
Raggiungo Sara a passo deciso, chiamandola con tono fermo e autoritario. Lei mi viene incontro senza battere ciglio: - Dimmi Dante.
- Oggi siamo tu ed io.
Annuisce: - Sì.
Mentre continuo a parlarle scorro dei fogli colmi di numeri diligentemente incasellati in righe e colonne: - Mercoledì della scorsa settimana abbiamo fatto 11'000 euro. - La guardo dritta negli occhi: - Oggi non voglio essere da meno.
La sua espressione rimane immutata: - Ma è impossibile. La scorsa settimana eravamo in quattro.
Sbatto i fogli sul bancone: - Me ne frego! Troveremo il modo, ma dobbiamo farcela!
Continua a fissarmi con la sua maschera di neutralità: - E come?
La domanda mi spiazza per un attimo, ma non lo do a vedere. Mi prendo una piccola pausa cercando di non mostrarmi debole; poi trovo la soluzione: - Potresti spogliarti e girare nuda per il Centro distribuendo i volantini delle offerte.
Di nuovo annuisce: - E' un'ottima idea.
Comincia a sbottonarsi uno ad uno i bottoni della camicetta, continuando a guardarmi negli occhi. Quando arriva al reggiseno scoppio a ridere e la abbraccio calorosamente: - Ormai sei già del giro!
Strizza l'occhio: - Dovrò pur sopravvivere qui, no?
Da quando è stato liberato dalle casse Michele si concede lunghe passeggiate per il reparto. La sua mèta preferita rimane lo sportello Assistenza Tecnica, dove Pino cerca di fare tesoro dei suoi insegnamenti.
Li trovo uno accanto all'altro quando arriva un cliente con un Acer in grembo.
- Salve, avrei un problema...
Michele prende il portatile: - Cos'è successo?
- Eh, il computer non va più. Le icone scompaiono. Mi sa che ho preso un virus.
- Ah, s'è fatto un giro sui siti porno eh?
L'uomo arrossisce colpevolmente: - No! Ma che... No, no! Io non...
- Ma sì dai, non c'è niente di cui vergognarsi. Lo facciamo anche Pino ed io. Vero Pino?
Pino si guarda i piedi.
Lo ammetto: avrei quasi voluto accettarlo quel posto.
Quando arrivo al lavoro, frastornato dalle ore piccole di ieri sera, Michele e Valter se la ridono allegramente. Li saluto con un "'ngiorno" ciancicato e i due ricambiano con un sorriso abbagliante, specialmente Michele.
- Che succede?
Michele mi strizza l'occhio: - Dove sono?
Ci penso un po' su: - ...chi?
- Io!
- Ok, ragazzi, sentitemi bene. Ieri ho fatto le 3 e...
- Ma no, ma no! Guarda bene! Dove sono?
Lo guardo da capo a piedi: - ...al Centro?
- Eh, sì. Ma dove?!!
Di nuovo guardo i suoi piedi ("indossa delle Converse All Star?! E da quando?!?"): - ...sul pavimento?
- Cazzo Dante, sono in reparto! Non sono dietro la cassa!
Finalmente realizzo: - No! Mi stai dicendo che...
Valter sorride: - E non è tutto, guajò!
- Infatti! Non solo non devo più stare in cassa, ma il Capo ha deciso di trasferire il capo settore!
Il Capo sarebbe er Capoccia, il Re, l'Imperatore, Tutankhamon, Zeus, Dio... insomma, quello che comanda qui al Centro. Da qualche giorno si diceva che volesse trasferire il capo settore in un altro gruppo di reparti, scontento di come aveva gestito la faccenda con Michele, ma noi pensavamo fossero solo voci. A quanto pare non è così.
- No! Grandioso! Tanto un capo settore peggio di quello non può capitare!
Insieme cominciamo a ciarlare come tre vecchiarelle, ipotizzando chi possa venire e come saprà gestire il reparto. Finché qualcuno mi bussa alle spalle.
- Ciao ragazzi.
- Ehi Marco! Hai saputo...?
- Del capo settore? Sì. Comunque ho un'altra notizia da darvi.
Il tono melodrammatico di Marco lo conosciamo bene, ma in quel momento tutti e tre pensiamo che stia per rovinarci la buona notizia.
Marco fa un profondo respiro, poi ci guarda con aria grave: - Me ne vado.
- Eh?!
- Come "me ne vado"?!
- E do' vai?!
- Parto. - Altra paura, altro respiro. - La mia ragazza ed io abbiamo deciso di fare un viaggio di dieci mesi. Gireremo un po' il mondo, i continenti... Non una cosa precisa, ma un po' all'avventura. Mi spiego?
Valter, Michele ed io lo guardiamo sbalorditi. Cinque minuti dopo scopriremo che abbiamo pensato le stesse cose: dieci mesi intorno al mondo?! Ma si può fare?! Così, di punto in bianco! E dove l'ha trovati i soldi?! Ma soprattutto: chi è quella santa che s'è presa Marco?! Alla fine arriveremo ad una conclusione unanime: non è una santa, è una pazza.
Marco chiacchiera ancora un poco. Ci spiega che l'idea è nata recentemente, ad inizio anno, ma che già tre settimane fa ha presentato le dimissioni: questa è l'ultima settimana con noi. Un po' ci congratuliamo, un po' ci dispiaciamo e un po', segretamente, non possiamo fare a meno di esultare.
Michele fuori dalle casse. Il capo settore trasferito. Marco che se ne va. Troppe belle notizie per questo lunedì: avrà di sicuro vinto il partito sbagliato.
- ...e li mandano da me perché gli spieghi quello che LORO dovrebbero avergli già spiegato?! Beh, mi dispiace ma non ci sto. Non sai cosa devi fare?! Arrangiati.
Michele si allontana infuriato dalla cassa. Lì davanti una ragazza di bassa statura, coi capelli biondastri raccolti a coda, si guarda attorno sperduta, rigida, quasi sul punto di scoppiare in lacrime. Indossa il gilet del Centro.
Valter ed io l'avviciniamo da dietro.
- Ciao, sei la nuova commessa? Quella trasferita dal reparto Libri?
Annuisce rapidamente con la testa mentre le sorridiamo: - Michele non è cattivo, è solo... stanco.
- E' 'n po' fesso, ma è 'nu bravo guajone.
Non sembra convinta.
- Comunque piacere, io sono Dante.
- Valter.
E finalmente torna a respirare: - Sara.
- Dai Sara, facciamoci un giro. Ti spieghiamo noi come funziona il reparto.
C'è qualcosa di karmico in tutto questo...
Alla fine lo sportello Assistenza Tecnica è stato aperto e il commesso designato per sostenere questo prestigioso ruolo è Pino. In reparto ne eravamo sicuri: Pino è quello con meno spina dorsale, meno capace di imporsi e di far valere i propri diritti. Ci spiace a tutti, in particolare perché Marco e il capo settore hanno approfittato gratuitamente di questa sua debolezza. Lui, comunque, non ha manifestato né segni di particolare gioia, né di evidente dispiacere, e la cosa ci fa sentire tutti un po' meno in colpa - come se il nostro rifiuto avesse inevitabilmente condannato Pino.
Ora, una cosa che so da molto prima di iniziare questo lavoro è che i tecnici di computer, soprattutto quando dipendenti da una grande azienda, non sono sempre persone qualificate. Si tratta di gente comune, che magari ha il computer ha casa e lo sa usare discretamente bene, o che nella migliore delle ipotesi ha un diploma di maturità di un Istuto Tecnico Informatico. Pino non è tra questi.
Chi invece ne sa un bel po' in materia - ma per interesse personale e per un precedente lavoro in un negozio di informatica - è Michele, che ha accettato al volo l'idea di Marco di dare qualche consiglio a Pino, in modo da potersi liberare un po' dalla cassa.
In un momento di bassa pressione del reparto mi avvicino allo sportello Assistenza Tecnica, dove Michele sta dando delle fondamentali istruzioni a Pino.
- Quando il problema è irrisolvibile e ti accorgi che l'unica soluzione è un format, devi fare tre cose. Segnatele.
- Sì.
- Uno. Telefonare al cliente per chiedere il consenso a formattare il disco.
- ...nsenso a formattare...
- Due. Chiedergli se ci sono file o programmi che desidera vengano salvati.
- ...file o programmi da salvare...
- Tre. Scaricarti su una penna USB tutte le foto porno presenti sul disco.
Pino alza la testa mentre io scoppio a ridere. Rimane un attimo sospeso nell'incertezza prima di replicare: - Ma... e la privacy?
- Ah! Fanculo la privacy! - Poi, riflettendo un secondo: - Assicurati giusto che non siano le foto della compagna o della sorella del cliente.
Credo che d'ora in avanti sarò molto più attento a quel che lascio nelle mani dei presunti tecnici.
- Buongiorno...
-Buongiorno signorina. Cumme la posso aiutà?
- Eeh, non c'è per caso una ragazza tra voi? Sa, è una cosa da femmine...
Valter assume un'espressione seria e conciliante mentre mi mette una mano sulla spalla: - Guardi commesse femmine non ne abbiamo in questo momento, ma il mio amico qui è gay. Le va bene lo stesso, no?
Raddrizzo la testa come se avessero strillato il mio nome e smetto di leggere il fatturato di ieri. Valter non mi guarda, i suoi occhi attendono una risposta dalla ragazza. Questa diventa rossa, fa per dire qualcosa, poi si ferma. Alla fine, quasi con uno sforzo, fa cenno di sì con la testa: - Salve, ...posso?
- Certo, mi dica!
- Cercavo un phon... ma particolare... Vede, ho la permanente e mi serve qualcosa che... Insomma...
- Oh ma certo! Ha dei bellissimi capelli, complimenti. Però guardi, questo è il reparto Multimedia. I phon li trova in quello qui a fianco.
La ragazza mi sorride timidamente, ringrazia me e Valter e sgattaiola via come un animaletto impaurito. Mentre la seguo con lo sguardo sposto la mano di Valter, ancora sulla mia spalla: - Gay, eh?
Valter sorride e mi lancia un bacio: - Nun te prioccupà: te vojo bene lo stesso!
- Scusa, Dante, scusa. Devo andare.
Pino è il più eccentrico dei miei colleghi. Ha la mia età, anche se dai comportamenti dimostra molti anni di meno. E' timido, impacciato, riservato e molto introverso. Non parla un granché, quindi non capisci che tipo di persona sia finché non impari a conoscerlo giorno dopo giorno. Non è bellissimo, con quei suoi sopracciglioni alla Elio e la testa un po' incassata nelle spalle tipo Igor di "Frankenstein Junior", e questo deve contribuire al percepibile stato di inadeguatezza in cui vive.
Ammetto con un po' di vergogna che quando lo conobbi tirai un sospiro di sollievo. Temevo che essendo il nuovo arrivato sarei stato sottoposto a scherzi e goliardie varie, ma vedere Pino mi fece sperare di avere buone possibilità nella scalata verso un'immagine migliore. Già, non è proprio un bel pensiero... Ma sono stato presto smentito. Pino è schivo, a volte un po' subdolo, ma sinceramente innocuo. E non c'è un solo commesso del nostro reparto che si approfitti di lui o che lo faccia oggetto di scherno più degli altri. Pino non dice niente al riguardo, ma sotto sotto ho l'impressione che ci sia grato per questo. Grato? Dovremmo comportarci così con tutti...
- Scusa per cosa?
- Devo andare un attimo.
- Andare? Andare dove? Ehi! Perché ti stai togliendo il gilet?!
- Devo andare, scusa. Ci vediamo dopo.
- Andare?! Ma sei in servizio! Pino! Pino!!
Esce a passo spedito senza aggiungere altro. In reparto ci siamo lui ed io e Valter non attacca prima di un'ora. Rimango di sasso davanti ad un cliente che assiste incuriosito alla scena.
- Ehm... doveva andare. - Non saprei davvero cos'altro dire.
Devo avere un sorriso sardonico sulle labbra quando Marco si avvicina. Dopo che ha parlato con Pietro ha smesso di infastidirmi con rimproveri inutili e credo che abbia intuito di avere un po' esagerato. Da allora parliamo tranquillamente, pur senza grande impegno.
- Ehi Dante, come va?
- Tutto a posto, grazie.
- Come mai quel sorriso?
Finisco di imbustare alcuni DVD per un ragazzo e mi giro verso di lui.
- Prima parlavo con Valter di quanto sono rompiballe certi clienti...
- Ehh, potreste scriverci un libro.
- Uh, già, suppongo di sì... Comunque Valter ha proposto di tenere un kalashnikov dietro al bancone.
Sorride e rivolge un'occhiata a Valter, seduto davanti al PC ad uso dei commessi: - Ahah, non sarebbe una cattiva idea! Ma adesso che sta facendo?
- Naviga su un sito internet che permette di assemblare il tuo fucile personale.
Ci mette un attimo a realizzare, poi il suo sorriso scompare veloce com'è apparso e il volto sbianca tutto d'un tratto.
- Valter! Ti devo parlare!
Passo al cliente successivo mentre le mie labbra s'inarcano ancora di più.
- Gesù, da non crederci...
Non so bene come sia per gli altri lavori, ma quando sei un commesso di un grande centro commerciale sfrutti ogni attimo di pausa come se fossero gli ultimi minuti della tua vita. Lavorare qui ti corrode la materia grigia e se ogni tanto non riposi il cervello finisci per dare di matto. Per fortuna puoi sempre contare sui tuoi colleghi per scaricare la tensione.
- Quella signora ha piantato una storia infinita perché stava aspettando da ben cinque minuti. Incredibile!
Valter mi rivolge un'occhiata vacua mentre si riposa appollaiato sul bancone.
- Camma fa? Chesti so tutti tuccati...
- Certe volte ti viene solo da sparargli...
Valter si raddrizza e mi guarda serio. Negli occhi gli passa una strana luce.
- Sai che c'hai ragione? Dovremmo tenere un kalashnikov appriésso.
- Eh, sarebbe divertente.
Lo vedo fissare un punto nel vuoto con aria grave.
- No, dico sul serio.
- Beh ma...
Lentamente solleva le braccia, imitando il gesto di un fucile puntato.
- Accusì, appena 'na gnòra addeventa rombipalle, glielo punti in faccia e le fai: "Signora, lei ha rotto il cazzo." ca-clik!
Rimango allibito a guardare Valter mentre annuisce con convinzione ai propri pensieri. Suggerirò a Marco di dargli al più preso qualche giorno di ferie.
- Avanti Dante, non hai niente da temere! Fatti coraggio!
Lo so, sono uno sciocco. Ma nonostante l'incitazione affettuosa di Johnatan ho serie difficoltà ad attaccare discorso con la nuova promoter. Dovete sapere che si tratta di un essere mitologico, metà donna e metà... beh, pure l'altra metà, che affascina qualunque commesso del reparto. Quella attuale è molto carina e - mi dicono - simpatica, ma non è tanto l'aspetto fisico o il carattere che la rendono affascinante. Credo si tratti più del fatto che le promoter (perché solitamente si tratta di ragazze) sono presenze temporanee del reparto, che rimangono poche settimane (a volte pochi giorni) e poi spariscono per sempre dalla tua vita di commesso.
Allora le vuoi conoscere, sapere chi sono, cosa fanno, spendere tempo con loro con la consapevolezza che non ne hai molto. Rappresentano il fascino di quelle farfalle che vivono un solo giorno, per poi abbandonare per sempre queste terre.
Tutto questo... o forse il semplice fatto che si tratta dell'unica donna in un reparto con cinque commessi maschi.
Quale che sia il motivo, mi sento impacciato. Che dovrei dirle? "Scusa, sai che hai davvero un bel telefonino?". Johnatan la fa facile, è incoraggiante, mi spinge a conoscerla perché... effettivamente non lo so perché. Ma io ho bisogno di una scusa. E adesso che le sto ad un metro mentre lei mi guarda con un sorriso interrogativo l'unica cosa che mi viene da dire è:
- Ciao.
- Ciao!
- Io sono Dante.
- Piacere, Sabrina!
- Fai la promoter per la Vodafone, eh?
Ridacchia e fa di sì con la testa. Perché ride? Forse per il fatto che sopra la testa ha un enorme cartello rosso con scritto "V O D A F O N E"? O forse perché sotto il cartello c'è un banchetto con l'enorme logo bianco su sfondo rosso? O ancora perché ha una divisa dove logo e nome dell'azienda sono in bella vista?
- Ah... E, ehm, dimmi: che offerta stai promuovendo?
- Boh.
- Come "boh"?!
- L'hanno cambiata ma non mi hanno spiegato praticamente nulla!
- E come fai se si avvicina qualcuno?!
- Mi giro dall'altra parte sperando che non chieda informazioni e se proprio fa una domanda... improvviso!
E con uno scambio di battute più o meno simile inizia il mio primo approccio con le promoter e la scoperta che i lavori da dipendenti di grosse aziende sono tutti uguali.
Il turno di pomeriggio: finalmente! Da quando mi hanno parlato di Johnatan e della sua incredibile capacità di attirare a sé qualunque cliente di sesso femminile smanio dalla voglia di conoscerlo.
Non fraintendetemi. Il mio è puro interesse formale per un rispettabile trentacinquenne, il quale convive da 6 anni con una donna e la figlia avuta da un precedente matrimonio. Un uomo che, si narra, ha conosciuto donne su donne girovagando per l'Italia e l'Europa con solo la sua chitarra (roba che Neal Cassady in confronto è un pivello), e che tutt'oggi mantiene un fascino magnetico, sebbene sia fermamente ligio alla sua signora.
Ok, ok, forse l'ho idealizzato un po' troppo. Forse ho lasciato correre troppo la fantasia dato che, appena sono entrato in reparto, l'ho visto chiacchierare amabilmente con la nuova, bellissima, irraggiungibile promoter della Vodafone. Di sicuro ciò che Valter mi ha raccontato di lui è stato eccessivamente gonfiato. D'altronde perché una persona tanto mitizzata dovrebbe fare il commesso al Centro? Il mio è stato un eccesso di curiosità: sarà un collega come un altro, con i suoi pregi e le sue psicosi.
Saluta la promoter, si avvicina a me e Michele e ci abbraccia entrambi.
- Ragazzi, nemmeno se vi rincarnate scopate quanto ho scopato io.
E' il mio eroe.
Sono nel corridoio-dipendenti (mi rifiuto di chiamarla "sala") a prendere un caffè con Pierpaolo, il responsabile "risorse umane". D'improvviso la porta si spalanca e Valter entra con passo accellerato. E' evidentemente nervoso e ha un'aria molto risentita.
- Pierpà non è possibile cazzo! Cumm'è sta situazione qua, eh?!
Pierpaolo è una brava persona nella vita e un rompicoglioni sul lavoro. Ma un rompicoglioni professionale. Perciò non si scompone, assume un'aria preoccupata e con partecipato interesse chiede: - Cos'è successo, Valter? Dimmi tutto.
- Mi dovete spiecà come mai quando facevo le medie io le ragazze c'avevano delle zinnine piccole piccole, e mo che c'ho il doppio degli anni le tredicenni che passano da qui c'hanno minimo la quarta!
Per poco non vaporizzo il caffè in faccia a Pierpaolo il quale, dopo un attimo di sgomento, comincia a diventare rosso, pronto per il cazziatone alla "Ma ti sembra un valido problema di lavoro questo?!".
Li lascio sorridendo mentre finisco il mio caffè. Oggi sarà una bella giornata.