Occhiali da sole neanche fosse un personaggio di Matrix. Berretto verde militare alla Vasco. Camminata lunga e slanciata da irrilevante comparsa di un romanzo a puntate.
Alza la mano con il blackberry impugnato, neanche fosse l'anello del potere di Sauron. - Ce l'avete questo!?
- No - è la mia lapidaria risposta.
Si spegne come l'ultimo addobbo natalizio al sette di gennaio.
- Come "no"? Ma non è possibile!
- La realtà, spesso, è impossibile.
Non sa, non capisce, non chiede. Semplicemente ammutolisce, china il capo, si gira e se ne va.
- Non ci posso credere!
Michele mi dà una gomitata sul fianco e prima che possa domandare cosa diamine gli passi per la testa, indica una persona poco più avanti. A una prima occhiata non capisco, poi... l'illuminazione.
- No! Ma dici che è...
- Hai voglia se è lui. Forza, seguimi!
Ci avviciniamo al personaggio molleggiandoci sulle gambe. Lui è vestito con dei pregiati pantaloni turchese, una camicia bianca di lino, una giacchetta D&G e un delicatissimo foulard ricamato con un'infinità di brillantini argentati. Noi indossiamo un paio di jeans sbiaditi, le nostre t-shirt preferite (io quella nera con la faccia di Jigen, Michele quella con su scritto "I'm with stupid" e frecce che indicano verso tutte le direzioni) e i rozzi gilet del Centro.
Non osiamo toccarlo, così ci piazziamo di fronte.
- Mi scusi... - accenna Michele. L'uomo si gira con un'espressione indifferente. - Ma lei è... J.C.?
Ci guarda dalla testa ai piedi come si guarderebbe una pecorella destinata al macello, poi annuisce.
- Siamo due suoi grandissimi fan, signore - esordisco con un imbarazzato enfatizzato. - La seguiamo fin da quando eravamo bambini. Per noi lei è un eroe.
- Ci chieda tutto quello che vuole - continua Michele, - siamo a sua completa disposizione.
L'uomo cela malamente la perplessità per un istante, a sottotitolare una serie di pensieri che suonano più o meno così: "Fan? Miei? Davvero? Ma allora... Sì. E' vero. Sono fico". Poi gonfia i polmoni e commenta con un semplice "Bene", chiedendoci del reparto televisori.
Michele si batte un pugno sul cuore. - Ci segua, saremo lieti di scortarla fin lì.
Mentre avanziamo precedendolo, Michele trattiene una risatina. - Adoro fare così.
- L'importante è crederci.
- Taglia? - farfuglio.
La commessa sospira e scuote impercettibilmente la testa. "Uomini...", starà pensando. Ma che colpa ne ho io? Nessuno mi ha parlato di taglie. Pensavo che mutandine e reggiseni si infilassero, non che si tagliassero! Quando qualcuno viene al Centro mi chiede una Epson D92, o un Nokia 3600, o il DVD di "Morte di un commesso viaggiatore": nessuno mi chiede la taglia! Avrei dovuto saperlo? Perché nessuno mi dice le cose?!
Calma. E sangue freddo.
Respiro, spostando lo sguardo sui manichini per trovarne uno che mi ricordi le misure di Sara; purtroppo lei è magra, sì, ma quelli rasentano l'anoressia. D'improvviso mi viene in mente che l'altro giorno, quando siamo passati, aveva detto di avere le stesse misure delle amiche a cui regalava gli altri completini, e che loro portavano la...
- Seconda! - esplodo, facendo sobbalzare la commessa con un urletto. Io sorrido un sorriso nervoso: la felicità di aver ricordato la taglia è oppressa dal perché mai mi sia venuta in mente quella delle sue amiche e non la sua. Cestino il pensiero mentre la mia collega apre un cassettone colmo di reggiseni e ne prende uno che, immagino, sia della mia taglia. Cioè della sua!! Volevo dire: di quella di Sara!!! Oh Cristo...
Mi porto una mano sudata alle tempie, reggendomele tra due dita mentre prendo dei gran respiri.
- E' quasi finita. E' quasi finita. E' quasi finita. E' quasi finita... - mormoro compulsivamente.
La commessa poggia il reggiseno sul bancone.
- Bene, questo è il reggiseno.
Annuisco.
- Per le mutandine che cosa volevi: perizoma, tanga, culotte o brasiliana?
- ...eh?
Entro da Yamamay guardandomi in giro titubante. Non solo mi sento un po' a disagio quando entro in un negozio come cliente, ma c'è anche il fatto di essere circondato da mutandine, reggiseni e altri sconosciuti artefatti del mondo femminile. Gli altri quattro ragazzi presenti, vedendomi, mi abbracciano con uno sguardo consolatorio.
Faccio qualche passo in mezzo a dei manichini a metà strada tra la Venere di Milo e Jenna Jameson. Nonostante la ressa pre-natalizia una commessina sui dodici anni si avvicina, aspettando la mia richiesta. Ma è legale farla lavorare qui? Potrei essere suo zio.
Sorrido, decidendo di rimandare la questione etica. - Salve. Volevo... Ehm, volevo... Volevo quelli!
Indico un completino nero che Sara aveva adocchiato un paio di giorni fa. Ce n'erano neri, rossi e petrolio ("Petrolio? Ma è blu!" avevo detto io; "Sei proprio un uomo" aveva risposto lei) e, nel fare un regalo alle amiche, si era giustamente presa qualcosa anche per sé: uno rosso e uno petrolio, lasciando occhiate desiderose su quello nero. E dove il desiderio non può arrivare, si sa, giunge Dante! ...ok questa cazzata me la sarei potuta risparmiare, ma non posso risparmiarmi dal cogliere al volo un'occasione simile: sapere esattamente cosa vuole ricevere una ragazza per Natale. E non una ragazza qualunque: la mia ragazza! Per una volta, fare regali a Natale sarà una passeggiata.
La commessa annuisce, rispondendo prontamente: - Bene, che taglia desidera?
Oh cazzo.
- Mario! Dov'è Mario?
Valter mi supera con un televisore in braccio alzando le spalle. - No' 'o sacc'.
- Cribio. Quando hai bisogno di qualcuno... Ehi Jò!
Jonathan scuote l'indice senza guardarmi: sta finendo di contare qualcosa nell'ultimo foglio degli ordini.
- Diamine!
Giro per il reparto come un ossesso, passando gli scaffali dei videogiochi e le vetrine con i cellulari, fino ai corridoi con le periferiche per computer. Tutto il reparto è un allucinante viaggio nei rossi accesi e nei gialli splendenti delle decorazioni natalizie.
- Mario! Mario ho urgente bisogno di te! Dove sei?!
Ma nessuno risponde.
- Mi scusi...
Mi giro di scatto, spaventando la povera vecchietta che mi ha appena chiamato. Non dico niente, in attesa.
- Volevo sapere - fa quella - dove tenete le uova.
Non sbatto le palpebre per 5,9 secondi.
- Che? - dico infine.
- Le uova, le uova di cioccolato.
- Le uova di cioccolato? - ripeto.
- Eh, dove le avete?
Mano nei capelli, guance color porpora, sguardo omicida... Ma poi mi ricordo di respirare.
- Signora, qui non le trova le uova di cioccolato: deve andare al supermercato.
Con un "Oh!" di sorpresa la signora si scusa e mi ringrazia, allontanandosi a passetti svelti. Io continuo a respirare seguendola con gli occhi, in uno stato di semi-incoscienza.
- Le uova di cioccolato? - Mormoro tra me e me. - A Natale?
Poi rinvengo.
- Dove diavolo è Mario!? - urlo.
Che preghi affinché mi ricordi di respirare, quando lo becco.
*Comunicazione di servizio (oddio, questa è deformazione professionale) (anzi, è deformazione e basta). Il buon
yfede ha cambiato la pagina di Faccialibro per questo blog:
eccola qui. Ha preferito passare da un Gruppo a una pagina Fan per questioni tecniche, quindi vi invita calorosamente a partecipare (e io mi unisco all'invito).
Peraltro, per riconoscimento verso lo sbattimento che si sta facendo, e naturalmente verso tutti i cari partecipanti facebookiani (questa sembra decisamente una parolaccia bretone), gli ho mandato un piccolo trittico di inediti appositamente scritto per FB. La prima parte è stata pubblicata ieri, nella sezione Riquadri, e in questi giorni verranno pubblicate le altre due.
Buona lettura!
- Mi scusi. Mi scusi!
Mi tirano per una manica e io odio essere tirato per una manica, ma a dicembre i commessi non possono odiare, non possono arrabbiarsi, non si possono agitare, né possono esprimere alcuna emozione, sentimento, pensiero, idea o fantasia: devono limitarsi a essere delle efficienti macchine commerciali.
Sorrido inespressivo alla signora: - Mi dica.
- Non avete più quel giuoco lì, quello dei mostri?
Mentalmente, solo mentalmente, mi spiaccico la mano in fronte, lasciandola rovinare lungo tutto il naso fino alla bocca, dove si ferma ad accompagnare il mio sguardo teso e nervoso.
- Quale in particolare, signora? - chiedo pacato.
- Non lo so! Non lo so!! - schiamazza la signora. - E' un videogiuoco. A me sembrano tutti uguali. Me l'aveva pure detto, mio figlio, ma non mi ricordo. Non mi ricordo!
Due mani invisibili scattano verso la sua gola e una voce sorprendentemente simile alla mia tuona un isterico "Stia calma! Stia calma!!".
- Bene, vediamo di capirlo assieme, allora - commento. - E' per suo figlio? Quanti anni ha?
- Dodici, ma non capisco cosa centr...
- Ha detto che è un gioco con dei mostri - la interrompo. - Per caso si chiama "Resident Evil"?
La signora s'illumina come una lampadina ad alto consumo energetico. - Sì! E' quello! E' quello, il giuoco! Ed è l'ultimo: "l'ultimo di Resident Evil", mi ha detto. Ma come ha fatto ha indovinare?
Sorrido formalmente. - Non ce l'abbiamo.
E proprio come una lampadina fulminata, la signora fa uno schiocco con la lingua e si spegne in un'espressione incredula. - Come non ce l'avete?
- Finiti. Sono andati a ruba.
Deglutisce. - Ma vi tornano.
- Forse.
- Forse?!
Alzo le spalle meccanicamente.
- Non è possibile... - mormora. - Non è possibile! - grida. - Non è possibile! - urla, allontanandosi come se non fossi mai esistito, come se avesse parlato con una pianta negli ultimi tre minuti. In effetti, quello di una pianta è lo stato d'animo che più mi si addice in questo momento.
Sara passa di lì dedicandomi uno sguardo colmo di comprensione.
Tiro su col naso. - Le crisi da shopping natalizio mi distruggono l'anima.
- Certo che... No, dico: sono qui da un quarto d'ora!
- Ehh, ma che ci vuole fare?
- No, ma la signora c'ha ragione. C'ha ragione! Ma uno come fa, così? Questi se credono che la gente non deve annà a lavora', che lavorano solo loro!
- Io ho due figlie piccole che mi escono alle 13, pensi un po'. Come faccio? Ero venuta solo per prendere due regalini, che c'ho il figlio di mia cognata che ormai è grandicello e gli piacciono tutte queste cose qui elettroniche, che io manco ci capisco niente e ho preso queste qui (andranno bene? Speriamo gli piacciano), e... Che stavo dicendo?
- Sì, ma non so se poi avete visto: cinque minuti per battere uno scontrino. Cinque minuti! Quanto ci vuole per fare uno scontrino? Trenta secondi? Quaranta? Al massimo ci vuole un minuto: tempo che prendi il prodotto, batti il prezzo, prendi i soldi e dai il resto. Un minuto!
- Che poi oggi fanno tutto quelle macchinette lì, così. Mica devono contare i soldi o scrivere quanto costa: fa tutto la macchinetta!
- Questi non c'hanno voja de fa' 'n cazzo, je lo dico io.
- E poi si lamentano che non c'è lavoro e che l'Italia è in crisi.
- E pe' forza!
- Sì, ma dove andiamo a finire così?
- Ma tanto è così, che possiamo farci?
- Eh però...
- Guarda qui, sono già le 12:37.
- Allora! Se damo 'na mossa o no?!
Jonathan si accosta per prendere alcuni fogli da sotto al bancone. Lancia un'occhiata alla fila di gente in coda per pagare e mormora sotto voce: - Come andiamo, Dante?
Trattengo qualche Santo tra i denti. - Ma a Natale non eravamo tutti più buoni?
- Oh no!
Assesto un colpo maldestro alla bambolina vodoo, mancandomi il pollice per due millimetri. Quando mi alzo a guardarla, Sara si tiene la bocca con le mani, gli occhi sbarrati, il respiro interrotto. Resto a fissarla per un'imprecisata serie di secondi messi in fila, durante la quale si affaccia alla mente una frase che aveva a che fare con la luna e un dito. E' quando Sara indica davanti a sé che sposto lo sguardo verso la cosa che l'ha tanto atterrita.
Dall'ingresso principale del reparto, una marmaglia polimorfa di esseri umani, entra come entrarono gli zombie nel centro commerciale del primo film di Romero. Lenti e con sgraziata cadenza riempiono l'area centrale, iniziano a penetrare nelle corsie, insinuandosi nei corridoi più stretti, fino agli angoli più angusti formati dagli scaffali. Mi alzo con mal controllata irrequietezza, facendo cadere la bambolina vodoo sul pavimento. Osservo la massa informe continuare ad affluire. L'ingresso pare troppo stretto, ma è incapace di arrestarne l'avanzata. Come un fiume solido, lo vediamo straripare nel nostro negozio.
Una mano sulla spalla e sobbalzo. E' Michele.
- Natale è arrivato - dice.
Lo fisso, come dandomi il tempo di elaborare quella ovvia realtà. Poi volgo di nuovo lo sguardo alla massa entrante.
- Oh no.
- Oggi Jonathan mi sembra un po' nervoso.
- Dici? Amme pare uguale com'a sempe.
Una signora sui quaranta, occhiali da sole neanche fossimo a Miami, Florida, persa in un folto maglioncino di lana rossa a collo alto, tocca una spalla a Jonathan per farlo voltare.
- Mi dica.
- Avete carta per computer?
- Proprio qui. Ecco, le prendo un pacco.
- Bene. Ah no, aspetti: la voglio gialla.
- Gialla?
- Gialla.
- Gialla... gialla... Gialla non c'è. Abbiamo questo colore, un po' meno vivace del giallo.
- Ok, bene. Ah, ma da quanti grammi è?
- Eh? Non lo so. Vediamo... Ecco: novanta grammi.
- No, la voglio più spessa.
- Allora, più spessa... Novanta... Ancora novanta... Mmm... Ah! Ecco! Centoventi le va bene?
- Mah, in realtà...
- No?
- Eh va beh, facciamocela andare bene.
- Bene, può andare alla cassa lì giù in...
- No, ma aspetti. Avete solo questa marca?
- ...sì.
- Perché io ne cercavo un'altra.
- Ah signo', e pure lei quanti cazzi vuole!
- ...
- Eh!
- ...ok prendo questa.
Valter mi getta un'occhiata di sbieco, io annuisco con occhi chiusi e braccia incrociate.
- Mi sa che c'hai ragione. E' nu poco scpacenziuoso.
- Ma solo un pelino, eh.
L'urticante trillo del telefono.
Rispondo, aspirando aria con la bocca. - Il Centro, buonasera. Desidera?
- Avete i decoder della Sagem?
Abbasso palpebre e testa, ignoro che non mi sia stato detto neanche "Buongiorno" e inghiottisco la saliva. - Mi spiace, signora, non li abbiamo mai trattati.
- Mai?
Inspiro la pazienza. - Mai.
Attendo. Dall'altra parte del telefono c'è silenzio, neanche un respiro. Prendo la penna e comincio a farla passare tra le dita.
- E non è che sai come funzionano? No, perché il mio ha smesso di funzionare e tu puoi aiutarmi a sistemarlo.
Stacco la cornetta dall'orecchio e la guardo, la guardo come Amleto deve aver guardato il teschio di Yorick. Scuoto la testa, rassegnato, e attacco.
- Allora, signore?
- Mah, non saprei.
Si passa una mano sulla barba incolta, sfiorando le stanghette degli occhiali che scivolano lungo il naso. Li risistema con un gesto, mentre il sottoscritto comincia a meditare il seppuku.
- Quindi - accenna, pronto a riprendere la questione degli ultimi diciannove minuti, - lei dice che questo Samsung ha un design migliore, ma il Nokia è più affidabile.
Lascio cadere la testa in avanti. - Sì. Il Samsung è più bello. Il Nokia più affidabile.
- Mah, non saprei - ripete.
Faccio mente locale: il bar di Fabio è a cinque minuti da qui; dovrebbe avere uno di quei coltelli lunghi e affilati.
Espira, appannando la vetrina. Io immagino di disegnarci un omino impiccato.
- Hola signore, que pasa?
Michele arriva come una inaspettata corrente d'aria fredda in un'afosa giornata estiva.
- Eh? Cosa? - fa quello, disorientato.
- Indeciso su Nokia o Samsung?
Il tipo, impreparato, gli rivolge un eloquente silenzio-assenso. Michele gli batte una mano sulla spalla. - Prenda il Nokia. Un Nokia è per sempre.
- Ah sì? - commenta l'uomo.
- Decisamente - ribadisce Michele.
- Beh, - mi guarda, sistemandosi un'ultima volta gli occhiali sul naso - allora prendo il Nokia.
Inclino su e giù il capo e apro la vetrina.
Michele si accosta. - Stasera mi offri una birra.
Annuisco. - Stasera te ne offro due.
Strofino la punta della scarpa contro il polpaccio per grattarlo: l'ultima zanzara della stagione ha pensato bene di trafiggere il sottoscritto. La signora, intanto, continua a spostare il peso da una gamba all'altra, come se guardasse da due punti diversi lo schermo che ha davanti, per soppesarne meglio le caratteristiche.
Si appoggia sulla destra. Io tiro su col naso e mi do un'occhiata intorno, casomai qualcun'altro avesse bisogno di me.
Si appoggia sulla sinistra. Cingo le mani in alto, sopra la testa, e stiro braccia e schiena con un lungo, silenzioso gesto.
Si appoggia sulla destra. ...incredibile! Mi sono appena reso conto di appoggiarmi anch'io su una e sull'altra gamba seguendo il suo ritmo.
- Ok, lo prendo - dice infine. E' stata dura, ma la capisco: è l'ultimo schermo della Acer rimastoci ed è in esposizione; una scelta da considerare bene.
Faccio per andare a prendere la confezione, quando mi blocca per un gomito.
- Me lo può pulire?
Le presto un orecchio. - Come scusi?
Indica lo schermo. - E' impolverato, me lo pulisce?
Guardo lo schermo, guardo la signora, guardo lo schermo, guardo la signora. - Non è impolverato - asserisco.
- Beh, un po' di polvere c'è sempre - replica con un accenno di irritazione.
Annuisco. - Ok, però mi spiace, non ho niente per pulirlo.
- Ma come! Non ha uno straccio per la polvere?
Alzo le spalle. - Signora, noi siamo un negozio, vendiamo cose. A spolverare ci pensa la ditta delle pulizie: non abbiamo nessun motivo (e nessun luogo) per tenere stracci della polvere.
La signora sbatte le palpebre, s'impettisce, sostiene ancora un secondo lo sguardo e poi fa un cenno di assenso e una smorfia di disapprovazione, guardando altrove.
- Vengo sempre qui e rimango costantemente delusa dal servizio - mormora.
Ma perché venite sempre qui, mi domando io.
- Buongiorno.
Consegno il primo sorriso della settimana a una vecchietta bassotta e severa.
- Buongiorno a lei, signora!
- Non mi si vede più la RAI.
- Non le si vede più la RAI?
- No. Mi si è rotto il televisore. Funzionava bene, non ha mai avuto problemi, ma l'altro giorno ha smesso di funzionare.
- Ah, quindi è nuovo. Pensavo le mancasse il decoder.
Silenzio sahariano. Immagino si stia domandando in quale passo della Bibbia è citato Decoder, figlio di Decomer, re dei Decocomeri, abitanti di Dec... Ok, fermati. Probabilmente gliel'hanno comprato i figli, o i nipoti, e questa poverina non sa di cosa sto parlando.
- Me lo riparate?
- Certo, signora. Ha lo scontrino?
- No.
Vecchietti e scontrini non vanno molto d'accordo. Traggo un sospiro e mi allento il colletto.
- L'ha comprato da molto?
- Eh, ce l'ho dalla casa prima.
- "La casa prima"?
- Quando ero a Tor Pignattara, nel '92. Ora sono a Casal De' Pazzi.
La guardo senza batter ciglio.
- Ha un televisore del '92?
- Ce l'ho da prima.
- Signora, io nel '92 avevo undici anni.
Mi guarda, sbatte gli occhi, non capisce, sbatte gli occhi, poi chiede.
- Me lo ripara?
Sarà una lunga, lunga giornata.
Sara arriva barcollante con un Mac in grembo, sporgendosi su un lato per vedere davanti a sé.
- Dante, mi aiuti un attimino con questo coso?
- Solo un secondo, piccola. - Scribacchio su un foglio con la bic e le vado incontro prendendomi il carico. Sara si asciuga la fronte con una manica e mi da un bacetto sulla guancia.
- Cosa scrivevi? - mi chiede, mentre andiamo a sistemare il Mac su un ripiano poco più avanti.
Con un movimento della testa le indico un punto della corsia principale: - Lo vedi quel tizio?
Segue il mio sguardo interessata: - Quello con gli occhiali e i capelli impomatati?
- Proprio lui. - Poggio il Mac e inizio a sciogliere i cavi, per attaccarlo alla presa più vicina.
- E...? - chiede con un accenno di sorriso.
- Ecco, è precisamente la (vediamo...) quarta volta che entra in reparto, nell'ultima ora.
Sara fa un versetto divertito: - Indeciso cronico?
Mi stringo nelle spalle, finendo di srotolare i cavi in basso: - Non capisco perché. Prima è venuto da me e Valter per chiederci un portatile: era piuttosto sicuro di ciò che voleva, e gli abbiamo consigliato quei due modelli che sta fissando.
- E torna sempre a guardare quei due?
- Sì.
Sara gli rivolge uno sguardo pensieroso: - Devono essere molto diversi...
- No, - mi sollevo - è questo il punto: i modelli hanno quasi le stesse caratteristiche, ma uno costa cento euro di più.
- Quello con le caratteristiche migliori?
- No: quello con le caratteristiche peggiori.
Sara spalanca gli occhi e solleva le sopracciglia, colpita. Misura le mie ultime parole, ma ci mette poco a riprendersi: in reparto siamo più che vaccinati a storie di questo genere. Di nuovo rivolge lo sguardo pensieroso al tipo.
- Chissà cosa starà pensando...
- Vuoi davvero saperlo?
- ...tutto sommato no.
Do un'ultima occhiata al Mac, per assicurarmi che sia tutto a posto, poi ce ne torniamo al bancone. In quel momento il signore occhialuto si stacca dalla vetrina e si guarda attorno. Quando mi vede alza un dito per chiamarmi e mi viene incontro.
- Allora, - chiedo con un sorriso - ha deciso?
Con lo sguardo a terra annuisce: - Sì. Prendo il primo.
- Quello più scuro? - chiedo.
- Sì.
- Quello che costa cento euro di più? - aggiungo.
- Sì.
Do un'occhiata a Sara, che guarda il signore con aria comicamente perplessa, le labbra premute assieme che formano una sottilissima mezzaluna.
- Bene, - inspiro - andiamo a prenderlo.
Meglio non capire. Meglio accettare.
Scarpe che calpestano il suolo lasciando impronte grigio sporco, mentre porto a destinazione dei fogli per un finanziamento. Mi fermo: dove sono? Mi sono perso nel mio reparto? Assurdo. Incessante chiacchierio, come mille cicale in camera da letto. Non riesco a pensare. Cosa dovevo fare? Qualcuno mi dà una spallata passando, poi chiede scusa un metro e mezzo più in là. Alzo la mano: i fogli. Riprendo a camminare. Sara mi passa accanto senza vedermi, ma non ho tempo ora. Schivo decine di indici tesi a chiamarmi, accampo scuse e accelero il passo solo per un attimo, prima di trovarmi bloccato davanti a un bambino che piange. Mi chino, gli chiedo dov'è la sua mamma e la sua mamma è dietro di me e si getta su di lui come un aquila e io mi raddrizzo e riprendo la mia marcia. Dove dovevo andare? Ah sì. Inciampo nel bastone di una signora: "Oh scusi", non so se lo dice lei o io. Arrivo al bancone, consegno il foglio a Michele, riparto verso il magazzino, ma stavolta riescono a placcarmi in sette. In sette, perddio! Dopo un quarto d'ora sono diventati nove, ma finito il primo chiedo di aspettare un attimo e riprendo la marcia verso il magazzino, lasciandomi alle spalle accidenti e imprecazioni. Stavolta Sara mi vede e "C'è Valter che...", "Lo so, lo so: sto andando" e proseguo. Magazzino, entro, Valter è qui che mi aspetta, io finalmente esplodo.
- CHE CAZZO CI FA TUTTA QUESTE GENTE QUIIIIII!?!
Il mio caro, vecchio collega solleva bonariamente un angolo della bocca. - Fuori 'sta piovendo, guajo'.
L'ho già detto? Governo ladro.
Lavorare è faticoso. Non lo è? Sì, lo è. Il brutto è che lamentarsi rende tutto peggiore, ma Dio solo sa quanto non ne possa fare a meno. E dato che nessuno ha voglia di ascoltare mentre mi lamento, sono costretto a lamentarmi con me stesso - con il risultato che neanche io mi tollero più un granché.
Se la giornata di oggi fosse una canzone, sarebbe Alla fiera dell'Est di Branduardi. Ho appena scaricato l'ultimo scatolone di DVD, cioè il quinto del roll, che era il secondo delle ultime ore, in cui ho dovuto riprezzare alcuni prodotti, che intanto erano richiesti dai clienti, con i quali ho avuto a che fare appena messo piede in reparto, dove sono stato l'unico commesso per mezza mattinata. E così via, verso l'infinito e oltre. (Sì, dobbiamo ammetterlo: so lamentarmi piuttosto creativamente).
Mi massaggio la schiena avvicinandomi al bancone. Un cliente mi vede e punta dritto verso di me. Dov'è Valter quando serve?
- Buongiorno.
- Buongiorno a lei.
- Stavo dando un'occhiata a questo videogioco...
Il tipo sfila tutta la sua conoscenza ludo-tecnica del gioco in questione, rimpinzandomi con una disamina su caratteristiche, specifiche e peculiarità che ascolto in uno stato di dissociazione psicotica.
- Dunque? - chiude il discorso.
- "Dunque" cosa? - rimando.
- Lo sopporta Windows Vista?
Sospiro alzando gli occhi al cielo plumbeo: - Guardi, oggi non credo di sopportare nessuno.
- Ma no - esclama quello, - intendevo il videogioco!
- Ah... Vuole sapere se lo supporta. Vediamo un po'.
E venne il cliente col videogioco, che tormentò il commesso, che aveva scaricato lo scatolone di DVD, cioè il quinto del roll, che era il secondo delle ultime ore, in cui...
- Prenditi le tue responsabilità!
- Ma Sara!
- Ha ragione, Dante: tu hai fatto il danno, tu lo ripari.
- Ma Michele!
Sara e Michele mi rimproverano con occhiatacce severe mentre me ne sto seduto a terra, nascosto completamente dal bancone. "Anche voi avreste agito così" vorrei lamentarmi, e avrei ragione. Il punto, però, è che non l'hanno fatto, mentre io sì. E ora che il grosso (e speriamo) innocuo ragazzo di ieri è tornato con la custodia per iPod, vengo immolato a capro espiatorio di tutte le colpevoli bassezze dei commessi del pianeta.
Mi tiro su strusciando la schiena sul mobile.
- Non è giusto, però.
Il ragazzo aspetta poco più giù, voltato dall'altra parte. Aveva intercettato Michele che, appena capito chi gli avesse venduto quella custodia, gli ha chiesto di aspettare ed è venuto da me.
Lo raggiungo con una maschera di mortificazione calata sul volto.
- Ciao - dico.
- Salve - risponde gelido.
Mi mordo un labbro.
- Non va, eh?
- No.
Evito in tutti i modi il suo sguardo.
- Eh, me l'ha detto il mio collega.
- Ma ieri non si è preso la briga di chiederglielo. Mi ha liquidato velocemente con un "Ma certo che va anche sugli iPod di quinta generazione!".
- Già - mormoro.
- Così oggi mi ha costretto a rivenire qui, perdendo un'altra mezza mattinata.
Osservo una macchiolina bluastra sul pavimento, poi uno scaffale di videogiochi, poi mi massaggio il polso.
- Mi spiace, ha ragione.
Il tipo fa una smorfia, poi mi porge la custodia per iPod.
- Può ridarmi i soldi? O deve farmi uno di quei bonus che...?
- No, farò in modo di farle riavere i soldi.
- Grazie.
- Mi scusi ancora.
Mi allontano con le spalle più pesanti che mai.
Suvvia, ogni tanto può capitare anche a noi di non essere preparati su ciò che vendiamo, no? Ma voi vorreste davvero saperlo? Davvero vorreste sapere che l'uomo (o la donna) in cui riponete tutta la vostra fiducia per fare un acquisto informato e competente, non è a sua volta informato e competente quanto dovrebbe?
Un ragazzo alto, grosso, con baffi e pizzetto, dall'aria incredibilmente innocua, alza l'indice per chiamarmi. Finisco di sistemare un paio di scatole e lo raggiungo.
- Dimmi.
Mi mostra una custodia per iPod appena presa da uno scaffale. - Vorrei comprare questa, ma mi chiedevo se va bene per tutti gli iPod.
Un po' seccato gli indico una scritta rossa in bella mostra sulla confezione. - Vedi? C'è scritto "Per tutti gli iPod". Quindi va bene "Per tutti gli iPod".
- Ma il mio - replica prontamente quello - è di quinta generazione, e qui non è specificato. Dice che va bene anche per quelli?
- Di quinta generazione?
- Sì, è un iPod di quinta generazione.
"E che diamine è un iPod di quinta generazione?" me lo risparmio, ma sono completamente preso alla sprovvista. Perché nessuno mi ha detto che gli iPod hanno iniziato a figliare e sono già arrivati alla quinta generazione? E in così poco tempo, poi! Mi domando se copulino via bluetooth.
Assumo la mia aria più professionale. - Ma certo, che domande! Ovvio che va bene anche per un iPod di quinta generazione.
Il ragazzo mi scruta perplesso, ma io sostengo il mio sguardo professionale e la mia posa professionale con professionale tenacia.
- Ok, grazie.
La professionalità ha vinto ancora. Mentre me ne vado una vocina continua a echeggiarmi in testa: "Salva le apparenze, salva le apparenze, salva le apparenze, salva le apparenze...". Le ho salvate, no?
- Non funziona.
Un brivido mi cavalca la schiena, va al trotto lungo la spina dorsale e arriva al galoppo fino alla nuca. Alzo la testa, mi giro lentamente: una ragazza sui trent'anni - labbra carnose come la Valentina di Crepax, occhiali da sole grandi come gli occhi di Felix, seno in mostra come il più provocatorio degli hentai - poggia sul bancone il suo iPod nuovo di zecca. La scatola è accanto.
Tento con un sorriso: - Bene, lo provo un attimo e...
- No!
Déjà vù. Mi porto una mano alla tempia.
- Signorina, devo provarlo per forza: è la prassi.
La ragazza si morde un'unghia laccata; le sopracciglia si increspano tradendo la difficoltà che gli occhiali vorrebbero celare.
- Ma non è che non si accende - squittisce, - è che alcune cose non vanno.
Mi appoggio coi gomiti sul bancone, la mano che massaggia il pizzetto: - Quali cose?
Si morde un labbro: - Eh, non saprei spiegare.
- Ci provi, la ascolto: sono qui per questo.
Si guarda attorno: - Mah, non so, non ne so molto di queste cose.
- Ok, ma se me l'ha portato qualcosa non va, giusto? E se prova a dirmi cosa, magari riesco a capire.
Inspira ed espira un paio di volte: - Non sap... Cioè, non lo so. C'erano cose che...
Farfuglia, incespica, si tocca il collo, poi ci riprova, ma cede ancora prima di cominciare.
- Senta, - dico - ma non è che l'ha rotto lei?
- No! - scatta, guardandomi dritto negli occhi. - E' che... - Attendo impaziente qualche istante. - Non ce l'avete di un altro colore?
Rimaniamo a fissarci per alcuni decimi di secondo, lei con la maschera di occhialuta inespressività, io con una piena commiserazione per me stesso.
- Tutti qui, capitate - mormoro.
- Come? - fa quella.
- Niente, niente. Quando l'ha comprato?
- Ieri.
- Ha lo scontrino con sé?
- Sì.
- Attenda.
Prendo la confezione e mi allontano.
- Tutti qui.
Il calvo arriva con la sua camicia sbottonata e il petto villoso in mostra. Mentre penso che qualcuno dovrebbe avvertirlo che l’estate è finita, quello mi squadra un attimo, si dà un’occhiata attorno, e poi conclude che si dovrà accontentare del qui presente commesso, perché di meglio proprio non c’è.
- Non funziona - dice.
Al mio sguardo interrogativo poggia sul bancone un masterizzatore ancora chiuso nella scatola, immacolata.
- Bene - rispondo - lo provo un attimo e...
- Me lo deve cambiare.
Sapete, ormai l'odore di grane lo sento subito. All'inizio pare un delicatissimo profumo agrodolce, ma con un po' di attenzione puoi percepirne quell'essenza pungente che pizzica le narici e solletica la pelle. Nel mio lavoro è fondamentale rendersene conto, o rischi di essere travolto prim'ancora di capire cosa sia successo.
Inspiro e rispondo con calma: - Certo che glielo cambio, ma prima devo vedere se effettivamente non funziona.
L'altro alza un sopracciglio, stizzito. - Cos'è, non mi crede?
- E' la procedura, signore. Controllo se...
- Io voglio che me lo cambi! - urla di colpo.
- Prima devo fare la prova - replico impassibile.
- Se le dico che non funziona, non funziona!
- Se non funziona glielo cambio, ma prima devo provarlo.
- No! - sbotta. Con uno scatto che mi fa saltare sul posto, ghermisce il masterizzatore e si volta, allontanandosi a passo sostenuto. Lo seguo dirigersi verso l'uscita e andarsene senza voltarsi. Rimango lì a fissare il vuoto per parecchi secondi.
- Cos'è successo? - Sara sbuca da un angolo, forse attirata dalle urla di poco fa.
- Non l'ho capito - rispondo allibito.
*Chiedo scusa per l'assenza di questi due giorni. L'avevo già programmata e mi ero ripromesso di avvertirvi, ma poi *cough cough* me ne sono dimenticato.
Pardòn!
Dante
Sara mi viene incontro sorridente. Sorrido di riflesso, ma prima che possa chiederle cosa succede mi stampa un bacio sulle labbra e sorride.
- Ciao drogato!
La seguo con lo sguardo mentre mi supera e si dirige verso il magazzino.
- ...drogato?
Cinque minuti prima.
- Ahh, lei sì che è brava e capace - dice la signora.
Sara arrossisce: - Grazie.
- Mica come quell'altro suo collega, quell'incompetente.
Alza un sopracciglio: - Quale altro?
- Quello con la barbetta e i capelli castani. Quello che sembra un drogato, sa.
- ...un drogato.
- Sì. E' scortesissimo. Gli ho chiesto un DVD e mi ha quasi mandato a quel paese.
Incrocia le braccia: - Ah sì?
- Sì. Ha capito quale?
- Sì - risponde lapidaria, - è il mio ragazzo.
La dentiera della signora rimane aperta, il pacchetto a mezz'aria, gli occhi sfuggono quelli di Sara, infine farfuglia qualcosa e se ne va di fretta.
Cinque minuti e otto secondi dopo.
- In che senso "drogato"?! - le grido dietro.
- Farò causa alla Vodafone!
Con una mezza giravolta la signora mi dà le spalle e se ne va, il foulard svolazzante al seguito. L'espressione più imperturbabile e noncurante dal 1989 campeggia sulla mia faccia, mentre la vedo uscire dal reparto.
Jonathan mi sfiora la spalla: - Che aveva da urlare?
Mi gratto un'orecchio: - Non le stava bene di dover firmare il contratto per questo telefonino.
- Ah.
Tiro su col naso: - Farà causa alla Vodafone.
- Mh-mh - Non mi sta più ascoltando, preso da una rivista di computer. - Ah! Hai sentito di quel serpente a sonagli?!
- Cinque in un colpo! - Esclamo. - Stento ancora a crederci.
- Ho mal di schiena...
- Sempre a lamentarti.
- Ce l'ho davvero!
Dal modo in cui mi guarda mi sa che Jonathan non mi crede.
- Davvero! - insisto.
Mi fa cenno con la mano di andarmene da qualche parte, ma è lui ad allontanarsi, consultando un paio di fogli. Tiro su col naso: nessuno mi crede. Sara sbuca da una corsia e, scorgendomi, viene nella mia direzione con passo deciso. Sono pronto a lamentarmi anche con lei del mio mal di schiena, ma prima che possa dire alcunché si piazza davanti a me, a venti centimetri dal mio mento. Mi esce un sorrisino ebete: non so che dire. Neanche lei sembra, tanto che alla fine mi afferra una mano e mi trascina via.
- Ehi! Che c'è?! Che succede?!
Non fiata, non dice una parola. Io la seguo e intanto mille domande schivano la corteccia cerebrale, preferendo affondare nel silenzio della materia grigia. Girato un angolo, la porta dei bagni del personale appare poco più avanti: pare la fine del nostro percorso.
- Sara, che...
Con uno strattone aumenta la velocità. Cerco di divincolarmi, senza successo. Comincio anche a sudare - sarà questa marcia lungo il reparto, o forse l'imbarazzo di esser stati visti da chissà quanti clienti. E infine arriviamo alla porta, che Sara apre con una manata precipitandoci nel corridoio. Ancora due passi, io ho smesso di chiedere, poi si ferma. Siamo davanti all'ingresso del bagno femminile.
Abbozzo un sorriso picassiano: - Ehm, Sara cosa...?
Lei allunga un braccio e indica l'interno del bagno: - Salvami.
Scintilla, corto, un attimo lungo un decennio. - Cosa?
- Salvami! - Ha smesso l'espressione dura e severa per cambiarla con una disperata e... Schifata?
- Sara, che stai dic...
- C'è un mostro lì dentro! Una falena: è enorme! Ti prego aiutami, cacciala via, ho davvero bisogno di andare al bagno, ma non ce la faccio con quel... coso lì dentro.
Stavolta il sorriso mi riesce bene, sciogliendosi tra le labbra con un sospiro. Alzo gli occhi al soffitto ed entro, ma vi risparmio la dura lotta con l'essere mitologico che aveva spaventato la dolce pulzella, costringendola a notti insonni e giorni di terrore e paura.
Esco dopo tre minuti.
- Fatto? - pigola lei.
- Fatto - sorrido io.
Con un saltello mi butta le braccia al collo e mi stringe fino a farmi soffocare.
- Graziegraziegraziegraziegraziegraziegrazie...
L'abbraccio anch'io, più per non perdere l'equilibrio, credo.
- Ok, ok. Sei un po' melodrammatica, sai? - ridacchio.
Si stacca di qualche centimetro, giusto per guardarmi negli occhi.
Sorride: - Forse. - Poi mi da un bacio sulla guancia e scompare nel bagno.
Ci metto un po' - non so quanto - a capire che rimanere ancora lì, a fissare la porta del bagno delle ragazze, potrebbe essere scambiato per un gesto voyeuristico. Vado.
Lo fai così, discretamente. Un ditino, magari il mignolo. Eserciti una forza appena percepibile e poi ritiri la mano.
Ma non basta.
Aspetti qualche secondo, forse un minuto, intanto ticchetti sulla tastiera - colpetti sempre più secchi, decisi, severi: le mani vibrano spazientite - poi riallunghi il braccio. Stavolta incarichi pollice e indice, che pinzano l'angolo a dovere, eseguono con delicata fermezza il loro compito, e tornano alla base.
Niente.
Sbuffi, chiedi aiuto a risorse secondarie. Lanci occhiatacce come razzi Katiusha, ma se lui non ti guarda i tuoi colpi vanno tutti a vuoto. Ti schiarisci la gola con singulti cacofonici, ma la sua attenzione non ne viene scalfita. Ti fermi, smetti di fare qualunque attività; dopo un po' lui ti guarda e sorride un sorriso che non ha la benché minima traccia di colpevolezza o autoconsapevolezza.
E allora rinizi e insisti e afferri con decisione quel dannato schermo del computer. Lo sposti di altri cinque gradi verso di te, di dieci, di quindici, ma il cliente è ancora lì, come un lombrico che, anello dopo anello, si sporge sempre di più sul bancone - inizi a chiederti se stia ancora toccando il pavimento coi piedi - allunga il collo e, persino dopo che hai girato quel maledetto schermo quasi del tutto verso l'esterno del bancone, si ostina a guardare cosa ci stai scrivendo sopra.
- Mi scusi! - erompi. Il cliente pare risvegliarsi da uno stato ipnotico. Ti guarda inebetito, stordito; la sua espressione ti chiede semplicemente "Cosa?". - Sto cercando di lavorare per lei, ma non ci riesco se continua a fissare tutto ciò che scrivo!
E come s'è allungato comincia ad afflosciarsi, facendosi indietro, riprendendo il suo posto. Ha l'aria offesa, del bambino colto a mangiare la caramella quando sapeva bene che non doveva. Poco importa, pensi, finalmente puoi tornare al lavoro.
Ci sono giornate in cui la voglia di lavorare è poca, ma il destino, francamente, se ne infischia.
- Buongiorno.
- Buongiorno signora, dica pure.
- L'iPhone.
Oggi, signore e signori, giochiamo a "Interpretare le affermazioni del cliente"! Un applauso per la la cavia del giorno, che oggi in particolare non ci teneva a essere tale: Danteee!
- Sssì - rispondo con una punta di noia misto apprensione.
- E' un telefono.
- Esatto.
La signora - una quarantenne alta, con una criniera di capelli castani, giacca marrone e pantaloni scuri - mi fissa senza guardarmi, soppesando il risultato di questo primo scambio di battute.
Dopo un attimo, come uscendo dalla trance, fa il punto: - Bene. E' un telefono.
- Sì. Più esattamente è un telefono multimediale - oso.
Qualcosa entra in corto nella sua testa e la signora si scuote visibilmente: - Come?! E che vuol dire?
Osservo il mio Io astrale prendersi le tempie tra due dita e scuotere la testa. "Ma tu, Dante, non ce la fai proprio a startene zitto?", mi chiede. Provo pena e un forte imbarazzo per me stesso.
Torno alla signora. - Vuol dire che, uhm, può farci girare un po' di applicazioni.
Come se avessi bestemmiato, la signora mi guarda inorridita, assente, privata della parola e talmente sdegnata da non accorgersi nemmeno di stare a bocca aperta.
- Sa, - cerco di salvarmi - è come un piccolo computer: insomma, ci sono dei programmi installati.
- Ahh, tipo Windows! - esclama tutto d'un botto; io quasi salto sul posto.
- Sì, tipo Windows. - L'Io astrale ha un cannemozze puntato alla mia testa: aspetta solo che dica "Ma in realtà si tratta di Mac OS X, un altro tipo di sistema operativo".
- E come ci posso fare? - La signora ha ritrovato un attimo di controllo.
Decido di non spingermi troppo oltre: - Beh, più o meno tutto quello che può fare con un computer: usarlo come agenda, ascoltare musica, leggere le e-mail... E naturalmente tutto ciò che può fare un telefonino.
- Posso vederlo?
La accompagno lungo una serie di corridoi, senza affrettarmi. Non fraintendete: voglio scaricarla il prima possibile, ma non c'è modo di farlo dandole ciò che chiede. Sicuramente mi tratterrà per qualche dozzina di minuti facendo le domande più inutili: da come si accende a se supporta il suo operatore telefonico, senza passare per l'immancabile "Ma come faccio a passare la mia rubrica dal mio vecchio telefono a questo?". L'unica speranza è prendere tempo e sperare che abbia un impegno più urgente da sbrigare.
Dopo un giro più lungo del dovuto finiamo nell'area telefonia. La signora mi segue silenziosa, mentre passo in rassegna le confezioni fino a quella dell'iPhone.
- Eccolo qui! - esclamo sorridente.
Lo guarda come fosse un avanzo di minestrone: - Ah, ma è questo qua?
- Sì, vede? C'è scritto su: iPhone.
Squadra la scatola poco convinta, soffermandosi sulle scritte senza darsi il tempo di leggerle. La gira due, tre volte. Alza gli occhi verso altri cellulari, poi torna a quello.
- No, grazie - dice piazzandomi la scatola tra le mani. - Non mi piace questa confezione.
E se ne va.
Rimango lì, immobile, attonito, spaesato. Sposto gli occhi a destra, poi a sinistra. Infine alzo le spalle e ripongo la scatola al suo posto con noncuranza. Non si guarda in faccia alla fortuna, qualunque sia la forma in cui si presenta.
L'Io astrale concorda.
Michele mi batte una mano sulle spalle.
- Insomma?
Alzo un sopracciglio: - "Insomma" cosa?
Fa un gesto di non curanza, poi comincia a sfogliare Wired.
- E tu? - divago.
- "E tu" cosa?
- 'Sto nuovo lavoro: te lo sei trovato o no?
Sbuffa: - Ne ho trovati una ventina: uno peggio dell'altro.
- Peggio di questo?! - esclamo sarcastico.
Michele mi fa capire di lasciar perdere e io lascio perdere. - Dovrei andarmene a quel Paese - borbotta amaramente.
*Driiin*
Mi lancia uno sguardo alla "Dai rispondi".
*Driiin*
Gliene rimando uno alla "Non ce n'è: sei il più vicino".
Alza la cornetta assieme al dito medio. - Pronto?
Qualche secondo di silenzio. - Attenda un attimo - e accende il vivavoce. Mi raddrizzo incuriosito.
- Stava dicendo, signore?
La voce di un uomo gracchia dall'altoparlante del telefono: - Sì, appunto, mi trovo in un vostro negozio, in Francia. - Afferro solo ora l'espressione di ironica attesa di Michele e ne comincio a condividere il motivo. Il tipo continua: - Sono davanti a un televisore al plasma della Samsung (aspetti che le dico il numero di serie...): P di Padova, S di Savona, cinque... - Prendo un foglio scarabocchiato e appunto lettere e numeri. - Se l'è segnato? - conclude l'uomo.
- Certo, signore - risponde Michele affabile.
- Bene. Ecco, volevo sapere: qui il televisore costa duemilasettecentodiciassette euro e ventinove centesimi. Voi quanto lo fate pagare?
Michele ed io ci scambiamo un'occhiata perplessa: iniziamo a capire dove voglia arrivare. Chiede un attimo di tempo mentre gli passo l'appunto e fa una ricerca via computer.
- Dunque, costa tremilacinquantaquattro euro e novantanove centesimi.
Pausa.
- Ma sono circa trecentociquanta euro in più! - squittisce l'altro.
- Così pare - risponde impassibile Michele.
- Ma non è possibile! Mi trovo esattamente nello stesso negozio, nella stessa catena!
- Ma non nello stesso Paese, signore.
- E cosa vuol dire? - sbotta quello. - Siete sempre voi!
- Sì, ma noi siamo in Italia, mentre lei è in Francia.
- E con questo?!
Michele prende un lungo, lento respiro e si pizzica gli occhi con le dita. - Signore, quello è il Centro francese, noi siamo il Centro italiano: ci saranno delle differenze sui prezzi che dipendono dal Paese e non dalla catena.
- Ma come? - chiede quello, incredulo. - E perché mai qui costa meno che in Italia, mi scusi?
Michele replica secco: - Non so cosa risponderle. Cosa vuole che ne sappia, io, delle politiche economiche della Francia?
Pausa. Lunga.
Poi uno scricchiolio dall'altra parte: - Pare che dovremo scrivere ai giornali, una volta che sarò tornato in Italia.
Michele mi guarda scocciato: - Pare di sì, signore.
- Grazie mille, allora. Arrivederla.
Attacca.
Alza il mento con fare interrogativo. Io abbasso le palpebre e traggo un profondo respiro: - Sembra che "a quel Paese" non ti andrà tanto meglio.
- Qualunque lavoro farò, sarà sempre la stessa storia.
Piove, governo ladro. Amo quest'espressione sin da quando l'ho letta su un Dylan Dog di quindici o sedici anni fa: ha il fascino dell'anacronismo. Bene, sto di nuovo vagando senza meta per il reparto pensando ad assurdità inconcludenti. A volte mi mancano Marco e il vecchio capo settore: i conflitti che si creavano con loro rendevano il lavoro un'avventura e la vita meno opprimente. Quando invece al lavoro va tutto bene hai meno possibilità di distrarti dal resto.
Giro l'angolo e mi ritrovo faccia a faccia con Sara.
- Ehi! - Dice la mia bocca senza chiedere l'autorizzazione.
- Ehi! - Esclama lei altrettanto sorpresa.
Un attimo di silenzio, poi torna a sistemare dei DVD. Magari ha bisogno di una mano. Magari se tutti i commessi si aiutassero tra loro il reparto andrebbe in malora in mezza giornata.
- Ah, - esclama come uscendo da qualche pensiero pressante - Valter poco fa mi ha detto che Pietro era alle prese con un'Inglese.
- Pietro? La guardia?
Annuisce.
- Non sapevo conoscesse l'inglese.
Sara sorride: - Infatti non lo conosce: per questo Valter me l'ha detto. Sarei andata appena finito qui, ma magari potresti...
Non finisce la frase che già sto correndo verso l'ingresso. Pietro che parla con un cliente inglese?! E che diamine gli starà mai dicendo, poi? Ammiro la sua primitiva capacità comunicativa: è in grado di farsi capire con poca fatica - cosa che da qualche tempo mi tornerebbe molto utile -, ma sostenere un discorso con un cliente è tutt'altra cosa.
Non ho chiesto a Sara dove si trovasse, ma per fortuna è dove è sempre... E sta parlando con qualcuno!
- Dante! - Urla appena mi vede, facendomi un evidente gesto di avvicinarmi. Io rallento e mi dirigo verso di lui, fingendo di essere capitato lì per caso.
- Ehi Pietro, come va?
- Bene, bene, ma ho bisogno d'aiuto. Questa tizia non capisce un'acca di italiano, mi sa che è tipo inglese. Non è che...
Gli strizzo l'occhio e attacco a parlare con la cliente, che mima un "Alleluia" catartico al cielo. Scopro che voleva sapere dove si trova il bagno del Centro: pare che il figlio piccolo non riesca più a tenerla. Le do le indicazioni necessarie e la saluto con un "Goodbye ma’am".
Pietro mi guarda con ammirazione; non posso fare a meno di sentirmi a disagio.
- Sei un grande, Dante.
- Ma no, non era difficile.
- No, dico sul serio. - Mi poggia una mano sulla spalla. - Vorrei tanto saperlo anch'io, l'inglese.
- Beh, ci sono dei corsi che...
- E sì che ho viaggiato tanto, eh. - Non mi ha neanche sentito. - Amsterdam, Barcellona, Santorini (è in Grecia, eh). Sono sempre riuscito a farmi capire, però di inglese... Nisba. - Conclude con un gesto netto della mano.
Annuisco, alzo le spalle, cerco qualcuno che mi possa salvare.
- Però una cosa la sapevo: me l'avevano insegnata i compari di viaggio.
Tremo al solo pensiero di sapere cosa...
- "I miei amici mi chiamano Godzilla: le dimensioni contano".
Gelido vento di imbarazzo tra noi.
- Ma non ricordo più come si dice. - Conclude. E lo lascio lì, a scavare nella memoria verso tempi migliori.
Governo ladro.
Arriva marciando sul linoleum come fosse Attila, calvo e col petto villoso in mostra. In mano nessuna lancia o spada, ma la confezione di un telefono fisso: protesta in arrivo.
- Cos'è questo, eh? - Mi sbandiera la confezione a due millimetri dal naso. - Io vi ho chiesto un telefono con Skype e questo non ce l'ha. Cos'è, sono un coglione? Sono un coglione? Adesso tu mi rimborsi, hai capito? O io qui faccio un macello!
Intono il mea culpa del perfetto commesso: - Mi faccia vedere. Oh, ha proprio ragione, signore. Diamine che stupido! Mi aveva chiesto un telefono con Skype e io, invece, le ho dato quest'altro. Ma quand'è stato? Ieri, vero? Mi deve scusare, ma ieri avevo la testa da tutt'altra parte. - Ieri, io, manco ci lavoravo qui. - Non si deve preoccupare, però: glielo sostituisco in un attimo, senza problemi e... Aspetti! Acc, cavoli: ma noi non li abbiamo più i telefoni con Skype! E come si fa, adesso? No, no, non dica nulla: vuole il telefono con Skype e io le procuro il telefono con Skype. - E' da fine luglio che non abbiamo i telefoni con Skype e non credo che qualcuno gli abbia venduto questo aggeggio dicendogli che lo supporta. Servirebbe tentare di spiegarglielo? Servirebbe dire che il mio collega difficilmente gli ha volontariamente dato un apparecchio per un altro?
Vado verso il bancone, seguito dall'Unno stemperito.
- Bene, vediamo... - Do un'occhiata ad alcuni fogli sul bancone, poi insceno la mia miglior esibizione di linguaggio suggestivo: - Ecco, può tornare tra dieci giorni e avrà il suo telefono con Skype. Altrimenti posso darle immediatamente un altro telefono che supporta il sistema VoIP, ma le chiarisco fin da ora che non è specifico per Skype. Decida lei: se aspetta dieci giorni avrà il suo telefono con Skype. Ma tra dieci giorni, non prima. Altrimenti, adesso, senza pagare niente di più, può prendere un altro telefono che supporta il VoIP, come Skype, ma che non ha Skype.
Il barbaro mi guarda inebetito. Decido di ripetere lentamente un'ultima volta: - E' un telefono con cui può fare chiamate via internet, ma non usando Skype.
- Ah... - Esala la sillaba come un rantolo: - Va bene, sì... Lo prendo.
Inspiro, espiro, sipario.
Squilla il telefono. Nessuna lucina verde indica che si tratta di una chiamata interna: cliente-minaccia in arrivo. Vi ricordate "Topolino"? Quando squillava il telefono per una notizia infausta e l'apparecchio faceva un salto e sopra c'era un Riiiiiing rosso fuoco disegnato come un arco intimidatorio. Ecco, il nostro telefono sta facendo esattamente così - arco rosso fuoco e tutto compreso.
- Pronto? - Devo rispondere. E' il mio lavoro rispondere. E' il mio lavoro fare da... cosa?
- Pronto? Deve aiutarmi!
Infermiere del pronto soccorso?
- Mi dica tutto, signora.
- Ho comprato trenta penne USB e vorrei cambiarle.
Personal shopper?
- Quando le ha comprate?
- Cinque mesi fa.
Agendina umana?
- Il limite massimo per una sostituzione sarebbe sette giorni, ma... Ha conservato lo scontrino?
- No.
"Box Qua"? Ahh, il "Box Qua"... Che fantastica invenzione! Avete presente quella serie di oggettini che non hanno una collocazione precisa in casa e che, per questo, poggiate "da qualche parte" salvo poi non riuscire a trovarli nel momento del bisogno? Ecco, il "Box Qua" è una scatola, o un cassetto, o un'anta, o qualunque altro posto che risponde alla domanda: "E dove lo metto questo?". Qua.
Sì, lo so: sto cercando di svagare.
- Signora, ma io come faccio a cambiarle trenta penne USB, comprate cinque mesi fa, senza nemmeno lo scontrino?
- Ma lei deve capirmi, - singhiozza quella - io ho divorziato!
Mi sbatto una mano sulla fronte: tra tutti i lavori che avrei potuto fare in futuro, proprio verso la psicologia mi dovevo orientare?
- Ma che fate? Perché non siete in vacanza? Perché venite qui a costruire le fantasie dei viaggi estivi che vi sono stati negati? Quel signore là giù, per esempio - quello col pizzetto, la chierica, una ciambella di ciccia che sostiene la sua espressione tracotante, mentre guarda non so che aggeggio hi-tech -, voleva andare in Egitto. Pensa a Cheope e Ramess, alla sabbia e ai cammelli, ma soprattutto, lo so, alle piramidi.
Sara, il gomito sul bancone, la mano che affonda nella guancia, mi scruta attonita.
- Dante cosa diavolo stai dicendo?
Mi volto e la guardo negli occhi.
- Fa caldo. Svalvolo. Possibile che ogni anno i condizionatori debbano rompersi in questo periodo?
- Ma non volevi andare in Egitto?
- Non io, il signore!
- E chi te l'ha detto?
Le indico il mucchio di prodotti che il tipo ha portato nell'ultimo quarto d'ora dicendomi "Me lo tiene mentre cerco altre cose?".
- Non ti sembra una piramide?
Sara osserva, dà un colpo di reni e si piega in due con le mani davanti alla bocca per trattenere una risata.
- Sei... matto... viaggi... troppo... col... cervello - dice, mentre tenta di non soffocare.
Scuoto la testa: - Ma non faceva così ridere.
Il signore arriva di nuovo: - Mi tiene anche questo? Devo cercare altre cose.
Lo prendo e mi lascio scivolare sul pavimento, nascosto dal bancone, accanto a una Sara ancora piegata a fisarmonica ma leggermente più silenziosa.
- Pausa?
Si asciuga le lacrime: - Pausa.
Vacanze, dove siete?
Vi prego, salvatemi.
Non so cosa abbia fatto per meritarmi questo; anzi, questi. Sono pronto a fare ammenda, però. Chiederò scusa pubblicamente, mi prosterò e rotolerò nella polvere, se necessario. Qualunque cosa, ma tiratemi fuori da qui.
- Allora, ci sono - dice quello alto. Vorrei tanto rispondergli che ne ero convinto, che lui ci è. - Faccia trenta euro.
Faccio trenta euro. Lui è in ansante attesa, la sicurezza negli occhi, che non mollano un attimo la presa dal lettore. Quell'altro, quello basso, è un po' meno convinto: si limita a storcere la bocca e a molestarsi il pizzetto. Qualche secondo e poi... Come volevasi dimostrare.
Un attimo di silenzio e quello basso prende la parola. - Te lo dicevo che ce ne sono meno di trenta. Fai venticinque.
- Ma no, aspetta, non capisco. Eppure...
Riattaccano lo stesso disco. Brutto, peraltro. Insomma, fosse un disco-rso da Top Ten! Qui non siamo nemmeno tra i primi cento. ...oh Dio, ma che sto dicendo? Ecco, lo sapevo: sono impazzito. Cosa dovevo aspettarmi, d'altronde? Ah, ma mi sentiranno su al "risorse umane": l'assicurazione mi dovrà pagare i danni per questo.
- Scusi...
Rivolgo uno sfinito "Sì?" a quello basso.
- Allora proveremmo con venti euro.
E proviamo venti euro. E rifacciamo tutta l'operazione. E aspettiamo gli stessi secondi di prima (non ho pensato a contare quanti sono). E ancora una volta la cosa non va.
Quello alto ha un singulto di imbarazzo misto a un "che ti dicevo?". Rimangono in silenzio tutti e due. Stavolta li guardo negli occhi: prima uno, poi l'altro, poi di nuovo il primo. Non lo farete, vero? No, non potete farlo. Non sarete così testardi da...
- Sa, - interviene quello basso, gli occhi fissi chissà dove - forse dovremmo provare con quindic...
- Signori! - Mi accorgo che il tono è un pelo più alto del dovuto: ti capisco Dante, ma moderiamoci. - Forse dobbiamo convenire tutti e tre che su questa carta di credito non ci sono soldi. E forse conviene che paghiate tutto in contanti, anziché metà e metà.
Mutismo, indecisione, lo sguardo gettato su ogni possibile alternativa; infine la resa.
- Sì, forse ha ragione - è il coro della vittoria.
Grazie, Gesù.
- Dante!
Quasi salto sul posto quando Sara mi urla nelle orecchie assalendomi da dietro. Siamo fuori dal Centro, nascosti da una delle pareti. Svoltato l'angolo c'è la piccola scalinata che dà su uno degli ingressi.
- Che diamine ti salta in mente?! - sussurro.
- Perché sussurri? - fa lei.
D'improvviso mi ricordo perché sussurro. Mi acquatto sul muro e l'afferro per un braccio, costringendola a fare altrettanto. Le metto un dito davanti le labbra, poi mi sporgo oltre l'angolo.
- Dante sei impazzito?
- Shh! Se mi scopre sono fregato!
Sara si sistema la borsetta a tracolla, scivolata lungo una spalla in seguito allo strattone.
- Chi dovrebbe scoprirti? E a fare cosa?
Le lancio un'occhiata alla "Lascia perdere", ma lei non lascia perdere e cerca di sorpassarmi per affacciarsi oltre il muro.
- Chi c'è lì?
- Sta buona! - La afferro per i fianchi rimettendola al suo posto. - Così ci vede!
- Ma chi?! Se non me lo dici mi metto a urlare!
Sono sicuro che lo farebbe. Le poggio una mano sulla spalla per condurla lentamente oltre l'angolo. Ci sporgiamo e le indico un ometto basso, tarchiato, con una camicia hawaiiana e un paio di pantaloncini corti, da cui sbucano due gambette incredibilmente pelose.
- E chi è? - mormora Sara.
Ci rinascondiamo dietro il muretto.
- Non so quale sia il suo nome, Valter ed io lo chiamiamo "il nano".
- Carini - dice con tono di disapprovazione.
- Non l'hai mai visto? Eppure gira da un bel po' per il Centro.
- Non so, non mi dice niente - alza le spalle. - E comunque perché ti nascondi da lui? Gli devi dei soldi?
- Molto peggio!
Sara mi guarda senza capire.
- E' un logorroico-attaccabottone! - dico. - Da quando ha scoperto dove lavoriamo non ci lascia più in pace, capisci? Ci ferma ogni giorno dentro e fuori al reparto, quando stiamo lavorando e fuori dal turno. Ci chiede come va, cosa facciamo, e quando i convenevoli sono finiti attacca a chiederci cose assurde su... che ne so, l'ultimo cellulare della Nokia o il lettore DVD della Samsung. Ma il peggio è che è palese che non gliene freghi un cazzo! Capisci? Sta lì fermo, ad ascoltare, solo perché non ha niente da fare. E quando te ne accorgi e tronchi il discorso... attacca con un'altra domanda! Se poi cerchi di andartene inizia a sparare una serie di commenti privi di qualunque logica. E' terribile.
Sara mi guarda con gli occhi sgranati, ma senza vedermi. - Un logorroico-attaccabottone... - mormora. Posso immaginare lo scenario post-atomico che le sta scorrendo davanti gli occhi in questo istante.
Annuisco grave: - Lo so, è maleficamente devastante.
Torna in sé e insieme ci sporgiamo ancora una volta oltre il muretto. Sara fissa "il nano", gli occhi ridotti a due fessure: - Satana si manifesta davvero in tante forme...
Arriva sorridente, contenta, gli occhi allegri, felice; perché lei, giovane cliente all'italiana, oggi ha battuto la Crisi. Si prende beffe dell'economia, delle banche, di chi gioca in borsa e perde tutto: lei non ha avuto bisogno di rischiare, no signore; lei ha aspettato pazientemente, ha aspettato senza chieder nulla, finché la buona sorte ha bussato alla sua porta, premiandola in questi tempi magri per la sua attesa.
Valter ed io la osserviamo mentre si avvicina, i denti bianchi in mostra, le labbra inarcate. Ci saluta, ci augura il buon giorno, poggia un DVD su un lato del bancone e uno schermo per computer sull'altro. E aspetta.
Non diciamo nulla, attendiamo anche noi, perché sappiamo. E allora lei pensa che sia bene spiegarsi: - Questi sono per il "2x1".
Valter affonda lentamente la fronte nella mano. Io sospiro mesto.
- Signora, - dico - può pagare un DVD e ricevere in omaggio un altro DVD, non qualunque prodotto del reparto.
Meno di una ventina di parole, e il sorriso s'infrange come un'onda sugli scogli, gli occhi si oscurano, le guance prima sbiadiscono, poi arrossiscono. China il capo e, senza dire niente, corre via riportando i due oggetti al loro posto.
- E' andata via? - chiede Valter dal suo rifugio.
- Sì.
- ...santi numi.
Il signore alza l'indice per farmi una domanda; in mano ha un DVD. Tanto per cambiare.
- Scusi...
- Mi dica.
- A proposito di quest'offerta "2x1"...
Alzo gli occhi al cielo.
- ...ma vale per tutti i DVD? Anche quelli senza bollino?
Sbuffo. Inspiro. Sbuffo di nuovo. Chino la testa e mi gratto la nuca, poi le sopracciglia. Apro la bocca, ma le parole mi muoiono dentro. Alzo una mano per iniziare, poi la riabbasso. Infine poggio i pugni sui fianchi.
- Ma lei dove ha letto dell'offerta?
- Qui sopra! - Prontamente alza il DVD davanti al mio naso, indicando con l'altra mano il bollino verde che riporta l'offerta.
- Quindi ha letto il bollino.
- Sì!
- Il bollino che c'è sul DVD.
- Sì!!
- Il bollino che mi sta indicando col suo dito.
- Sì!!!
Mi passo una mano sulle guance, facendo scorrere le dita lungo la barba incolta di due giorni.
- Mi può leggere che c'è scritto, per piacere?
Il signore rimane un attimo colpito, poi si avvicina la confezione agli occhi: - Offerta "2x1", - inizia saccente - prendi due DVD e ne paghi uno. Valido solo sui DVD con il boll... oh.
- Eh.
Due chiazze rosse cominciano a colorargli il collo; non osa guardarmi.
- C'è scritto qui - fa con una vocina da bimbo.
- Eh già, proprio per evitare malintesi.
Ridacchia: - Pare che ci conosciate bene.
- Mai abbastanza...
*non so bene come funzionino i feed RSS, ma è capace che qualcuno abbia ricevuto un post sbagliato (dubito invece che qualcuno l'abbia letto da qui, dato che l'ho cancellato velocemente). Se è così... avete già letto uno dei prossimi racconti ^__^ Scusate l'errore!
Arrivo in reparto sfoggiando il mio miglior sorriso, quello per le occasioni buone. Nessuno domanda perché, tutti sanno. Qualcuno mi strizza l'occhio, qualcuno aggiunge una pacca sulle spalle, qualcun'altro mi fa notare che sembro ubriaco. Ubriaco non lo sono: il calo di pressione - dannato! - è ancora dietro le porte e ieri ho potuto offrire da bere a tutti tranne che a me. Ma che importa? Ho finito gli esami! Ho finito sette lunghi anni di esami! Oggi non può che essere il giorno più bello della mia vita.
- Oh no. - Le parole mi escono di bocca senza che me ne accorga, tanto che ho quasi la tentazione di rispondermi "Cosa c'è?". Ma non ne ho bisogno: lo so bene cosa c'è. Avevo completamente rimosso che da oggi sarebbe partita l'offerta 2x1 sui DVD. Una tragedia. L'offerta più antica del mondo è ancora capace di assassinare i neuroni di molti clienti. E indovinate chi ci rimette?
- Lei!
Beh, non è che mi aspettassi una risposta.
- Può aiutarmi?
Mi giro verso il cliente, il mio sorriso in primo piano: qualunque cosa accada, non ho intenzione di farmelo levare.
- Ma certo, mi dica.
- Leggevo quella scritta... -
Non ho bisogno di girarmi per sapere che sta indicando il cartellone su cui campeggia la formula aritmetica "2x1", anticipata dall'acronimo "DVD".
- Sì? - chiede il mio sorriso.
Si sofferma qualche istante sul cartellone, ripete mentalmente la frase lì scritta, cerca le connessioni necessarie, tenta un aggancio, ristruttura il contesto... poi cede.
- Che cosa significa?
Iniziamo.
- Buonasera signora, mi dica.
La nonnetta sorride graziosamente. - Vorrei vedere quel telefonino lì - dice indicando la bacheca.
- ...quello? - chiedo perplesso.
- Esatto, proprio quello lì.
Mi gratto un braccio, arriccio le labbra e allungo l'indice verso la sua mano. - E' lo stesso che sta tenendo in mano in questo momento, signora.
Come in trance alza la mano e osserva il cellulare. - Oh - esclama, - lo so, ma io voglio vedere quello lì.
- Che è uguale al suo - ripeto.
La signora pare guardarmi senza capire.
- Ok. Bene. Certo! Se vuole vedere un cellulare identico a quello che sta tenendo in mano, chi sono io per giudicare?
L'avevo sentito alla radio che il caldo stava arrivando.
La cliente allunga una confezione di DVD oltre il bancone. La prendo, le sorrido e faccio per battere il prezzo.
- Sa dirmi quanto spazio hanno? - chiede gentile.
- Poco più di quattro giga e mezzo - rispondo.
Mi guarda pensierosa: - Dice che c'entra un filmato?
- Dipende da quanto è grande. Quattro giga, comunque, sono davvero tanti: direi di sì.
Mi sorride e io ricambio.
- Scusi! - L'uomo ci interrompe prima che possa tornare alla cassa. - Sa dov'è il bar?
Schiocco un'occhiata infastidita: lo so, sono poco tollerante in questo periodo, ma vorrei solo finire il mio lavoro e... Comunque: - Prenda la scala mobile: deve scendere di un piano.
- Giù?
- Già.
- Quindi di sotto.
Inarco le sopracciglia: - Direi di sì!
Il signore ringrazia rapidamente, allontanandosi. Lo seguo con lo sguardo e lo vedo superare la scala discendente e avvicinarsi a quella ascendente. Vorrei chiamarlo, ma da quella distanza non mi sentirebbe. E' lui a girarsi, comunque; chiude la mano a pugno e alza l'indice, muovendola un paio di volte verso l'alto per chiedermi conferma. Scuoto la testa, rivolgo il mio indice al pavimento, e faccio lo stesso gesto. Come stordito, l'uomo rimane immobile, gli occhi aperti, perplessi. Poi si gira e sale.
Resto a bocca aperta, con la confezione di DVD ancora in mano. La signora - che ha seguito tutta la scena - ha la mia stessa identica espressione. Si volta a guardarmi, ma non riesce a trovare le parole. Le vengo incontro: - E' così ogni giorno.
Agosto mi fa pensare alla pace, alla tranquillità, a "Oh mio Dio mi mancano due esami, non ho iniziato la tesi e sono senza un euro, e guarda Dante che questo non è mica agosto, è ancora giugno".
Sigh, ci sono momenti in cui vorresti fare un salto temporale, trasformare il presente in passato e vivere il futuro. Anche se in realtà qualcosa di simile l'ho già fatto, e non è che abbia dato grandi risultati. Stavo prendendo appunti per un esame quando mi sono rotto le scatole e sul quaderno ho scritto: "Caro Dante, da qui in poi studia sul libro perché io, cioè tu, mi sono rotto le palle di prendere appunti". Quando durante il ripasso sono arrivato a quel punto, ero piuttosto contrariato con il me del passato.
Niente. Continuiamo a vivere il presente con la certezza che, prima o poi, ci troveremo inevitabilmente nel dove e nel quando sbagliati.
- Mi scusi.
- Dica.
- Cercavo l'ultimo CD di...
- Aspetti, questo non è il reparto "Dischi".
- Ma io è mezz'ora che aspetto!
Prenditela con il te passato.
- Il mio computer ha caldo.
Michele solleva appena la testa: fa troppo caldo persino per rispondere alle mie stupidagini. Lo prendo comunque per un gesto d'interessamento.
- Sì, - continuo, - soffia tutto il tempo.
Mi guarda. Non credo sia interessato, ma perlomeno vuole sapere come va a finire.
- E' svalvolato per il caldo, ti dico. Da qualche giorno, dopo pochi minuti che è acceso, inizia a fare "ffffffffffffffh".
E alla fine, con un po' di coraggio, prende una boccata d'aria per rispondermi.
- Dante, il tuo computer non soffia un bel niente. E' la ventola. - Mi manda in estremo oriente con un gesto della mano. - Sei tu a essere svalvolato.
- Scusi, - la signora alza il ditino per richiamare l'attenzione di Michele - questo che piano è?
- Secondo - sbuffa Michele.
- E l'uscita dov'è?
- Al pian terreno - inspira.
La signora si guarda alle spalle, ci pensa un attimo, poi: - Ah, allora per uscire devo scendere?
Alza gli occhi al cielo: - Faccia lei...
Guardiamo la tipa andarsene; io sorrido stanco: - A quanto pare il caldo non lo soffro solo io.
E' piacevole parlare con lei. E' carina, con lunghi capelli ricci e occhi nocciola. E' simpatica, le labbra sottili e sempre sorridenti. E' gentile, chiede e non pretende, domanda e non interroga.
Parliamo di un iPod. E' entrata in negozio per comprarne uno, ma si portava dietro un carico di dubbi e insicurezza. Così, mentre l'accompagnavo allo scaffale, le ho chiesto a cosa le servisse. E da lì abbiamo iniziato a parlare amabilmente di pregi e difetti, qualità e pecche.
Mi ha chiesto se ne ho uno ("Sinceramente non ne ho mai sentito il bisogno"). Per farsi un'idea, che musica ascolto ("Dai Clash a Kaos One, dagli Smiths ai Propagandhi, da Neffa ad Amy Winehouse"). Per curiosità, se lo consiglierei a un'amica ("Dipende dall'amica," sorrido).
Passeggiamo lentamente per la corsia dei lettori mp3. Ogni tanto faccio qualche battuta su marche o modelli che non comprerei mai. Lei ride. Ridiamo insieme, per la verità. E così continuiamo a passeggiare, e intanto le mostro qualche lettore, le dico cosa ne penso, le chiedo cosa ascolta di solito, le prendo la...
- Quando avete finito di divertirvi, lei potrebbe anche servirmi - mi dice il tizio allampanato dai capelli grigi e lo sguardo smorto.
Sorpreso, mi blocco per un attimo. Guardo lui, guardo lei; sto per aprire bocca, ma la ragazza arrossisce, chiede scusa, dice che comunque ha capito cosa vuole e così mi ringrazia e se ne va. Non faccio in tempo a pronunciare nemmeno una sillaba, mentre scompare tra le corsie.
Mi giro ancora a bocca aperta verso il cliente.
- Allora, - fa quello - mi serve…
La signora mi fissa negli occhi, mi penetra con lo sguardo, sonda le mie carni, trapassa le ossa, affonda nella materia grigia; e infine alza un dito ed esclama: - La sette!
Poi si gira e se ne va.
Pietrificato, oso solo spostare gli occhi (prima a sinistra, poi a destra) e sussurrare flebile: - Ahiuto.
Certe cose capitano e basta. Perché indagare sulle cause? Perché chiedersi il motivo? E' capitato. Da qualche parte ci sarà un perché, ma a cosa serve saperlo? Ti aiuterà a capire meglio? A cambiare le cose? A volte non c'è bisogno di sapere le ragioni di qualcosa, per cercare una soluzione.
- E così con Stefania...
Con Sara c'era stata un po' di tensione, ultimamente. Colpa mia, forse. Colpa del lavoro, magari. Colpa della Crisi, diremmo. Colpa di Bugs Bunny, probabilmente. Eppure, quale che sia il motivo, sappiamo entrambi che a un certo punto si possono ritardare le scuse - in questo caso le mie - e concentrarsi su cos’è importante.
- Che devo dire, non andava. - Mi massaggio il mento, guardo da un'altra parte, poi sistemo i capelli. - Oh beh, per andare forse sarebbe dovuta partire.
- Dai...
- Ma sì, - scanso l'aria infastidito - è partita, è andata... e ora è semplicemente arrivata.
Abbozza un sorriso di comprensione e mi accarezza un braccio. Poi, come nelle scene più clue dei film trasmessi dalla Mediaset, arriva la pubblicità.
- Scusi.
Sorrido al cliente (che sorriso finto, mio Dio): - Mi dica.
Il tipo alza una cardbus: - L'ho pagata 25 euro.
Sara ed io ci guardiamo.
- Buon per lei - replico.
- No, lei non ha capito - si scalda. - Sul cartellino c'era scritto che costava 21 euro e 50.
Schiocco la lingua: - Ahh, capisco. Mi dispiace, è stato un nostro errore.
- Ora mi spiegate perché.
Di nuovo Sara mi guarda e io guardo lei. Vorrei cederle la palla, ma non credo che abbia una risposta migliore della mia.
- Ehm, capita.
- Cosa?! - esclama il tipo, visibilmente insoddisfatto.
- Purtroppo può capitare, mi dispiace davvero. Magari qualcuno sbaglia a mettere il cartellino, o per errore riporta la cifra sbagliata.
- Mi sta prendendo per il culo?
Mi poggio le mani sul petto: - Signore non mi permetterei mai.
- Lei mi sta prendendo per il culo?! - alza la voce.
- No, guardi, dico davvero: può capitare. Comunque le spetta il rimborso, posso tranquill...
- Io non voglio nessun rimborso! - urla. - Voglio solo sapere perché lì c'era scritto un prezzo e io invece ne ho pagato un altro.
Non rispondo. Non rispondere, dice la mia mente. E io non rispondo. Sara, accanto a me, trema. Non per paura, credo; piuttosto è l'impotenza, l'impossibilità di cambiare le cose, di dare una spiegazione che il cliente ritenga accettabile. Ma io non rispondo. In mente ho uno di quegli insettini piccoli, neri, che quando li tocchi si fermano, immobili, fingendosi morti, aspettando che tutto passi.
Il tipo mi guarda negli occhi. Io non oso neanche battere le ciglia. Poi, come se una cappa si schiudesse attorno a noi, prende consapevolezza dell'ambiente: i clienti che si sono fermati a guardare; Jonathan e Valter che si avvicinano lentamente; la vita che continua, indifferente alle sue richieste.
Distoglie lo sguardo, ripone la cardbus nella busta, si scusa e se ne va.
Sara mi guarda.
- Non ho risposte - dico.
Annuisce d'accordo.
E' lì, lo vedo da dietro il bancone. Curiosava vicino ai DVD da un po'; finalmente ne ha preso uno. Lo guarda. Lo osserva. Lo scruta. Se lo porta all'orecchio e lo agita. Lo agita? Sì, lo agita. Di nuovo davanti agli occhi; lo agita ancora. Di nuovo all'orecchio, e lo agita più forte. Si ferma. Fa una pausa. Si guarda attorno; lo agita. Ancora una pausa; guarda a destra, guarda a sinistra, guarda davanti a sé. E incomincia a sbatterlo con veemenza sul bordo dello scaffale.
L'urlo di Jonathan mentre gli corre incontro atterrisce tutto il reparto: - MA COSA STAI FACENDOOOO!!!?
Il cliente si rimpicciolisce, affonda la testa nelle spalle, posa il DVD, chiede scusa, fila via come un animaletto impaurito.
Jonathan lo guarda andar via, ripone il DVD, torna verso di me incredulo, scuotendo le mani con i palmi al cielo.
Io lo guardo appoggiato coi gomiti sul bancone, la mano sulla bocca, gli occhi infossati: - Non c'è scampo. Non. C'è. Scampo.
- Scusi, ma la Formula 1?
E' domenica. Fa caldo. Sono stato al mare il giorno prima ma oggi, come un moderno Sisifo, ricomincio da capo il mio lavoro. Figuratevi quanta voglia ho di comprendere cosa mi stia chiedendo questo tizio occhialuto, con la sua chierica di capelli grigiastri impregnati di sudore.
- Come scusi? - Purtroppo è mio dovere rispondere.
- Non la trasmettete oggi? C'è il Gran Premio, non avete televisori che lo trasmettono?
I clienti che vengono in negozio per vedersi il GP o le partite non sono rari. I centri commerciali, ormai, sono come il baretto sotto casa. Valter aveva persino pensato di servire birre e patatine a pagamento; così, per arrotondare un po'. Fortunatamente Davide ha fatto sì che questo pensiero sia rimasto tale.
Comunque, siamo abituati a questo genere di clienti. Un po' meno a quelli che, sfacciatamente, dichiarano di usare il Centro come drive-in a sbafo. Ma che posso farci? Alzo un braccio e indico la corsia dei televisori. Il signore dà un occhiata e va da tutt'altra parte. Alzo gli occhi al cielo, sbuffo, sospiro e torno al mio lavoro.
Oggi non c'è un granché da fare. Qualcuno penserà che sia un vantaggio, ma restare chiuso qui dentro girandosi i pollici e torcendosi i capelli tutto il tempo stanca.
Decido di dare un senso alla giornata e inizio a passeggiare per il reparto, nella speranza che qualche cliente mi dia uno scopo per cui vivere queste interminabili ore. Quando arrivo agli scaffali dei televisori, la prima cosa che vedo è il tizio occhialuto, comodamente seduto su una nostra sedia presa da chissà dove. Sbracato come Homer Simpson - gambe distese, spalle incurvate, mani sulla pancia - si gode amabilmente l'accanito inseguimento di Raikkonen su Barrichello.
Sgrano gli occhi incredulo. Davide mi si accosta. Ci guardiamo. Torniamo a guardare il tizio. Dietro di lui, una coppietta scruta le videocamere esposte nella vetrina, sebbene la posizione del signore renda scomodo il tutto.
E' Davide che prende l'iniziativa e fa due passi avanti: - Scusi, dovrebbe spostarsi. I due signori stanno guardando la vetrina.
Il signore si scuote, bofonchia una scusa e per tutta risposta si sposta di un metro in avanti con la sedia. Davide fa per aggiungere qualcosa, ma quello lo interrompe prima: - Sa, è che mia moglie se ne è andata a fare la spesa per il Centro e mi ha lasciato qui.
- Ah - è l'unica risposta di Davide.
Ci guardiamo di nuovo.
- Io mi arrendo - fa lui.
- Io ti seguo - replico.
- "Mare, mare, mare, ma cosa son..."
- Dante, ti prego, basta!
Guardo Sara con aria di sufficienza: - Non apprezzi i grandi classici.
- Il pescatore è un grande classico - ribatte lei, - Eskimo, Mio fratello è figlio unico, forse Un'avventura. Mare mare non è un grande classico!
- Eskimo non è un grande classico!
- Sempre più di Mare mare...
- Ascolta, - le appioppo un pacco di confezioni di videogiochi prima di abbassarmi per allacciare le scarpe - la musica è bella perché ognuno ci si può ritrovare, no?
Sara alza un sopracciglio sconcertata: - Mi stai dicendo che ti ritrovi in Mare mare?
Uhm: - In effetti... no.
- E allora perché diavolo la canti?!
- Masochismo? - Riafferro i videogiochi e riinizio a metterli a posto.
- A me sembra più sadismo verso di noi.
- Io non sono sadico, semmai...
Un'onda d'urto? Il terremoto? Lo tsunami? Qualunque cosa sia mi scuote come un alberello rinsecchito, facendomi cadere un paio di confezioni. Sara guarda allibita dietro di me, mentre prendo coscienza che qualcosa si è appoggiato alle mie spalle per darmi quella scossa. Mi giro: è una mano; a cui è attaccato un braccio; che porta dritto a un corpo; di un cliente.
- Buonasera, mi vede sul computer se avete ancora cartucce ricaricabili della Lexmark?
Più sconvolta di me, Sara cerca il mio sguardo e indica l'uomo: - Ma... ti ha toccato, e... ti ha scosso tutto.
- Lo so... - rispondo basito.
- Ma... lo conosci?
- Mai visto prima...
E con sguardo assente e aria spaurita m'incammino verso il computer.
- "Mare, mare, mare, ma cosa son venuto a fare, se non ci sei tu?".
- Dante, seriamente, dovresti aggiornare il tuo repertorio musicale.
Liquido Sara con una smorfia e un'alzata di spalle, mettendomi di fronte al computer.
- Che fai? - mi chiede lei.
- Piccìuio.
- Che?!!
- Voce del verbo piccìuiare: usare il PC.
- Mai sentito.
- Perché l'ho appena coniato. Presto diventerà di largo uso. Tutti ce l'avranno in bocca; nessuno potrà farne a meno; e ogni volta che lo userai dovrai darmi 0,001 euro. Sembra poco, ma diventerò ricco... ricco! ...RICCO!
Sara mi batte una mano sulla spalla: - Ok, ok... ricco. C'è un cliente: ci pensi tu?
Mi alzo svogliatamente raschiando il fondo delle mie espressioni per trovare un sorriso decente.
- Salve - dico.
- Eh, comunque si dice "buongiorno" - risponde quello.
Il mio sorriso si frantuma come uno Swarovski precipitato nel Gran Kanyon.
- Come scusi?
- "Salve" si scrive sugli zerbini; con le persone si usa "buongiorno".
Il povero cliente non si è accorto che Valter, catturato dalla sua prima affermazione, si era appostato alle sue spalle per sentirne il prosieguo. Una sguaiata risata in dolby surround lo investe da dietro. Quello si gira sgomentato e Valter inizia a saltare per il reparto da un cliente all'altro, dicendo "Salve! Salve! Salve!" e ridendo come una iena.
Sconvolto, il poveretto torna a guardarmi.
- Un po' se l'è cercata eh - ammicco.
Appollaiati sul bancone, chi col mento sul ripiano, chi sbracato con tutto il busto, chi con le guance incastrate tra i pugni, lo scorgiamo mentre entra in reparto. Camicia semisbottonata, Ray-Ban sugli occhi, scarpe sciccose e un telefonino all'orecchio che cicala incessantemente.
Lui ascolta, s'inserisce, travalica noncurante il discorso dell'altro e vomita le sue considerazioni. Intanto lo guardiamo girare e girarsi, fare cinque passi in una direzione, fermarsi, roteare di 90° e farne due in un'altra, ripensarci, tornare indietro di dieci passi e svoltare a destra; ci ripensa: a sinistra.
Si ferma davanti a un espositore e prende una chiavetta USB in mano, la posa, un cavo firewire, posa anche quello, gli cade, lo raccoglie, lo mette a posto, si allontana - e intanto parla, parla, parla, ciarla.
Si avvicina a noi, che non ci scomponiamo. Fa un gesto con la testa, anticipando la richiesta; poi alza un dito, chiedendo di aspettare. Ci dà le spalle, parla, si allontana, parla, torna a girare su se stesso. Parla.
Infine lo vediamo mettere giù il telefonino, mostrare un'aria soddisfatta, lanciarsi due/tre occhiate intorno (qualcuno lo guarda) e andare via.
- Certa gente... - dice Valter.
- ...non ha un cazzo da fare, no - concludo io.
- Ma Stefania?
Se Stefania sapesse che da una settimana provo un fitto senso di nausea ogni volta che sento il suo nome, probabilmente non la prenderebbe molto bene. Non posso farci niente: l'instabilità della situazione - ci baciamo ma non stiamo insieme - non fa che aumentare la curiosità dei miei colleghi, pronti a chiedermi ogni giorno come vanno le cose tra me e lei. Sono più loro a parlare di noi, che noi a frequentarci. E oggi, a quanto pare, iniziamo con Jonathan.
- Ma insomma! - sbotto. - Cosa ci sarà di strano, poi, se ho una relazione!? Siete noiosi, sai? Non sapete davvero chiedermi altro?
Il cliente è sempre, terribilmente, in orario.
- Mi scusi...
Sfoggio il miglior sorriso che mi riesca: - Mi dica.
- Ma Michael Giacchino, l'autore delle musiche di Lost, fa anche parte di qualche associazione per la difesa dell'ambiente?
...
Il silenzio sa disporsi in pesanti strati di disagio.
- Scusi - chiedo amaramente, le mani congiunte con le dita verso l'alto che dondolano avanti e indietro, - ma che ne so io?
S'impettisce, allarga le narici, apre la bocca ma solo per sfiatare, ricomporsi e distogliere lo sguardo. Infine, se ne va ciancicando una scusa.
Jonathan mi guarda sardonico.
- Ok, - ammetto - qualcuno sa fare peggio di voi.
La osservo come si osserva una creatura affascinante.
- Certo signora.
Parla con la vocina melodiosa e squillante, un campanellino nel caos urbano.
- Sì, può cambiare il DVD.
Un esserino che ha più cura degli altri che di sé, preoccupato delle sorti degli uomini più che di ogni altra cosa.
- Davvero, non si preoccupi: viene qui e lo cambia.
E' come un animaletto innocuo: non ti tradirebbe mai; è qui solo per farti star bene.
- Certo, davvero: viene qui, porta il DVD, e noi glielo cambiamo.
La stanchezza la sente - deve sentirla -, ma non lo mostra mai.
- Eheheh sì, la capisco. No, no, non ci sono problemi, mi creda.
E' ammirevole la passione con cui si dedica al suo lavoro.
- Sì, mi ha detto che ha lo scontrino. Ha fatto bene a conservarlo!
Lodevole.
- Grazie. Sì. Arrivederci.
Sara attacca la cornetta e fa uno sbuffo profondo. Quando si accorge che la sto guardando arrossisce e sorride.
- Che c'è?
Sorrido di rimando: - Sei troppo buona.
Il lavoro ci cambia. In peggio, ovviamente. Ma può capitare, nel marasma mentale di disordini, insoddisfazioni e insulti, che qualcuno di noi, uno a caso, possa trarre giovamento da queste esperienze. Egli diventa l'eletto, il portatore, una nuova speranza, Wolverine. E noi saremo pronti a seguirne gli insegnamenti...
Ma come in tutte le più belle storie, l'Eletto quando inizia è un tizio qualunque, un po' sotto la media.
- Ehi Pino, come va?
Pino è sempre qui, presenza-assenza di questo reparto. Lo sportello di Assistenza Tecnica va e non va, singhiozza seguendo gli umori dei Capi, che più che dalla crisi sono comandati dalla disponibilità delle loro mogli. Davide vuole evitargli l'insorgere di disturbi dell'adattamento, così almeno un paio di volte a settimana lo sportello è aperto.
- Sto facendo.
Che nel linguaggio di Pino vuol dire che sta lavorando. Me n'ero accorto, comunque: o il tizio in giacca e cravatta accanto a lui che sbircia il computer su cui sta lavorando è un cliente, o ho appena trovato un fantastico spunto per la mia spy-story fantademenziale (sì, sto scrivendo una spy-story fantademenziale; un commesso dovrà pur avere qualche svago, no? Hurley può riscrivere "L'impero colpisce ancora" e io non posso scrivere una spy-story? Devo solo metterci una tettona e il più è fatto).
Mi accosto all'altro lato dello schermo. Credo che Pino stia facendo un trasferimento di file prima del format. Apre cartella dopo cartella e chiede al signore se vuole salvarla.
Una serie di documenti Excel piuttosto pesanti: - Che faccio, salvo?
Un'infinità di mp3 di cantantucoli italiani: - Che faccio, salvo?
Una manciata di film piratati da Emule: - Che faccio, salvo?
Un'anteprima di dozzine di foto porno amatoriali: - Che faccio, salvo?
All'ultima richiesta l'uomo arrossisce, s'impappina, tenta invano di srotolare la lingua da dentro la bocca; forse vuole spiegare che quel tizio nelle foto non è lui (magari è il gemello malvagio), ma infine borbotta qualcosa d'incomprensibile e alza un indice su e giù, a dire "Sì, sì, salvi tutto".
Pino, smaliziato come mai, non fiata, non dice "a", non batte ciglio, e prosegue con un sorriso appena abbozzato sull'angolo destro della bocca. Incredibile.
Posso definirmi il primo ad aver colto questo cambiamento? Di sicuro, tra qualche anno, ripercorrerò quest'evento e potrò affermare: "Io c'ero".
- Cosa?!
Scuoto la testa, poi mi sporgo di lato per vedere se dietro a questo signore ce ne sia un altro, ben noto. No, nessuno. Ma è incredibile! Il tizio qui davanti non può avermi fatto quella domanda. E' statisticamente impossibile! Mi guardo attorno, perso. Lo sguardo mi scivola sulle mani, i palmi vuoti rivolti in su: cosa posso fare di fronte a tutto questo?
Il signore, imbarazzato dal mio silenzio, si schiarisce la gola riportandomi lì, alla sua domanda.
- Le chiedevo... - inizia.
- ...se abbiamo il DVD di "Harry Potter e il principe mezzosangue" - continuo.
Ecco cosa mi ha chiesto. A dodici minuti di distanza dal signore di prima. E probabilmente a poche ore dal successivo.
Inspiro. Espiro. Inspiro di nuovo. Di nuovo espiro. Non basta: inspiro, espiro, inspiro, espiro, inspiro, espiro, espiro, espiro.
Inspiro.
- Signore, non è uscito neanche al cinema. Non possiamo avere il DVD.
Il tipo si dà una sonora pacca sulla fronte, poi diventa tutto rosso.
- E' vero, cazzo! ...oh! Mi scusi!
- Si figuri: è la risposta che vorrei tanto sentir dire ogni volta.
Ridacchia malamente, io ricambio.
- Mi scusi ancora, davvero. Sono un idiota.
- Ma no. Capita di sbagliare - sorrido grato.
Il signore fa un cenno di saluto e se ne va.
Espiro.
E un bamboccio mi tira la manica.
- Volevo vedere quei cellulari laggiù.
La vecchietta strilla con la sua vocina acuta come se fossi a dieci metri da lei, indicando una vetrina con la sua mano raggrinzita. Annuisco sturandomi l'orecchio destro con un dito e invitandola a seguirmi.
Un altro cliente prova a fermarmi, ma lo smarco chiedendogli di attendere il suo turno.
- Quale cellulare le interessa, signora?
- Volevo vedere quei due - gracchia ruvida con un sorriso incastrato sul volto.
Apro la vetrina e le porgo i telefonini. La signora comincia a ispezionarli approssimativamente, guardando sì e no forma e colore. Poi li ripone al suo posto e indica la vetrina accanto.
- Può farmi vedere quell'altro?
Chiudo il lucchetto e apro quello successivo, facendo scorrere il vetro. Prim'ancora che abbia il tempo di prenderlo tuffa la sua mano sul cellulare, portandolo a cinque centimetri dal naso. Lo gira e rigira più volte, legge il nome della produttore lettera per lettera, ma poi, insoddisfatta, me lo mette in mano.
- Non è che si può vedere quello laggiù? Mi sa che è quello che volevo io.
Sbuffo, chiudo la vetrina, rimando un altro cliente a momenti migliori, apro la successiva. La nonnina mi indica il modello e io glielo passo. Intanto cerco di ricordare qualche preghiera per scongiurare Qualcuno di salvarmi da questo supplizio.
- No, no - la sua vocina isterica mi ferisce i timpani come una sirena, - mi sono sbagliata. Dev'essere quell'altro, quello nella vetrina lì in fondo. Non è che me la può...
- Eh no, signora, mi spiace - sbotto pacificamente. - Non posso più aprire vetrine. Il nostro sistema di allarme ci impedisce di aprirne più di tre per volta. Può ritornare tra mezz'ora.
La vecchietta mi guarda allibita, ma allo stesso tempo incuriosita. Rimaneggia l'ultimo cellulare preso, poi me lo rende e sorride.
- Ma sì, tanto non volevo comprarlo oggi. Magari torno domani, ok?
Sorrido e annuisco.
- Arrivederci.
- Arrivederci signora.
Chiudo la vetrina mentre quella se ne va; poi alzo gli occhi verso una lampada al neon.
- Ce l'hai con me. Dillo che ce l'hai con me.
- Posso chiedere a lei?
Il signore si accosta timidamente. Lo guardo, poi guardo di nuovo la lampada.
- Non c'era bisogno di rispondermi.
Torno con lo sguardo al computer, quando qualcuno tamburella sul bancone.
- Sì? - Sollevo gli occhi e un signore di mezza età mi valuta con un'unica, rapida, fredda occhiata.
- Non trovo il DVD di "Harry Potter e il principe mezzosangue" - annuncia glaciale.
- Non è ancora uscito. Ecco perché non lo trova. - Tento di sorridere, ma i suoi occhi di ghiaccio invernano qualunque serenità.
- Non è possibile, - replica con tono rigido - a casa ho il libro.
- Ma il film non è ancora uscito, nemmeno al cinema.
- Ma il libro sì - insiste incolore.
Mi sento un idiota a rispondere. Do un'occhiata in giro, ma pare che non ci sia nessuno a supportarmi.
- Guardi, - inspiro profondamente - i libri sono usciti tutti, d'accordo. I film, però, no.
- Ma quel libro è uscito anni fa. Come fa il film a non essere ancora uscito?
- Non lo so, se vuole telefono alla Warner Bros e glielo chiedo - alzo la cornetta del telefono.
- Può farlo?
Riaggancio: - No. Scherzavo - rispondo apatico.
Qualcuno mi salvi. Mi alzo e aggiro il bancone, mettendomi faccia a faccia con il tipo.
- Adesso devo davvero andare, mi spiace. Il film non è ancora uscito, quindi non ce l'abbiamo; questo è tutto.
- E non sa quando uscirà?
Mi tengo le tempie tra pollice e indice: - Signore, in tutta onestà: no, non so quando uscirà. Daniel Radcliffe non mi ha ancora avvisato, ma se dovesse farlo la contatterò.
- Le lascio la mia mail?
- Mi lasci la sua mail.
Prendo un foglio di carta e il signore annota l'indirizzo, svelando una calligrafia rigorosa. Mi tende il biglietto e, quando lo prendo, se ne va senza aggiungere altro. Accartoccio il foglio in una mano e me lo getto alle spalle, dove una vocina stridula mi raggiunge.
- Mi scusi, posso chiedere a lei?
- Perché ieri nessuno mi ha detto che era un Casamonica? Se l'avessi saputo avrei agito diversamente. Chessò, sarei scappato! E poi come fa Michele a sapere che è un Casamonica? Secondo me non l'ha neanche guardato in faccia. Ma perché diamine i Casamonica devono venire a comprare qui, mi domando!
Valter mi ascolta perplesso, appoggiato col mento sulla mano.
- A guajò, ma che stai a dicere?
Non gli rispondo: dall'altro lato vedo il Casamonica entrare; con il masterizzatore in mano.
Mi tuffo sotto al bancone tra le gambe di Valter, che si agita come una gallina.
- Uè ma sei pazz'?!
- Shh, c'è il Casamonica!
Valter alza la testa.
- Cosa vedi? - gli chiedo.
- Sta venenno qui.
- Ohcazzoohcazzoohcazzoohcazzoohcazzoohcazzo!
- No aspè, aspè... L'ha apparàto Pietro.
Esulto stringendo i pugni e strillando un silenzioso "Sssì!". Inconsciamente desidero quasi che Pietro spari al Casamonica: risolverebbe i miei problemi, ma è un po' drastico. E neanche tanto inconscio.
- Cosa fanno? - chiedo sporgendomi un po'.
- L'omuncolo, il Casamonica, pare incazzato, sta a arremescà il masterizzatore e... indica qui.
- Merda!
- Pietro però lo sta accuietàndo.
- Lo conosce?
- Sì. Quel tipo viene spesso qui. E' un disgraziato, un poveraccio, non so nemmanco s'è pe' davvero un Casamonica. Pietro l'ha acchiappato un sacco di volte che tentava d'arrubbà qualcosa. Ormai non ci prova più, però so diventati amici.
"Amici"?
Valter mi fa cenno di alzarmi. Cautamente mi tiro in piedi, togliendomi di dosso la polvere.
- Se n'è andato?
- No.
Risalto come un atleta sotto al bancone, finendo contro i cavi del PC e sbattendo su una parete. Valter ride sguaiatamente tenendosi la pancia.
- Guajò, sei terrìbbele! Ti dovresti vedé!
- Stai giocando con la mia vita! - urlo.
- Ahahah, dai guajò, stavo pazziànn'. Se n'è ito, c'è Pietro qui dietro.
Di nuovo mi alzo, con più circospezione di prima. Pietro, dall'altra parte del bancone, mi guarda come si guarda un folle.
- Tutto ok, Dante?
- Ehm, sì, sì, stavo... controllando una cosa al PC. Senti, - cambio discorso schiarendomi la voce - cos'ha detto il Casamonica?
- Era incazzato con te. Dice che l'hai fregato; che quel masterizzatore non va bene per il suo PC; che voleva i suoi soldi indietro.
- Oh Cristo, e tu?
Alza le spalle, come fosse cosa da niente: - Gli ho detto che sei un po' stordito, ma che sei un bravo ragazzo; e gli ho assicurato che all'assistenza clienti avrebbero risolto tutto. Sta più attento la prossima volta.
Ringrazio Pietro con un cenno e il cielo con un altro. Domani redigerò il mio testamento e m'informerò se l'assicurazione del Centro copre l'omicidio.
Il tipo, un moretto alto poco più di un metro e sessanta, profondi occhi neri e carnagione scura, si avvicina al bancone con un masterizzatore in mano. Veste con una felpa rossa consumata sui bordi e un paio di larghi pantaloni verdi sbiaditi, che quando cammina svolazzano attorno alle gambine corte. Un paio di denti mancano all'appello quando, arrivato alla cassa, mi sorride affabile.
Questo lavoro ti fa capire subito se c'è bisogno di chiamare la sicurezza per dirgli di tenere sott'occhio qualcuno, ma nonostante le apparenze l'uomo che ho di fronte non mi sembra preoccupante. Qualcosa nel suo portamento, nella sua sicurezza, non mi fa sospettare di lui.
- E quesh pe' picci?
- EH?! - sbotto di riflesso alla sua incomprensibile domanda.
- Quesh! - indica il masterizzatore con un unghia nera. - Quesh! Vabbene pe' picci?
- Picci?
Proprio non capisco cosa stia dicendo ma lui, anziché irritarsi, sorride ancora di più.
- Picci! Compiute!
- Ahh, vuole sapere se questo va bene per il computer?
Come un amabile bambino scuote due volte la testa su e giù.
- Certo, - sorrido contento di aver capito - va benissimo per il PC.
Contento a sua volta, l'ometto tira fuori delle banconote, attende il resto, e se ne va ringraziandomi.
Lo seguo con lo sguardo fino all'ingresso, felice per la disponibilità dimostrata.
- Che personaggio simpatico! - esclamo rivolto a Michele, seduto davanti al PC aziendale.
Senza alzare gli occhi dallo schermo Michele risponde con voce atona: - Quello? E' un Casamonica.
Ci metto un poco a realizzare: - Cosa?
- E' un Casamonica, uno del clan - ripete. - Che voleva?
- Sapere se quel masterizzatore andasse bene per il suo computer - rispondo disorientato.
- E andava bene?
- Beh, credo proprio di sì. A meno che non abbia un computer atavico.
- Spera che non ce l'abbia: i Casamonica non sono famosi per la gentilezza; e nemmeno per avere i PC più aggiornati del mondo.
... Oh cazzo.
Sono ancora sbracato sul bancone, ma almeno ho avuto l'accortezza di cambiare lato, per non mostrare il mio didietro ai clienti. L'idea di non mangiare carne è vecchia. Ci avevo provato già qualche anno fa, ma dopo due settimane ero stremato e senza forze: a quanto pare non mi è bastato.
Ed eccomi qui, sbattuto come un panno sul bancone, le braccia molli stese davanti. Mi chiedo che clienti mi capiteranno oggi, ma blocco subito il pensiero, perché quando ti chiedi che cl...
- Schau mal! Hast du dieses Handy gesehen?
- Na ja, das ist supercool!
- Aber, was soll das...?
- Keine Ahnung, frag mal die Leute da...
- Ehm, scusa... parla inglesi?
Il tizio, un uomo scheletrico alto due metri con una rada barbetta rossiccia, ce l'ha proprio con me. Con me! Dico: oggi siamo al gran completo qui in reparto, ma quale commesso deve incontrare l'unica coppia di tedeschi presente in tutto il Centro? Michele, forse? No. Valter, allora? Neanche. Jonathan? Macché. Io! Miseria dannata...
Compio uno sforzo sovrumano nel puntellarmi sui gomiti. La testa mi sembra compressa tra due blocchi di tufo e pensare non è mai stato così difficile. Figuriamoci parlare in inglese.
Rispolvero le lezioni della professoressa Russo: - Yes, I...
- Natürlich kann er, aber wenn Sie wollen, können Sie mich alles fragen.
Tanto io, quanto i miei compari crucchi, ammutoliamo come un paio di sassi al sole, la quintessenza dello sbigottimento, vedendo una sgargiante Sara sfornare un tedesco da madrelingua.
L'altro tizio, un po' più basso e col pizzetto nero, domanda qualcosa: - Kannst du...?
Sara risponde prontamente: - Ja, eigentlich studiere ich Deutsch.
- Na, cool.
Sono colpito. Forse addirittura impressionato. Qualcuno mi spiega cosa diamine stanno dic...
- Also, wie kann ich Ihnen helfen? - continua Sara.
- Ich habe dieses Handy gesehen, aber da stehen zwei verschiedene Preise... Wieviel kostet das?
- Also, es ist 389,90. Wenn Sie unsere Karte haben, bezahlen Sie nur 339,90.
- Können wir diese Karte haben?
- Natürlich.
Lo scambio di battute è talmente rapido da farmi sentirmi schiaffeggiato. Uno spettatore esterno potrebbe scambiarli per amici di vecchia data che, rincontratisi dopo tanto tempo, rievocano di quella volta, al mare, con Pinuccio, Nestore e Giocondo... ma sì, ti ricordi? Noi a divertirci, col sole e il mare e la palla, e con Dante lì accanto che non capiva un c...
- Auch wenn wir Ausländer sind?
- Ja, sie sollen da drüben gehen und das Mädchen da fragen... vielleicht besser auf Englisch! - Sara indica qualcosa. Forse sono al rush finale. Ahahah, rush! Visto? Anch'io conosco qualche lingua straniera. Maledetti.
- Ich denk’ schön. Also, vielen Dank, du warst supernett - conclude il primo salutando con un cenno.
- Ja, und dein Deutsch ist prima! - segue il secondo.
Sara arrossisce, saluta e li guarda andarsene. Poi si gira verso di me tutta sorridente.
La guardo abulico; apro la bocca; poi crollo di nuovo sul bancone.
- Non ce la posso fa'...
*ringrazio V. per la traduzione :)
- Buongiorno.
- Buongiorno.
- Vedo che su quel televisore state trasmettendo "Il capo dei capi".
- Eh già.
- Il primo DVD.
- Eh sì.
Sorride, un sorriso ingenuo. Io arriccio le labbra come un punto: interrogativo.
- E il secondo?
- Mh?
- Il secondo DVD, dico. Lo mettete?
- Uh... non lo so, non credo.
- Ah, perché a me piace tanto e l'ho visto tutto qui da voi, e allora speravo metteste anche il secondo DVD.
- Ehm... guardi, non so, non credo. Provo a chiedere, ma... Lei ripassi: se lo vede, vuol dire che lo possiamo mettere.
- Fantastico! Tanto sono tutti i giorni qui.
Esce dal negozio felice come una pasqua.
Mi volto verso Michele, sbracato sulla sedia con un'aria insofferente.
- Certo che diventano ogni giorno più sfacciati - affermo.
Lui sbuffa.
Valter! Michele! Dove sono? So che solo loro possono capirmi.
Salto Mario chinato a raccogliere non so cosa: è tanto che non lo vedo, ma ora non ho tempo. Passo tra un espositore e degli scatoloni, driblo due clienti, e con un terzo che quasi (quasi!) mi placca mi scuso con un "Arrivo subito". Sara non fa in tempo ad alzare la mano e salutarmi che già sono dentro la corsia successiva. Giro per le stampanti, m'incanalo tra i portatili, supero i televisori al plasma e poi, finalmente, li trovo. Sezione DVD.
- Watchmen! - strillo.
I due si girano di scatto, sorpresi, e dopo un attimo realizzano.
- L'hai visto? Gagliardo eh? - chiede Valter.
- Fico, sì! - rispondo io.
- Meglio il fumetto, ma... bello, dai - concede Michele.
- Ce l'avete?
Il quarto, inaspettato, uomo ci fa trasalire tutti insieme. E' un ometto con la chierica, un paio di grossi occhiali e un golfino verde, autoinvitatosi a questo momento d'entusiasmo e capace così di snaturarlo del tutto.
Michele scongela il silenzioso imbarazzo: - Come?
- Watchmen, dico. Ce l'avete?
Ci guardiamo allibiti.
- Ma - rispondo - è appena uscito al cinema.
- Quindi non ce l'avete?
- Eh no - chiude Valter.
- E quando esce il DVD?
Di nuovo ci guardiamo, perplessi.
- Signore, guardi, non lo sappiamo - rispondo incredulo. - Non lo sapranno nemmeno i fornitori, adesso.
- Ah... - fa un po' deluso. Poi si riprende e abbozza un sorriso: - Grazie!
Lo seguiamo con lo sguardo mentre gira per la corsia dei film, lanciando fiotti di occhiate spaiate per cogliere un tesoro nascosto. Rimaniamo in silenzio qualche secondo ancora dopo che se n'è andato. Poi Michele sospira: - Insomma, dicevamo: ti è piaciuto?
- E c'è la crisi, c'è la crisi, ma tutti hanno perlomeno due macchine...
Fabio canticchia felice ordinando i cornetti nella teca di vetro, non di prima di aver servito il chissà-che-numero caffè della giornata.
Lo guardo compiaciuto stringendo la mia tazza tra le mani: - Come mai così felice?
Strizza l'occhio: - Stamani ho mandato un'Inglese a quel paese.
- Quale paese?
- Quello retto.
Ridacchio, macchiandomi le labbra col caffellatte.
- Cos'è successo?
- Non so che cavolo di cultura abbiano... - sospira; poi si appoggia sul bancone davanti a me. - Questa signora, sui sessant'anni, mi ha chiesto un cornetto. Le do il cornetto, se ne va, io servo altri signori, e dopo cinque minuti torna. Dice qualcosa tipo "Questo cornetto non ha abbastanza cioccolato, ne voglio un altro". Al che la guardo, guardo il cornetto aperto a metà, e scoppio a ridere. "Signora," faccio "non può aprire un cornetto e poi decidere che non lo vuole più". L'apocalisse, Dante.
Sorseggio dalla tazza senza staccare gli occhi da Fabio: - Cos'ha fatto?
- E' impazzita! Letteralmente impazzita! Ha iniziato a lanciare insulti e offese a destra e a manca; non so nemmeno cos'abbia detto, in realtà, comunque pretendeva di avere ragione. Ho cercato di calmarla, ma questa ha alzato ancora di più la voce e alla fine, l'ho capito bene, mi ha dato dello stupido. A quel punto non c'ho visto più: ho preso e l'ho mandata affanculo. - Alza le spalle: - Che altro dovevo fare?
Torno con gli occhi sulla tazza, quasi vuota: - Eh boh, che altro dovremmo fare?
- Diamine, devo staccare e non trovo la mia roba! Perché questo bancone è sempre così disordinato?
- Perché tu sei disordinato - mi sbeffeggia Valter passando di qui. Se gli occhi potessero fucilare, la sua schiena sarebbe un foratino.
- Tu sei disordinato! Tu lasci tutto questo casino sul bancone! Non io, maledetto bastardo!
- Ehm, scusi posso chiedere a lei?
Un "ops" mi scappa come un singhiozzo, nell'accorgermi dell'inaspettata spettatrice.
- Starei per staccare, - rispondo - ma per lei questo e altro, bella signora. - Lo so: sono un paraculo. Anche il karma deve saperlo, perché la nonnetta mi tiene impegnato più del previsto, chiedendomi se vendiamo occhiali e poi, forse per la mia risposta negativa, se abbiamo cellulari con tasti grossi. Mando qualche lettera di protesta a Dio e intanto rispondo nel modo più cordiale e collaborativo possibile. Dopo un quarto d'ora riesco a liberarmene. Prendo velocemente alcune scartoffie ed esco dal bancone, dirigendomi verso il corridoio-dipendenti.
- Scusi questo ce l'avete anche rosso?
Prima della domanda sento la mano che mi afferra un gomito. Suppongo che non essersi più iscritti a quella palestra di kung fu mi abbia appena risparmiato qualche anno di galera.
Squadro gelido il cliente che mi ha appena fermato; nell'altra mano tiene un porta cellulare da cinta.
- I colori che abbiamo li trova tutti esposti.
- Ah - fa quello, pensieroso. - Ma rosso non c'è qui, quindi non ce l'avete?
- No, - sbotto seccato alzando le mani al cielo - li nascondiamo apposta per non farveli trovare.
Il tizio rimane lì, allibito e dondolante come un birillo sfiorato da una palla da bowling. Lo saluto con un cenno e proseguo.
Finalmente vedo la porta del corridoio. Prendo il badge, lo tengo tra indice e medio, faccio per passarlo e...
- Mi scusi...
- Argh! Basta, lasciatemi andare! Liberatemi! Aiuto, aiuto!
Il tipetto, uno smarrito adolescente lentigginoso dalla folta chioma rossiccia, sbianca come un latticino. Con un sospiro forzato inclino la testa meccanicamente, rivolgendogli un'espressione di attesa misto rinuncia. E' in quel momento che Jonathan passa di lì e, con aria innocente, mi fa: - Ancora qui?
Lo guardo tristemente sconsolato: - Non mi mollano più.
Sorride, cinge le spalle del giovanotto con aria paterna, e: - Andiamo, dì tutto a me. Il mio collega, qui dietro, ha finito il turno.
Gonfio i polmoni di tutto l'ossigeno che ho attorno, guardando i due mentre scompaiono dietro uno scaffale. Poi, un guizzo improvviso della mente: alzo il badge, lo passo nella serratura, entro nel corridoio e chiudo le porte dietro di me. Salvo.
Lei: castana, occhi verdi, bel fisico, sui quaranta portati bene. Mi sorride gentile: - Avete rasoi elettrici? Sa, per farsi la barba.
Un po' sorpreso le dico che no, non ne abbiamo qui, deve andare all'altro reparto. Sorride di nuovo e se ne va.
Lui: alto, in forma, brizzolato e con abbigliamento sportivo. Si appoggia al bancone con fare affabile: - So che non è il reparto giusto, ma sa dirmi dove posso trovare dei reggicalze?
Sara gli rivolge un'occhiata perplessa, poi scuote la testa e dice che non sa aiutarlo. Lui ringrazia e si allontana.
Mi guarda: - Cos'è successo al mondo?
La guardo: - Vado fuori a controllare.
E' orribile quando hai in testa una canzone che non riesci a scacciare. Le provo tutte pur di liberarmene: canticchio un altro motivetto, pratico meditazione zen, penso se c'è qualcosa che devo comprare tornando a casa. Niente, la canzone rimane lì, fissa, senza alcuna intenzione di schiodarsi. In certi momenti ti sembra di esserci riuscito: ascolti la mente e senti solo un piacevole silenzio. Ma non sei convinto, potrebbe essere un tranello; allora la esplori un poco, "solo qualche passo", ti dici, e appena svolti il primo angolo... zak!, la canzone era proprio lì e subito riattacca la sua monotona melodia. Sì perché, poi, il più delle volte nemmeno si dispiega del tutto: no, si sofferma su passaggio, anche brevissimo, e lo ripete fino alla disperazione, come un disco rotto.
Una soluzione, però, qui a lavoro l'ho trovata: i clienti. Così, mentre questa scadente canzoncina punk rock intasa i neuroni e attappa le sinapsi, scorgo un ometto indeciso davanti a un DVD. Brutta bestia, l'indecisione; magari posso aiutarlo.
- Salve, - gli rivolgo il mio sorriso migliore - posso esserle utile in qualche modo?
Il tipo mi guarda come un miracolato, dilatando grato le pupille.
- Sì grazie!
Concentrato, mi preparo ad ascoltare la questione che lo ha inchiodato lì davanti da chissà quanto. Quello mi mostra il DVD che tiene in mano: "Babylon A.D.", un film con Vin Diesel, come recita la scrittona in alto alla confezione.
- Volevo sapere, - chiede - il titolo di questo film è "Babylon A.D." o "Vin Diesel"?
Senza alcuna espressione scandaglio la sua faccia, alla ricerca di un minimo cenno che mi indichi una presa per i fondelli.
Niente da fare: è serio.
Inspiro e altrettanto seriamente rispondo: - Sarei molto triste per il protagonista se i genitori l'avessero chiamato Babylon A.D.
L'ometto si accende di rosso su tutta la faccia, a partire da collo fin sopra la fronte spaziosa. Guarda il DVD come fosse la prima volta, poi mormora un tremolante "Ah, già. Mi sa che ha ragione", si scusa e si allontana verso la cassa.
A cosa stavo pensando prima di arrivare qui? Non ricordo...
Piove forte su una monotona città dove ognuno ha la propria vita da vivere. La mia, in questo preciso istante, è vissuta all'interno di un magazzino semibuio, davanti a stampanti laser che non hanno niente a che fare con me. Tamburello gli scaffali con le dita; mi trattengo qualche attimo ancora; poi chiudo gli occhi, respiro e con uno sbuffo seccato esco.
- Dante! Ehi, Dante!
Prima di voltarmi proseguo vago per qualche altro metro, senza pensare che i clienti non sono ancora tanto sfacciati da chiamarci per nome - anche se, paradossalmente, indossiamo una targhetta che li invita a farlo. Dietro di me, ritratto del benessere e del buon umore, spunta un sorriso pieno di soddisfazione sul volto di Marco: il mio vecchio capo reparto.
Impiego qualche secondo prima di realizzare.
- Marco! Sei tornato!
Sorride, sorride ancora ed è un sorriso contagioso; così godo per un attimo della sua euforia e dei suoi racconti, dimenticandomi di indossare un gilet di cattivo gusto. Mi parla del suo giro attorno al mondo, durato nove mesi; di come abbia visitato Paesi che io tutt'al più ho esplorato con Google Maps; di avventure ordinariamente straordinarie, come fare la spesa in India o andare al ristorante cinese in Cina. Come un giapponese scatto dozzine di fotografie mentali dei posti di cui parla, dei luoghi in cui è stato, delle persone che ha incontrato. Curioso: fuori di qui non amo parlare a lungo con chi è appena tornato da un viaggio; sono più il tipo di persona che lascia agli altri il piacere di raccontare aneddoti e vicende giorno dopo giorno, quando capita, quando entrambi abbiamo voglia, per gustarli di più, credo. Adesso invece trattengo Marco con raffiche di domande e richieste di dettagli banali, finché lui stesso non trova il momento di infilare nel discorso un inopportuno "E tu? Come ti va la vita?".
La Cina, l'India e le immagini di terre lontanissime e sconosciute scompaiono nel fondo di qualche cassetto. Un po' sorpreso rispondo con un disorientato "Non mi lamento". Marco si congratula con un sorriso e un "Bene, bene", poi l'occhio gli finisce sul foglietto che ho in mano.
- Cos'è quello?
- Oh, questo - lo sventaglio fiaccamente a mezz'aria. - Niente di che. Un cliente mi ha chiesto una lista delle migliori stampanti che abbiamo. Ho appuntato le prime tre: adesso vedremo cosa vorrà in realtà - concludo ironico.
- Posso venire con te? - Mi chiede. - So che Jonathan è il nuovo capo reparto e volevo congratularmi, ma Pino mi ha detto che non attacca prima di venti minuti.
- Ma certo, andiamo.
Lungo i corridoi colmi di prodotti rimaniamo in silenzio, ma i suoi racconti evocano ancora immagini e riflessioni nella mia testa. Mi ritrovo a desiderare ardentemente di partire come lui, viaggiando per nove mesi senza una meta, senza un'idea di cosa fare domani. Nove mesi non mi sembrano tanti e non ho alcuna carriera che potrei compromettere. Abbandonare questo lavoro non sarebbe una gran perdita, e ciò che mi attende dopo la laurea per ora è solo un grande punto interrogativo.
Che ci faccio qui, mi chiedo. Perché Marco è partito e io no? Le possibilità sono le stesse, le persone non così diverse (e non l'ho mai considerato più in gamba di me, ammettiamolo), i soldi possono essere messi da parte. Perché lui ha qualcosa da raccontare mentre io non vedo solo l'ora di finire il turno? Magari questo è il mio ruolo? Magari è tutto ciò che mi aspetta? Il terrore che questo impiego sia ciò che la vita mi ha riservato sale lungo la schiena con un brivido. Ho sempre pensato che qualunque mestiere, nessuno escluso, abbia un valore e una dignità pari a qualsiasi altro, ma non mi sono mai confrontato con l'idea che il lavoro che svolgo tra queste mura sia quello a cui sono più portato. Con angoscia comincio a misurare la facilità con cui riesco a vendere i nostri prodotti, anche rispetto a Michele e Valter: per una volta credo che non mi vanterò con loro di essere il più bravo.
- Eccola, finalmente.
Il cliente mi accoglie visibilmente spazientito, distraendomi dai miei pensieri. Appena gli mostro la lista comincia a fare domande tipiche di un HSD. "Ho sentito dire che questo modello è migliore di quest'altro". "Mi hanno detto che le cartucce di questa marca sono di pessima qualità". "Leggevo su un'autorevolissima rivista che la qualità del colore, con questa stampante, è decisamente superiore". Lo ascolto pochi secondi poi, come esperienza insegna, faccio per bloccarlo e chiedergli quali siano le sue esigenze. Prima che possa dire alcunché Marco mi precede: - Io le consiglierei la terza della lista.
Sia io che il cliente lo guardiamo sorpresi. - E lei chi è? - Fa quest'ultimo.
- Piacere, Marco - risponde con un sorriso. - Ero il capo reparto fino a qualche mese fa. Sa, ho comprato lo stesso modello da pochissimi giorni e mi sembra di capire che possa essere il più adatto per lei.
Il cliente lo scruta perplesso, poi farfuglia un "Dice?" ed è il principio di uno scambio di battute tra i due, durante cui Marco illustra le qualità del prodotto meglio di quanto avrei saputo fare io - e forse chiunque altro in questo negozio.
Resto a guardarli per qualche secondo, instupidito. Poi mi lascio scappare un risolino.
- Beh, sembra che lei abbia trovato qualcuno più in gamba di me - dico al cliente. - Se non dispiace a nessuno dei due, io continuo il mio giro. Ci vediamo dopo, Marco?
- Certo!
Mi allontano con un po' più di leggerezza. Fuori piove forte, mentre io penso che ognuno ha la propria vita da vivere, e Dio sa che io devo vivere la mia.
Arriva. Prima o poi arriva; deve arrivare. Tu stai lì a farti i beati affari tuoi, smangiucchiando una pellicina del dito medio della mano sinistra, torta in modo innaturale per permetterti la complicata operazione mangereccia; a pensare che è lunedì e che non hai ancora messo a scaricare l'ultima puntata di Lost e che, forse, non vale neanche la pena continuare a vederlo, Lost, se non fosse per quel figo di Sawyer - ma in giro dici "quella figa di Kate" per evitare di ritrovarti protagonista della canzone di uno stempiato concorrente di Sanremo; a domandarti che ne sarà della tua vita e contemporaneamente cosa potrai cucinarti oggi a pranzo. E lui arriva.
Sai che è lui appena lo vedi. Con il dito ancora piazzato in bocca scocchi occhiate distratte per il reparto, ma lui cattura la tua attenzione all’istante. La camminata, la felpa a rombi grigi, gli occhiali spessi, l'anonima acconciatura. Sventola il DVD de "L'ultimo dei Mohicani", ma sai che non è ciò che ti aspetti - un reso, un difetto, una qualsiasi lamentela. Lo scruti preoccupato e decidi di attendere che sia lui a fare la prima mossa.
- Posso cambiarlo, vero? - Esordisce, e senza neanche una pausa continua con: - Per telefono mi è stato detto che posso cambiarlo. - Subito dopo conclude con un pronto: - Ho lo scontrino.
Pausa. Attendi. Annuisci. Attendi ancora. Annuisci di nuovo e fai un verso di assenso: gli hai dato il via libera e lui si sporge un poco di più.
- Ma posso cambiarlo con qualunque prodotto, vero? Mi è stato detto che posso cambiarlo anche con altro, non per forza con un DVD.
Soppesi le parole. Hanno senso, per te; ma per lui? Decidi di annuire anche stavolta, di non chiedere spiegazioni: vuoi vedere come continua. E allora, lui, si butta.
- Quindi posso darle questo indietro e prendere, chessò, un televisore.
Da Wikipedia: "La derealizzazione è la sensazione di percepire in maniera distorta il mondo esterno al soggetto". Suppongo che sia ciò che sta avvenendo nel cervello di questo tizio.
Lo fisso impassibile: - Scusi?
- Cioè, intendevo dire...
- Lo so cosa intendeva dire - lo interrompo. - Mi chiedevo se le pare logico.
Fa freddo, fa troppo freddo per questo genere di cose, penso. Ma lui non deve pensarla così, perché arrossisce, la fronte s'inumidisce di sudore e decide di proseguire, d'incalzare, persino di sguainare una punta d'irritazione: - Ma siete voi ad aver detto che posso cambiarlo con qualunque prodotto! Il suo collega, al telefono... Anzi, dalla voce mi sembra che sia stato proprio lei a dirmi...
- Signore... - La do vinta alla pellicina, chiudo la bocca e ficco le mani in tasca: il mio dito ringrazia. - Faccia il piacere: vada a casa.
Sospiro, mi giro, me ne vado.
- Salve.
- Salve - sbadiglio. - Oddio, mi scusi!
La signora non sembra tanto disposta a scusarmi, così sorvolo il momento d'imbarazzo chiedendole in che modo posso aiutarla.
- Ho questo portatile da far riparare, e mi è stato detto che voi fate assistenza.
Sono già un po' di mesi che lo sportello di assistenza tecnica ha ridotto drasticamente la sua attività. In reparto siamo convinti che le scarse doti di Pino abbiano contribuito al fuggi fuggi dei suoi potenziali clienti, ma nessuno si è permesso di dirglielo. Comunque i clienti che ci chiedono assistenza sono pochi e Pino si è visto ridurre via via le sue ore dietro lo sportello. Così, eccomi a dover spiegare alla signora che oggi l'assistenza ha già terminato il suo orario.
- Ah, vorrà dire che passerò domani mattina.
- Perfetto - sorrido accomodante. - Lo troverà senz'altro.
Fa per andarsene, ma poi ci ripensa e mi guarda perplessa.
- Ma... devo pagare?
- Per cosa?
- Domani, dico.
- Uh, beh, no. Può pagare quando ritira il portatile.
- Ah. - Non l'ho convinta. - Quindi devo pagare. Voglio dire, non mi riparate il computer gratis.
Soffoco una risata e la guardo in stile "Signora, qui non le regala niente nessuno".
Lei sorride imbarazzata: - Ha ragione, mi scusi.
E' la crisi?
Pensare di mettersi a cantare She's lost control dei Joy Division (eh sì, in questi giorni ce l'ho coi Joy Division) non è l'idea più saggia della mattina; così mi limito a fischiettarla mentalmente mentre mi aggiro per il negozio. In reparto siamo solo Davide e io, e mentre lui è dietro il bancone a compilare scartoffie io faccio da esca per il reparto, attirando clienti su di me per allontanarli da lui.
Passeggiando do un'occhiata in giro, non resistendo all'impulso di ordinare e sistemare qualche prodotto qua e là. Inclino leggermente tutti gli schermi di una corsia, rimetto alcuni DVD al loro posto (in rigoroso ordine alfabetico), separo i toner a colori da quelli in bianco e nero, raddrizzo i telefonini di una vetrina - dopo i primi dieci mi rompo le scatole e passo ad altro.
E poi lo vedo. Con i suoi occhiali spessi, a fondo di bottiglia, il cappottone verde scuro che ispira calore solo a vederlo, le mani tozze e callose, con l'anulare soffocato da una spessa fede dorata. L'ho già visto, lo so, ma non ricordo chi sia. Lo esamino attentamente mentre lui, ignaro della mia presenza, tiene tra le mani nodose un piccolo portatile, valutando se acquistarlo o no. Il padre di un amico? Un lontano zio di cui non avevo memoria? Il mio me stesso proveniente da un lontano futuro? (Scarterei quest'ultima ipotesi: è più basso di almeno dieci centimetri e completamente calvo e io non voglio essere un nano pelato tra trent'anni!).
Le associazioni vagano libere da un lato all'altro del cranio e non mi accorgo che il tizio si è avvicinato con l'oggetto in mano e la bocca aperta.
- Scusi - dice - dovrei comprare un portatile e mi chiedevo se questo potesse fare al caso mio. Mi spiega un po' le caratteristiche?
L'input arriva al cervello come una scarica impazzita. Vedo il signore nella mia mente; il suo cappotto, gli occhiali, le grosse mani. Vedo la sua figura in piedi, davanti a me, con quel portatile in mano. Lo vedo farmi la stessa domanda e sento la mia voce chiedergli spiegazioni, domandargli per cosa gli serve un portatile e, infine, rispondergli che no, quel modello non è adatto a lui. Vedo tutto questo: è successo ieri.
Come colpito da una scossa mi raddrizzo e lo fisso così intensamente da fargli deviare lo sguardo: lui sa.
- Mi scusi - dico infine, - ma non le ho già detto ieri mattina che questo modello per lei non va bene?
L'uomo sussulta mentre la sua faccia diventa purpurea. Guarda il pavimento, guarda il soffitto, cerca qualcosa a cui appigliarsi e intanto farfuglia frasi sconnesse. Poi, all'apice dell'imbarazzo, si dichiara colpevole: - Eh lo so, è che mi piace così tanto... In effetti, però, sarebbe una spesa inutile.
Gli do una pacca immaginaria sulla spalla: - Le sono vicino.
Sono sbronzo. Ok, non sono sbronzo, ma lo sono stato e i postumi si fanno ancora sentire. Venerdì sera abbiamo festeggiato il compleanno di Valter e, visto che la sua ragazza è dai genitori, sabato l'abbiamo festeggiato di nuovo. In tre. Con nove litri d'alcol. Mi mancano i bei tempi in cui ero astemio e venivo preso in giro dai camerieri dei pub: tutti ordinavano bionde o doppio malto e io un succo di frutta alla mela.
Vago barcollando per il reparto come se le budella fossero aggrovigliate tra loro, la testa avesse un tronco che l'attraversa e sotto al naso ci fosse un ciuffo di asparagi marciti. E' in queste condizioni che un cliente giovane, dai capelli a spazzola, mi si piazza davanti con la confezione di "Borat" aperta.
Ci fissiamo negli occhi per alcuni secondi, poi ho il buon senso di lasciar ricadere la testa e guardare nel box. Quando vedo che il DVD è lì dentro torno a fissare l'uomo.
- Sì?
Assume un'espressione innervosita: - Non vede?
Guardo di nuovo: è un DVD; è un DVD tondo; è il tondo DVD di "Borat". Scuoto la testa e sento dei neuroni morire.
- Scusi, non capisco - incespico portandomi una mano alla fronte.
- Questo DVD è fasullo!
Mentre io mi perdo in considerazioni personali sull'uso di "fasullo" all'alba del 2010, sarà bene che faccia chiarezza sulla faccenda. Il DVD in questione ha una serigrafia in perfetta sintonia col film: appare come un DVD-R argenteo su cui è stato scritto, con un pennarello nero, "BORAT", con la R a rovescio. Insomma, una geniale trovata, secondo me; una truffa di cattivo gusto, secondo il cliente.
Torniamo a me e lui.
- Guardi, il DVD è proprio così.
- Ma cosa dice? Non vede che è fasullo?
Se lo ripete un'altra volta scoppio a ridere - o a vomitare.
- No, guardi - faccio con tono condiscendente - è proprio così. L'hanno concepito così.
Il giovane considera la mia affermazione, poi scruta accigliato il DVD.
- Lei mi prende in giro - sibila.
- Non mi permet...
- Lei mi sta prendendo in giro! - Strilla. - Voglio parlare con un suo superiore.
- Ah - alzo le mani al cielo, - grazie a Dio. Gliene porto subito uno.
Mi allontano in cerca di Jonathan o Davide e scovo il primo impegnato a punzecchiare la bambolina vudù. Senza dire niente lo afferro per un gomito e me lo porto dietro; all'inizio protesta, ma il mio silenzio gli chiarisce che c'è un cliente rompiscatole in arrivo. Raggiungiamo il giovane, ancora scosso dalla mia inconsueta dipartita. Con un elegante gesto della mano gli do la parola.
- Come dicevo al suo collega, questo DVD è fasullo.
- Fasullo? - Rimarca Jonathan.
- Guardi - fa quello, piazzandogli il disco sotto al naso.
Jonathan ci mette qualche istante a capire a cosa si riferisca; poi un singulto spezza il silenzio, seguito da una risatina e dall'eco dei suoi passi che si allontanano.
Il giovane mi scruta incredulo. Non posso far altro che alzare le spalle e andarmene.
- Ahia. - E' Valter.
- Che c'hai mo? - E' Michele.
- Mi fa male 'a panza, ho magnato assai. - Sempre Valter.
- Ma la smetti di rimpinzarti durante la pausa pranzo? - Ancora Michele.
- Cos'è, tieni alla mia salute? - Lui.
- Tengo alla mia salute! Sono stanco di sentire le tue lamentazioni ogni giorno a quest'ora. - L'altro.
Signori e signore: la strana coppia!
- E tu, Dante, smettila di fare il commentatore dei nostri discorsi!
Ammicco e rivolgo a Michele il segno del rock'n'roll, poi mi volto verso Sara che se la ride davanti al PC. La guardo, faccio spallucce. Mi guarda, alza gli occhi al cielo.
Le tipiche giornate lavorative hanno impiegato poco tempo a inondare ancora la nostra vita. Così Valter e Michele bisticciano di nuovo come due vecchie zitelle e io alzo le spalle, mi giro e proseguo per la mia strada. A volte ci immagino come dei denti di leone: un soffio leggero e volano via tutti i pensieri.
- Scusa, ragazzo.
A volte vorrei anche avere una spada laser e tranciare di netto la testa di chi mi chiama dicendo "Scusa, ragazzo", ma queste fantasie non diventano mai realtà, purtroppo.
- Mi dica.
Il signore, un filippino di mezza età, alza la mano per chiedermi di attendere e si volta verso un compatriota.
- Ehi, what the name?
- Nokia. Tell Nokia.
Torna a girarsi verso di me.
- Volevamo comprare un Nokia.
Alzo un sopracciglio: - Err, sì. Ci sono circa 150 modelli, ne vuole uno in particolare o peschiamo a caso da una busta?
Dopo un attimo d'incertezza l'uomo capisce e annuisce con un'ampia oscillazione della testa. Torna a rivolgersi all'amico: - What Nokia?
- What?
- There are many. Many Nokia.
Il secondo uomo mi guarda insospettito. Io non so far altro che restituirgli un'espressione neutra e vacua, un po' per via del tipo di richiesta (a cui, a dire la verità, sono ampiamente abituato), un po' perché mi domando come mai due filippini parlino tra loro un inglese sgrammaticato anziché il... filippico?
Il secondo uomo fa un passo avanti e tira fuori dalla tasca un Nokia 3310: - Volevo un caricabatterie per questo telefonino, non un altro Nokia - dice seccato.
- Ah, uh...
La capacità dell'uomo di parlare un intelligibilissimo italiano mi lascia senza parole. La domanda "perché parlate tra voi in un pessimo inglese se siete entrambi filippini e se sapete tutti e due l'italiano?" manda in corto i miei sistemi neurali, tanto che è Sara a intervenire, togliendomi da questa situazione d'impaccio.
- I caricabatterie della Nokia li trovate lì giù, oltre il terzo scaffale.
I due uomini ringraziano e se ne vanno. Sara fa un espressione buffa e divertita.
- Ma... hai visto? - Chiedo.
- Sì - ridacchia.
Ok, un soffio e non ci pensiamo più.
- Belli questi, chi sono?
- Ralfe Band. Me li ha passati un amico di Torino.
Sara fa un sorriso di approvazione e continua dritta verso chissà dove. Chiudo gli occhi per un momento, trattengo il respiro nei polmoni, e lascio che la mente accompagni le note di Stumble, prima canzone del CD che ho appena messo. Con gli occhi chiusi sembra che non ci siano più rumori, nessun calpestio, niente chiacchiericci. Solo la chitarra acustica, i giri di basso, la tenue marcia del batterista. Mi spoglio del gilet del Centro, poi di tutti i vestiti. Manca giusto del tè da sorseggiare, per riscaldare questa piacevole armonia di sensazioni. Ma ne posso fare a meno, così va comunque bene.
- Scusi?
Apro gli occhi senza volerlo. L'aria esce prepotente dalla bocca. Donne e uomini e bambini stanno facendo avanti e indietro per il reparto. Poco lontano dal bancone Valter urla qualcosa a Pino. La musica diventa improvvisamente bassa, appena udibile.
Il signore sbatte violentemente una penna USB davanti a me.
- Non funziona - dice astioso.
- Sigh - sospiro, - vediamo cos'ha che non va.
Andare a dormire alle 2 del mattino, quando il giorno dopo devi fare apertura, non è una scelta intelligente. Farle per via di una pizzata al Gallo Rosso con tre amiche e un amico, conclusa in casa di una di loro a vedere su YouTube i video del Mago Gabriel, la rende di sicuro divertente!
Ma la mia bocca e i miei occhi non devono pensarla allo stesso modo, la prima semiaperta con un rivolo di bava che ne inumidisce un angolo, i secondi semichiusi e in disperata ricerca di tutto ciò che somigli a un letto. Purtroppo di letti, qui, non ne vendiamo. E nemmeno di pancere!
Dopo aver rimesso a posto alcune penne USB e dei cavi
firewire comincio a spostare gli espositori con i volantini. Valter, dall'altra parte di un corridoio zeppo di videogiochi, mi fa cenno di non aver ancora finito di sistemare i cassetti. Mi giro finché non trovo Davide: anche lui sta ancora riordinando alcune vetrine, ma si stringe nelle spalle e mi dice di aprire.
Apro.
- Insomma! - Esordisce stridula la prima cliente della giornata. - E' un quarto d'ora che aspetto!
- Signora, non è colpa mia se lei arriva un quarto d'ora prima dell'apertura.
- Ma sono le 9!
- Sì? Bene, anche oggi siamo riusciti ad aprire in orario - sostengo soddisfatto.
La signora fa per aggiungere qualcosa, ma poi digrigna i denti seccata.
- Comunque, dove stanno le pancere?
- Pancere?
- Sì, non avete pancere?!
- Signora, questo è un reparto di telefonia, computer, DVD... A meno che non stia cercando una panciera per il suo cellulare, dubito che...
Se ne va senza lasciarmi il tempo di terminare la frase. Abbozzo un sorriso: l'apertura regala anche qualche chicca.
* Desidero spendere qualche riga per ringraziare
Paolo "eriadan" Aldighieri, che ha pubblicizzato "Cronache di un lavoro qualunque" sul suo comic-blog. Per chi non lo conoscesse, Paolo è il disegnatore di "eriadan" (
www.eriadan.it), una striscia a fumetti con cui racconta quotidianamente la propria vita, intrisa di tanto umorismo e di una forte dose di fantasia.
Non posso che consigliarvi di fare un salto sul suo sito e di appassionarvi come ho fatto io!
- Che fai?
Sara si sporge sul bancone con un saltello. Le do un'occhiataccia malevola in risposta al suo sorriso.
- Che vuoi? - Brontolo.
- La bambolina vudù. Che fai?
Sbuffo come un padre stressato dalla figlia ottenne e allungo una mano verso la bambolina, senza staccare gli occhi dallo schermo del PC aziendale.
- Cancello le mie foto da Facebook.
- Perché?
- Paranoia.
- Ah.
Quando le porgo la bambolina l'agguanta e comincia a punzecchiarla con l'attache conficcata sulla testa.
- Mmm, - fa con aria pensosa, - non dovresti star qui a perdere tempo. Ci sono milioni di clienti che ti aspettano!
Un signore giovane, sui trentacinque, spettinato, con una camicia verde militare abbottonata a metà e un paio di pantaloni jeans strappati, appoggia una mano al bancone e guarda ipnotizzato Sara. Alzo gli occhi e quello le sorride, un sorriso folle.
- Volevo ringraziarla per l'aperitivo dell'altra volta. Cosa ci ha messo dentro: campari e quattro scotch, vero?
Sara rimane a bocca aperta, gli occhi sbarrati, la bambolina vudù che rotola via dalla sua mano.
- Sa, - aggiunge l'uomo - io sono un angelo.
E se ne va.
Sara mi guarda. Io la guardo.
- Aiuto - mormora.
- E' uno di quei milioni di clienti di cui mi parlavi?
Entro in reparto stanco e assonnato. E' un giorno a caso di una qualunque settimana di un mese qualsiasi dell'anno nuovo: decisamente non ho voglia di lavorare.
Mi stropiccio gli occhi mentre le gambe si muovono verso il bancone. Johnatan ha appena fatto un cenno per salutarmi quando un cliente arriva sparato da lui.
- Un anno e mezzo fa sono venuto per comprare una stampante e voi me ne avete consigliata una che mio cognato ieri mi ha detto essere una merda! Voglio parlare col direttore!
Un'automatica mezza piroetta mi pone con le spalle al bancone e alla drammatica scenetta, poi le gambe ricominciano a muoversi. Eh no, non ho proprio voglia di iniziare la mia mattina così!
*Mi scuso per l'imprevista assenza di ieri. Mi sono trattenuto fuori casa per un impegno e la sera avevo un sonno tale che sono crollato subito dopo cena!
Chiedo venia e recito 17 Ave Maria per l'assoluzione.
Un abbraccio,
Dante
- Che fai stasera?
- Boh, forse mi guardo "Metropolis".
Johnatan ridacchia e torna a punzecchiare la bambola vudù del cliente con un'attache deformata.
- Mi scusi, posso disturbare?
Una signora dal forte accento milanese alza il dito come fossimo a scuola.
Le strizzo l'occhio: - Ma certo, disturbi pure.
- Saprebbe consigliarmi un cartone da regalare a un bambino di sei anni?
Johnatan interviene allungando il collo: - La mia bimba ha più o meno quell'età. Le è piaciuto molto "Kung-fu Panda".
- Ah sì, - zompetta la donna - è uscito al cinema, vero? Quello del panda! Ma... - si blocca - è per la natura?
Johnatan ed io ci guardiamo incerti, poi mi rivolgo alla donna, ironico.
- Cioè biodegradabile?
Quella annuisce convinta: - Esatto! E' biodegradabile?
Guardo il mio collega, lui si stringe nelle spalle e alza gli occhi al cielo con una smorfia divertita.
- Sì, signora, - sorrido benevolo - è biodegradabile.
Sono depresso.
Quando si avvicina il periodo degli esami universitari sono sempre depresso. Mi ricorda quanto ancora mi manchi alla fine (beh, non così tanto, attualmente) e quanto tempo ci ho messo ad arrivare fin qui (ok, così tanto). Poi scendo dalla macchina, prendo l'ascensore del Centro, arrivo al negozio, passo il badge all'entrata del corridoio dipendenti, mi cambio, entro in reparto e... la prospettiva di scontare qui dentro il resto dei miei giorni mi assale come una sorta di mostro oscuro, succhiando avidamente le poche energie positive che mi sono rimaste.
L'ho già detto, ma ridiciamolo: il lavoro, in certi casi, non aiuta.
Davide mi saluta frettolosamente, correndo verso un lato del negozio: - Ciao Dante! Squilla il telefono, ci pensi tu?
No.
Ok, sì. Ma lo farò male. Oggi è grigio e l'ultima cosa che voglio è mettermi a lottare con un...
- Pronto?
- E' il Centro?
- No, pizzeria da Mimmo.
Silenzio spaziale dall'altro capo del telefono. Forse si aspetta una mia smentita; forse si chiede se ha fatto il numero sbagliato; forse se non dico nient'altro resteremo così per l'intera mattinata.
- Stavo scherzando, - aggiungo melanconico - è il Centro.
- Ah. Sì. Senta...
L'ho spiazzato. E' bello quando li spiazzi. Vorrei poter spiazzare anche i miei professori. Spiazzarli via dalla mia vita. Si può usare il termine spiazzare in questo c...
- ...capito?
Ops.
- Mi scusi, signore, c'è stata un'interferenza. Può ripetere?
L'ho spazientito. E' bello quando li sp... ok, meglio mettere un freno alla testa.
- Le ho detto che volevo fare un cambio, è possibile?
- Sì, beh, non via telefono. Deve portarmi il prodotto, munendosi di scontrino.
- Ecco, questo è il problema: non ho lo scontrino.
Una novità.
- Signore, ma senza scontrino come faccio a farle il cambio? Per quanto ne so potrebbe averlo preso ovunque, quel prodotto. - La mia voce è la quintessenza dell'apatia. Sono "Malinconia" di Edvard Munch, Something In The Way dei Nirvana, il protagonista maschio de "Il giardino delle vergini suicide". Sigmund Freud mi avrebbe voluto come compagno di merenda.
- Ma guardi, non l'ho preso io, l'ha preso mia moglie...
- Oh beh, questo cambia tutto.
- ...una signora alta...
Comincio a fare scarabocchi con la penna.
- ...con due bambini...
Disegno un omino.
- ...un barboncino bianco...
E un patibolo.
- ...ricorda? E' venuta da voi il giorno prima di Natale.
Qualcuno mi strappa la cornetta pinzata tra spalla e orecchio, facendomi scivolare il gomito dal bancone e schizzare via la penna dalla mano.
- Signore il mio collega è depresso, richiami più tardi. - E' Michele. Riaggancia senza dire altro, poi si rivolge a me con un cenno del mento: - Esami?
- Esami.
- Caffè?
- Caffè.
Odio il mio lavoro, amo i miei colleghi.
Le decisioni di questi giorni hanno cambiato l'umore di tutti quanti. Quasi non avvertiamo lo stress natalizio delle scorse settimane e, anzi, mi pare che ci diamo anche più da fare. Forse vogliamo dimostrare a noi stessi e ai nostri capi che la decisione che abbiamo preso non è dettata dalla mancanza di volontà e organizzazione, che siamo capaci di fare il nostro lavoro, ma abbiamo solamente bisogno che il resto dello staff ci venga incontro.
Così, mentre metto a posto delle cartucce per stampanti come ho fatto centinaia di altre volte, la percezione è che sia in qualche modo diversa dalle altre, che qualcosa sia cambiato.
- Mi scusi?
La prima cliente della giornata mi tamburella sulle spalle.
- Sì?
- Avete mica "Madagascar 2"?
Rimango un attimo perplesso: - Intende il DVD?
- Sì, l'avete?
- Uhm, ma signora, è uscito l'altro ieri al cinema.
- Quindi non ce l'avete?
Potrei dire semplicemente "No", ma come ogni volta decido di spendere qualche secondo in più per spiegare al cliente che...
- Se è appena uscito al cinema non può esserci già in DVD, capisce? Prima esce al cinema, poi passa qualche mese, e infine ci arriva il DVD.
La signora mi osserva con sguardo attento. Penso di essermi fatto capire stavolta.
- Ah... - commenta. - Quindi non ce l'avete?
- No, non ce l'abbiamo.
E me ne vado.
D'accordo, certe cose non cambieranno mai.
Natale confonde i clienti. Oh beh, in realtà il cliente medio è confuso tutto l'anno, ma Natale lo stordisce particolarmente. Pacchi, pacchetti, pacconi, regali, abeti, prendi il nastrino, togli il prezzo, metti lo scotch, cambia il prodotto... queste sono tutte cose che noi facciamo, ma mi rendo conto che il cliente deve rimanere stordito dalla nostra operosità da formiche. Certo, formiche all'italiana, ma pur sempre formiche.
Apro le due porte del corridoio-dipendenti come se entrassi in un saloon. Sguardo basso, respiro congelato, un'occhiata e...
- Bella Dante!
- Bella Valter!
Avanzo scanzonato strascicando un po' i piedi sul pavimento in linoleum, con un mezzo sorrisetto alla... non so chi avesse questo sorrisetto, diciamo "alla me". Le braccia mi pendono molli lungo i fianchi, in testa ho Phoebe ZeitGeist dei Kalashnikov e mi ritrovo involontariamente a canticchiarla sottovoce.
- Sei sola sul palmo della mano, sei sotto tiro!
- Scusi, avete radio-sveglie?
La signora non ce l'ha con me. Fa la domanda a Sara, che saluto con un cenno mentre risponde che no, in questo reparto non abbiamo radio-sveglie, ma forse può trovarle più giù.
Zompetto un po' più in là, verso il lato esterno del bancone. Mi sporgo fino a raggiungere un paio di fogli con alcuni ordini del giorno. Pare che il capo settore stia per fare una richiesta esageratamente assurda, ma ancora non è arrivata e non si sa bene di cosa si tratti. Davide a volte è un po' enigmatico, devi unire i punti per capirlo.
- Mi scusi...
Mi volto con un sorriso e un "Mi dica pure" sulle labbra, ma mi blocco quando vedo la signora. Per un istante ho l'impressione di conoscerla, poi mi ricordo che si tratta della cliente che ho visto due minuti prima accanto a Sara.
- Mi dica - chiedo.
- Ma voi avete anche radio-sveglie?
Uh?
- Ma... non l'ha appena chiesto alla mia collega?
- No, no - scuote la testa.
- Ma come no, sono sicuro di... -. Ma che sto facendo? Mi metto a discutere? - No guardi, niente radio-sveglie. Può provare nel reparto più giù.
Mi ringrazia e se ne va con passo veloce.
Poveri, piccoli, clienti confusi.
Vedo Valter puntellato con i gomiti sul bancone, i polsi fissati sotto la mascella che gli sorreggono la testa, gli occhi semichiusi, l'espressione del volto assonnata. Davanti a lui una signora sui quarantacinque portati male che gli parla.
Mi avvicino.
- ...e quindi delle macchinine non vanno bene, capisce? Per questo ho pensato ai videogiochi, ma ce ne sono così tanti.
Valter mi vede. A stento alza un sopracciglio per salutarmi. La signora continua senza la minima interruzione.
- Però, dico io, i videogiochi rendono i bambini stupidi, no? Certo, lui non è un bambino, ha quattordici anni ormai, ma non vorrei che passasse tutto il tempo davanti al computer. Ah! Ora che ci penso! L'altro giorno ho visto in TV una reclame di un videogioco che allena la mente: potrei fargli quello! Lei che dice, funziona davvero?
Mi appoggio anch'io al bancone, dal lato della cliente. Questa mi squadra un attimo dalla testa ai piedi senza smettere di parlare.
- Sennò sa cosa pensavo? Pensavo a un film. Magari uno della Disney, che fa questi cartoni così carini... Ma no, ma no, anche questo è da bambini. Non si regala un cartone animato ad un quattordicenne, no? E' così difficile... Lei cosa mi consiglia? Che poi un bimbo piccolo ce l'ho, di otto anni. Il cartone è per lui. E' bello no, che dice? La Disney ne fa di così carini... Ed educativi!
Impressionato e a bocca aperta rifilo un'occhiata compassionevole a Valter.
- So' quìnnece minuti che cuntinua accussì - ciancica come se la signora non fosse lì. - C'ha qui 'sto videogioco e 'sto DVD e non si decìde a pavà.
La signora si ferma. Mi guarda, guarda Valter, guarda di nuovo me. Poi continua.
- Le dicevo: pensavo anche ad un giocattolo. Magari un gioco di società, che lui ha tanti amichetti, così se lo porta pure a scuola. Però a scuola no, anzi, che poi si perdono tutti i pezzetti. Ma sì, con gli amici può sempre vedersi il DVD, dopotutto...
Faccio uno stentato saluto militare a Valter, che abbozza un "ciao" nauseato. A Natale dovrebbero pagarci di più.
- Buongiorno.
- Buongiorno signore, mi dica.
- Volevo cambiare questo DVD.
- Bene, ha lo scontrino?
- Eccolo.
- Perfetto. Uh... aspetti, ma la confezione è aperta?
- Uhm, sì.
- Mmm, aspetti un attimo. In teoria non possiamo cambiarlo, ma sento cosa mi dice il mio superiore.
Pinzo il telefono tra spalla e orecchio mentre controllo che il disco non abbia graffi e che la scatola non sia rovinata. Il capo settore risponde dopo un paio di squilli. Gli spiego velocemente la questione e altrettanto velocemente mi liquida con un "Ma sì, leviamocelo dalle palle soddisfatto e contento".
Attacco.
- Guardi, è davvero fortunato. Come regola non possiamo sostituire DVD aperti, ma per lei faremo un'eccezione - sorrido splendido e smagliante.
- Vabeh, ma perché non potreste, scusi?
- Beh, per quanto ne sappiamo lei potrebbe essersi visto il DVD e avercelo riportato.
Il signore si scuote: - Ma no, io ho una certa età, queste cose non le faccio.
- Ok, ma noi non...
- No, no! Non le faccio più! Cioè, magari da giovane...
- Ah, bene!
- Anzi, da giovane l'avrei direttamente rubato!
- Ottimo...
- Ma sì, quando non si hanno soldi cosa vuole che si faccia? Si ruba! Tutti rubano!
- Guardi, io in realtà non è che...
- No, no! Io rubavo! E poi rubare è divertente.
- Err, non è che le cose che mi sta dicendo vadano proprio a suo favore eh...
- Eh ma è divertente! - insiste.
- Vabeh, questo è il modulo da presentare in cassa. Arrivederci.
Chiudo la discussione voltandogli le spalle. Incrocio lo sguardo di Sara e sollevo gli occhi al cielo: - ...tutti a me.
- AAAAARGH! Maledetto Word! Maledetta Microsoft!! Maledetto Bill Gates!!!
- Valter, fermo! Che fai?!
Blocco Valter con la tastiera del PC impugnata a mezz'aria nel gesto di disintegrarla sul bancone. Non so se avrebbe concluso l'azione, ma non si sa mai. Un paio di clienti affrettano il passo, lanciandoci occhiate intimorite da sotto i copricapi. Mi sistemo il gilet, mentre Valter adagia la tastiera delicatamente, cercando di riprendere un po' di contegno.
- Vuoi dirmi che cavolo... - sussurro guardando altrove.
- E' Word, Maronn' santa. Continua a crashare e non mi fa salvare sto benedetto file.
- Ok, Word fa schifo, soprattutto la versione anteguerra di questo PC, ma non mi sembra una buona ragione per spaccare la nostra unica tastiera (già priva di tasti, peraltro).
Valter impreca a denti stretti e si sfoga ribaltando il mouse con una manata. Mentre si allontana lo rimetto in piedi e do un'occhiata allo schermo.
- Cos'è che scrivi?
- La mia biografia - risponde dandomi le spalle. Decido di non indagare oltre.
La suscettibilità di Valter è più che giustificata. Il nostro PC funziona a vapore e ha una versione di Windows talmente vecchia da chiamarsi "Window". Non è proprio il massimo per il reparto "Multimedia" di un grande centro commerciale, ma l'importante è che i clienti non lo sappiano. "Nella vita conta più l'apparenza delle cose che la loro essenza", diceva qualcuno. E sospetto che quel qualcuno sia il nostro capo settore. E credo anche che quell'aforisma sia una sua miserabile scusa per non far spendere due lire in più al reparto.
Batto un paio di colpetti compresivi sulla spalla di Valter.
- Se nei prossimi dieci minuti mi capita nu cliente testa di minchia, gli spacco la tastiera 'n capa.
- Scusate, commessi...
Colto da un brutto presentimento mi giro verso il tizio sulla quarantina che ci ha appena chiamato. Poggia un pesante oggetto imbustato sul bancone.
- Dovreste ripararmi il PC. Oggi per favore. E al più presto. E... è gratis, no?
Con la coda dell'occhio scorgo Valter che prende la rincorsa.
- Il lavoro mi sta ammazzando.
- Ah sì? Allora mi sono perso la parte dove ti stava salvando.
Il cinico humor di Michele è ciò che noi altri ricerchiamo nei momenti di stress psicofisico, quando la giornata ti ha appesantito la mente e irrigidito braccia e gambe. E' come uno stiracchiamento fatto bene: senti i muscoli più leggeri e il cervello meno pieno. Sì, è vero, è una sorta di stretching emotivo, un Pocket Coffee linguistico dal gusto pungente e amaro, che ti sveglia e ti tira su.
Sulle labbra mi si stampa un sorriso ebete mentre lascio scorrere questi pensieri, e Michele mi getta addosso uno sguardo prima un po' stupito, poi rassegnato.
- Un altro segno dell'imminente arrivo del Natale - asserisce.
- Che vuoi dire? E poi basta parlare del Natale! Natale qui, Natale lì... manco fosse domani!
Scrolla le spalle: - Che vuoi farci? Il periodo natalizio è di fatto iniziato. Dove abito io hanno persino acceso un grosso abete sbilenco.
- Di già?
Annuisce annoiato: - In realtà non hanno mai tolto l'illuminazione dello scorso anno, quindi la maggior parte delle lucine si sono fulminate per via del maltempo, degli uccelli, dei ragazzini che tirano i sassi...
Rotea il polso a mezz'aria in un "eccetera, eccetera". Io faccio un sorrisetto.
- A me il Natale in sé non dispiace. Magari mi manca il tempo per andare a comprare i regali, ma per il resto la serata in famiglia, la cena, i parenti che non vedi mai... Non è malissimo. Una volta all'anno si può fare. - Inizio a giocare con una pinzatrice. - Il problema è il lavoro. Il Natale mi piace, ma il lavoro mi ha fatto odiare tutto il pre-. Non so se capisci cosa intendo.
Michele mi fissa silenzioso, come soppesando ciò che ho appena detto. D'un tratto fa un cenno con la testa e m'invita a seguirlo. Mollo la pinzatrice, ma decido di portarmi dietro un attache con cui giocherellare nella tasca dei pantaloni. Oltrepassiamo una serie di scaffali ed usciamo dal reparto "Multimedia", finendo in un altro e poi in un altro ancora. Mi porta attraverso alcuni banconi, salutando di tanto in tanto dei volti che non conosco. Quando si ferma siamo pochi passi da un espositore pieno di trucchi; poco più in là c'è un banchetto con una promoter. Credo venda profumi.
Me la indica allungando il collo: - Vedi lì?
- La promoter gnocca?
- Sì, ok, lascia perdere che è gnocca.
- Ma come "lascia perdere"?
Sbuffa spazientito: - Guarda il bancone. Cosa c'è sopra?
Non ci vedo benissimo da qui senza occhiali, ma mi sembra di scorgere delle boccettine di vetro.
- Profumi? - azzardo.
- Esatto. E se avessi alzato la traiettoria visiva di 15° avresti visto il cartellone dell'Oreal.
- Oh.
Ci avviciniamo di qualche passo.
- Ora, vedi com'è fatto il banchetto? Il tema è la natura: ci sono foglie di plastica, un telo verde, rampicanti finti lungo i paletti che tengono il cartellone, e quei grossi sassi tutt'attorno.
Annuisco, ma non ho la più pallida idea di dove voglia arrivare. Con una mano mi fa cenno di aspettare e per cinque minuti buoni ce ne stiamo così, in silenzio, a guardare la promoter e il suo banchetto. Un paio di volte provo a protestare e a chiedere che diamine stiamo aspettando, ma Michele la prima volta mi zittisce con lo sguardo e la seconda mi ignora. L'attache è diventata ormai un sottile filo di ferro che uso per punzecchiarmi il pollice.
D'improvviso mi strattona per una manica e per poco non mi ficco l'attache sotto l'unghia del pollice. Punta un dito verso il banchetto, dove un uomo si è appena accostato, poi ci avviciniamo di un altro paio di passi. Non capisco perché mi stia facendo vedere tutto ciò, ma pare che abbiamo aspettato finora solo per questa scena, quindi rimango in silenzio e ascolto.
Il signore, un giovane sui trentacinque anni, guarda il banco pensieroso. La promoter non dice nulla, accogliendolo con un mezzo sorriso. L'uomo la nota, sorride di rimando e poi, con quella tipica punta d'imbarazzo di chi chiede un'informazione ad un commesso, indica i sassi attorno al bancone.
- Ma sono in vendita?
La promoter alza gli occhi al cielo, io mi piego in avanti soffocando una risata tra le mani e Michele sorride silenzioso, evidentemente soddisfatto.
Mentre torniamo al nostro reparto dice solo una cosa.
- Sì, capisco cosa intendi. Lo capiamo tutti, qui dentro.
Pino farfuglia qualcosa. Non ho ben capito, ma mi sembra che stia bene. La storia della signora che voleva denunciarlo si è conclusa con un nulla di fatto: ha capito che non avrebbe avuto molte possibilità e si è accontentata di un paio di buoni da quindici euro (siamo degli inguaribili lecchini).
E' difficile capire come tutta la storia abbia inciso su Pino. A parte quell'insalata di parole della nostra ultima discussione non ci sono stati altri segni del suo stato emotivo. Di sicuro il lavoro aiuta, aiuta molto. Ho personalmente sperimentato che lavorare forse non nobilita l'uomo, ma di sicuro lo distrae. E i clienti sono sempre fonte di distrazione.
Driiin.
Il telefono sul bancone di Pino trilla selvaggio.
Driiin.
- Dante puoi rispondere che... sto... cliente...
- Ok, ok, non ti preoccupare, faccio io.
Alzo la cornetta ed esibisco uno spumeggiante "Pronto!".
- Buongiorno, scusi, ho un problema con il mio portatile.
- Siamo qui per questo! Può...
- Ecco, non si vede il video, sa? Cosa può essere?
Sbatto velocemente le palpebre: - Eh, ma... cioè, non lo so. Da qui non posso farci molto.
Silenzio dall'altra parte della cornetta. Poi: - Ah. Davvero?
Sfiato: - Ehh, lei che dice?
- Allora cosa devo fare?
- Se vuole che gli diamo un'occhiata devo portarlo qui.
- Davvero?
Oh Gesù Cristo, benedicimi, concedimi un poco della tua santità.
- Sì, davvero.
- Allora... ve lo porto, quindi.
Sospiro, ringrazio, sospiro, attacco. Pino mi lancia un'occhiata interrogativa, ma io gli faccio cenno di lasciar perdere. Sì, in qualche perverso modo, il lavoro aiuta.
- Buongiorno.
- Uff... Buongiorno -, Sara ed io posiamo l'enorme TV al plasma che stavamo spostando nella nuova corsia e ci concediamo una pausa-cliente. - Come posso aiutarla?
L'uomo, un signore bruno sulla quarantina, ruota il collo a destra e sinistra. In questa corsia stiamo finendo di allestire i portatili, quindi inizio a pensare a quali non abbiamo ancora esposto per dargli una pronta risposta.
Dopo un attimo mi scruta perplesso: - Teli per coprire una lavatrice non ne avete?
Guardo Sara smarrito: - "Teli per coprire una lavatrice"?
Lei arriccia le labbra: - O finiamo di sistemare in fretta il reparto, o tra un po' ci chiederanno vanghe e cazzuole.
Sorriso al signore mentre riafferro il televisore: - Mi spiace, niente teli per lavatrici.
Al lavoro!
Davide mi poggia una mano sulla spalla mentre finisco di battere in casa un videofonino. Gli sorrido un po' stanco, mentre imbusto l'oggetto, poi do le spalle alla cassa e stiro le braccia verso il soffitto.
- Allora, come va Dante?
- Uhh, ho iniziato yoga.
- Davvero? Anch'io l'ho fatto per un po', ma poi m'è venuto a mancare il tempo.
- E' il mio stesso problema: tra il lavoro e lo studio non so dove trovare altro tempo per vivere.
- E come hai fatto con lo yoga?
- Ho pagato solo il primo mese.
Sorrido e lui mi sorride di rimando. Vorrei andare a prendere un caffè, ma c'è gente che gironzola qui intorno come uno sciame di mosche e so che non appena mi sposterò dalla cassa ci sarà bisogno di me.
Davide si pulisce gli occhiali sulla divisa del Centro.
- Ultimamente ti vedo parecchio stressato.
- E' per questo che ho iniziato yoga.
- Che turni fai? Vuoi un cambio?
- No, grazie caro. E' solo un periodo: tremila cose da fare, poca voglia di farle. E poi la pioggia: Dio quanto odio la pioggia...
- Per quella non posso farci niente.
- Dici che un sacrificio al dio della pioggia potrebbe tornarci utile?
Socchiude gli occhi: - A chi avevi pensato?
- Al capo settore.
- Oh beh, quello torna utile in ogni caso!
Passiamo qualche altro minuto a ridacchiare e a parlare di niente, e mi ritrovo a pensare che mi piacerebbe conoscere meglio Davide. I suoi impegni gli hanno quasi sempre fatto declinare le nostre proposte di uscite serali e in generale non parliamo un granché, ma quelle poche volte è caldo e rassicurante, come se il mondo fosse al di fuori di una campana di vetro in cui lui ed io chiacchieriamo amabilmente.
- Insomma, non mi starai diventando cinico come Michele?
Touché. Sa anche cogliere cose che altri non colgono.
- Ma sai che mi sono trovato a pormi la stessa domanda? Sarà mica colpa di questo lavoro?
- Forse, - ammicca, - o forse questo lavoro contribuisce al periodaccio di stress e impegni che ti trovi a vivere.
- Mi scusi -, una bella ragazza bionda con gli occhi da cerbiatta interrompe la nostra conversazione.
- Salve signorina, come posso aiutarla?
- Avrei bisogno di un'informazione.
- Mi dica.
- Ecco, vede, è che ho preso queste due penne USB, ma non so quale comprare.
Mi gratto il mento: - Sono praticamente identiche, solo che una è da 1 giga e l'altra da 2.
- E' proprio questo che non capisco: che differenza c'è?
Le braccia mi cadono lungo i fianchi come se mi avessero sgonfiato le spalle. Ruoto stancamente la testa verso Davide: - No, è decisamente questo lavoro.
- Salve.
Un ragazzo sui trentacinque simile a Nick Hornby mi mostra un DVD. "Pirati dei Caraibi", carino, penso. Non mi spiego però perché lo stia facendo vedere a me, che sono accucciato davanti ad un espositore per sistemarne i prodotti, anziché andare in cassa a pagarlo.
- Voglio questo -, sottolinea in seguito al mio silenzio.
Inarco le sopracciglia perplesso: - ...urrà.
L'uomo aggrotta la fronte, poi allunga il collo: - E il disco?
- Eh?
- E' dentro?
- Cosa?
- Il DVD, dico, è dentro la confezione?
Non ci credo. Ma cos'è, un'epidemia?
- Marò, quel tizio dell'altro iuòrno me voleva proprio fa' smadonna'.
Abbozzo un sorriso compiacente. Ascoltare le lamentele dei tuoi colleghi è un'attività quotidiana piuttosto stressante a volte, ma non è possibile sottrarsi: devi sempre pensare che prima o poi, inevitabilmente, toccherà a te.
- Ma ti pare mo che uno m'addimànna se dinto c'è 'o DVD? Cioè, ma che razza di domanda è?
Sospiro divertito. Valter fa un gesto con la mano e accantona il discorso. Prende un paio di fogli con gli arrivi della settimana precedente e li scorre disinteressato. Oggi c'è poca gente al Centro.
- Ha! -, esclama. - Questi qui l'ho messi a posto aiére, cù Johnatan.
Indica una riga della tabella. Leggo distrattamente il nome del film.
- Mentre li sistemavamo Johnatan ha visto ch'erano assai leggeri, più di un DVD normale, e ci ho detto: "Sta a vedere che qualcuno ci chiederà se dentro c'è il DVD"! Ahahah!
Ride sguaiatamente, poi mi guarda: sorrido.
- No...
Annuisco.
- No, non dirmi che...
Annuisco due volte.
Valter alza le braccia al cielo e si allontana: - Ma non è possibile, Gesù buono!
Prima o poi, inevitabilmente, tocca anche a te.
- Ma ne è sicuro?
- Sì, statte cuièto.
Sollevo lo sguardo quel po' che basta per vedere Valter passarmi davanti, seguito da un cliente sulla quarantina. Poi riprendo in mano i miei fogli e cerco di far quadrare i conti.
Oggi mi sono portato dietro le carte delle mie ultime spese: c'è qualcosa che non va. Faccio e rifaccio tutti i calcoli da ieri sera, ma alla fine non mi tornano ventitre euro e diciannove centesimi. Ok, sono solo ventitre euro e diciannove centesimi, ma è una questione di principio!
- Mi scusi, dove posso trovare degli astucci per cellulari?
Alzo gli occhi, tento di capire cosa intenda questa ragazza per "astucci per cellulari", e poi le indico una corsia più avanti. In effetti non li ho mai chiamati "astucci per cellulari", credo di averli sempre chiamati "cosi".
Valter passa di nuovo davanti al bancone, nel senso opposto. Il signore è ancora dietro di lui.
- Ma ne è proprio sicuro? Perché qui non c'è scritto niente.
- Ma sì ch'è dentro, scusi, sennò che vénniamo?
Lo seguo per un po' con uno sguardo interrogativo, poi alzo le spalle e torno ai miei conti.
La fregatura è che se mancano ventitre euro e diciannove centesimi oggi potrebbero mancarne altrettanti domani, e prima o poi mi troverò con i conti pesantemente sballati. Colpa mia, comunque: non solo ho la pretesa di tenerli su un quaderno anziché su un foglio Excel, ma mi rifiuto persino di usare la calcolatrice! Mi sono fissato che instupidisce e che abbiamo perso la capacità di fare i conti a mente. E il fatto che non mi tornino questi maledetti ventitre euro ne è la prova.
Di nuovo Valter e la sua ombra.
- Guardi che se non c'è glielo riporto...
- OH MAMMA, MA E' INCREDIBILE! - Valter alza le mani al cielo. - 'STO QUI E' DIECI MINUTI CHE MI PERSEGUITA PER SAPERE SE NELLA CUSTODIA DEL DVD C'E' O NON C'E' IL FILM! MA CHE DEVO FA' IO?!
Il signore si blocca, visibilmente sorpreso. Valter gli sbuffa addosso e colma lo spazio tra sé e lui allungando le braccia con le mani aperte: - Via! Sciò! Basta cusì! Acapito?! E maronna...
Se ne va mormorando anatemi in napoletano. Il signore resta spiazzato un attimo o due, poi si gira verso di me in silenzio.
- Beh, però anche lei... -, lo ammonisco con un mezzo sorriso.
Mi osserva un attimo, pensoso. Poi allunga il collo: - Ma è sicuro che c'è?
- Oè! Non ci provi eh!
Me ne vado prima che possa tediare anche me, ma faccio in tempo a sentire le sue ultime parole: - Guardi che se non c'è glielo riporto eh!
- Non posso crederci ancora. Chissà cosa spinge la gente a tanto.
- Ho sentito che c'erano persone davanti al negozio dalle 4 del mattino.
- Marò...
La cavalcata delle Valchirie, la lunga marcia, l'alba dei morti viventi... l'abbiamo chiamata in centinaia di modi e continua ad essere principale oggetto di discussione di queste piovose giornate autunnali.
Il Centro è illuminato dall'asettica luce dei neon, ma è come se le tinte grigio chiaro del cielo fossero qui con noi. I clienti parlano meno tra di loro, si soffermano di più sulle vetrine, tolgono la suoneria al cellulare. E' una calma nostalgica quella che accarezza il reparto, e presto mi lascio distrarre e smetto di ascoltare Sara e Valter, ipnotizzato dal rilassante brusio del reparto.
- Mi scusi!!
I bei momenti non durano mai.
Come svegliato bruscamente da un bel sogno impiego qualche istante prima di mettere a fuoco il volto rugoso dell'anziano qui davanti. Ha un DVD in mano e so già che saranno guai: i vecchi non vanno mai d'accordo con la tecnologia.
- Mi dica.
- Mi avete venduto un CD fallato!
Fallato?
- Come?
- Non va! Non va! Le dico che non va!
Porto una mano alle tempie, stringendole duramente tra pollice e dito medio con gli occhi chiusi.
- Ok, ok, d'accordo, mi faccia capire: qual è il problema? Il DVD non parte?
- Parte! Ma ci sono due film e io riesco a vederne solamente uno.
- Va bene, dia qui e vediamo cosa possiamo fare.
Lentamente ci dirigiamo verso un televisore. Sento l'alito rabbioso del signore sul collo, ma non ho alcuna voglia di mettermi fretta stamani.
Inserisco il DVD nel lettore, prendo il telecomando e lo faccio partire. Il primo film comincia senza problemi, un filmaccio all'italiana peraltro: mi chiedo perché mai la gente debba vedere questa roba.
- Ma sì, ma sì, questo va, lo sapevo anch'io! Ma non c'è l'altro film, vede?!
Schiaccio "Menù" sul telecomando e il signore trasalisce d'improvviso: non se l'aspettava. La schermata principale ci illumina il volto, chiedendoci quale dei due film vogliamo vedere.
- Ma... come ha fatto?
Gesù, perché i nipoti continuano a regalare lettori DVD ai propri nonni? Non sarebbe meglio un grammofono? Un libro di carta? Una stufa a legna? Secondo me apprezzerebbero di più.
- ...sto diventando come Michele.
- Cosa?
- Niente, niente. Guardi, deve fare così. Vede questo tasto? E' il tasto del menù.
- Aspetti, io non ho mica questo telecomando!
Santi numi: - Non si preoccupi, su ogni telecomando c'è un tasto con su scritto "Menù".
- Ne è sicuro?
- ...
- No perché sa, è un modello un po' vecchio.
- Ne sono sicuro.
Non mi crede, ma annuisce.
- Dunque, quando ha schiacciato "Menù" le comparirà la schermata che vede adesso. Con questi pulsanti (sì, su ogni telecomando ci sono pulsanti con le frecce) potrà scegliere quale film guardare. Poi preme "Play" e il film comincia. Tutto chiaro?
- Sì, sì.
Il signore prende il telecomando e lo osserva come fosse un manufatto Inca con su incise delle formule in un'arcana lingua. Attendo qualche istante, ma quello non fiata. Allora, cautamente, tolgo il DVD dal lettore, non prima di aver lanciato un'altra occhiata all'uomo. Lo infilo nella custodia e glielo consegno.
Quello mi guarda sorpreso: - Aspetti! Volevo chiederle se poteva rispiegarmi una cosa!
- Lo sapevo!!!
Si spaventa, si guarda intorno spaurito.
Sospiro e sbuffo: - Avanti, mi dia il disco. Vediamo cos'è che non ha capito...
Guardo il video sconcertato. Valter, accanto a me, non parla, non fiata, non emette alcun rumore. Sara, al suo fianco, si porta una mano alla bocca. Ce ne sono un'altra mezza dozzina: li guardiamo tutti.
- Minchia... - Sara ed io ci accodiamo silenziosamente al commento di Valter. - Ma addavero è andata cusì?
Annuisco lentamente con la testa.
Valter rimanda indietro il video, lo vediamo un'altra volta in uno stato di mutismo elettivo. Poi si allontana: - Vado a ricacciare fuori il kalashnikov.
Serviranno molte munizioni.
- Salve.
- Buongiorno, dica pure.
- Sto cercando un film. L'ho visto proiettato in un altro vostro negozio (non so se a Bologna o a Milano). Non ricordo il titolo, ma ricordo bene che lo proiettavano su un televisore del reparto.
- ...
- ...
- Vi odio.
- Come?
E me ne vado.
Diciamocelo: il lavoro da commesso non è giudicato di gran valore. Bassa crescita, poca fatica, zero responsabilità. Un lavoro che potrebbe essere fatto da chiunque, dicono gli altri; un lavoro come tanti, diciamo noi. Tuttavia "starne fuori è più facile che starci dentro", come sosteneva un noto rapper, e stare dentro i panni sgualciti da commesso è tutt'altra cosa che dipingergli addosso.
Per esempio: "poca fatica". I clienti sono abituati a pensare che il commesso sia "quello che risponde alle nostre domande", mentre noi viviamo il fatto che il commesso è "quello che risponde alle loro domande, che mette a posto i nuovi arrivi, che si occupa degli ordini, che fa l'inventario...". Se poi tutto questo lo condiamo con la follia dei clienti, qualcuno non avrebbe torto a suggerire la medaglia al valore per i commessi più diligenti.
Continuiamo con l'esempio: "zero responsabilità".
Entro nel corridoio dipendenti con una pila di DVD nuovi. Alessio, il sindacalista, Pierpaolo, il responsabile "risorse umane", e Davide interrompono la loro chiacchierata.
Mi hanno scoperto.
- Ehm... Li ho pagati eh. - Dì qualcosa di meglio, dì qualcosa di meglio! - Cioè, non è che li ho rubati -, Gesù...
Inclinano le teste e socchiudono gli occhi.
- No, insomma, non ruberei mai niente. Non sono il tipo che... Ho lo scontrino!
- Dante, ma chi se ne frega!
- No è che, insomma, so che non dovrei comprarli mentre sto ancora lavorando, è che avevo quasi finito e andavo di fretta (ho dei parenti a pranzo) (parenti che poi non sopporto) e allora... Di cos'è che stavate parlando?
Alessio butta giù il bicchierino di caffè: - Pino.
- Pino?
Pino è particolare, lo sappiamo, ma è innocuo, e vedere i Super Amici riuniti a parlare di lui fa un po' strano.
- Una signora lo vuole denunciare.
Le imputazioni scorrono nella mia testa come immagini di film: violenza sessuale, abuso su minori, molestie, stalking... Oddio, stalking! Avrà letto le e-mail della signora e sarà stato tanto stupido da farsi beccare?!
- Ha formattato un PC senza chiedere il permesso -, aggiunge Davide.
- Ah. - Mi riprendo un attimo: - No, dai? Ma è sempre così meticoloso. Ok, è un po' eccentrico, ma Michele gli ha insegnato bene il modus operandi e Pino è un po'... come dire...
- Ossessivo? -, completa Pierpaolo.
- Già.
- Infatti dice di averlo chiesto il permesso (e noi gli crediamo), ma una volta tornata a casa la signora ci ha telefonato urlando che lo avrebbe denunciato perché le ha polverizzato mesi di lavoro.
- E ovviamente non c'è modo di dimostrare la sua non colpevolezza... -, chiedo.
- Ovviamente no... -, sospira Davide. - Stavamo giusto parlando della cosa. Alessio mi spiegava che il Centro dovrebbe poter affrontare il tutto senza problemi, ma Pino si sente un po' sotto pressione.
Rifletto ad alta voce: - E il capo settore non è tra voi...
- ...perché è un gran rompicoglioni e non fa che peggiorare la situazione, sì.
Concludiamo con una generale alzata di spalle e lunghi sospiri. Crediamo tutti che Pino non abbia colpe, ma posso immaginare come debba sentirsi una persona sulla cui testa penda una denuncia. Se dalla prossima settimana cominceremo a chiedere permessi scritti per qualunque operazione, saprete il perché.
A volte non capisco perché mi cimenti in battaglie impossibili, dove qualora vincessi mi ritroverei con in mano un pugno di mosche. Si vede che mi piace lo scontro, l'azione, la suspance, il pericolo, l'adrenalina, il batticuore! ...o forse non ho semplicemente niente di stimolante da fare per tutto l'arco della giornata lavorativa.
Mentre controllo se qualche altro amico delle elementari mi ha aggiunto su Facebook, si accosta un signore con un DVD in mano.
- Scusi, di questo avete solo questo? -, mi fa serio.
Lo guardo un po' confuso: - Eh?
Agita la confezione come una saliera, forse perché vede la mia testa come una zucca: - Gli altri, ce li avete?
Mi raddrizzo, mi stiro il gilet con le mani e prendo un bel respiro. Contestualizzare la domanda: il signore mi sta chiedendo se ho altri di quei DVD. Vuole due copie dello stesso film? Do un'occhiata al titolo: "Eragon".
- Vuole un altro DVD di "Eragon"?
- Ma no! -, mi fa stizzito - Sto cercando il seguito.
Aaah, ora è chiaro!
- Non c'è -, sorrido.
- Non ce l'avete?
- No, ho detto che non c'è, non è ancora uscito. Anzi, non l'hanno proprio girato, il seguito.
Il signore trasalisce come se l'avessero ingiuriato pubblicamente: - Ma cosa dice, non è possibile!
Rispondo con un caldo sorriso: - Sì, glielo assicuro. E' uscito adesso il terzo libro, ma il film non...
- Ma non è vero! Si sbaglia!
- Guardi, ne sono certo. Non è...
- Ma io c'ho gli altri!
Corrugo la fronte: - Come?
- C'ho gli altri! A casa c'ho tutti gli altri.
- Guardi, credo proprio che si stia confondendo con qualcos'altro.
- Mi sta dando del rimbecillito?
- Non mi permetterei mai...
- Guardi che io lo so di che parlo!
- Sicuro, ma può capitare a tutti di sbagliare. Magari lei cercava Harry Potter? O Il Signore Degli Anelli?
- Non sbaglio, ce l'ho a casa, le dico, e il film è proprio questo!
"E allora perché non te lo vai a vedere a casa tua, Cristo!". Vorrei tanto poterlo dire.
Continuo in tono conciliante: - Forse è un...
- Vabeh ho capito, non ce l'avete.
- Aspetti, guardi, facciamo così: cerchiamo su internet!
- Ma lasci perdere, lei non sa niente.
Stizzito, si gira farfugliando qualcosa d'incomprensibile. Lo osservo andarsene senza parole, mentre Michele si avvicina silenziosamente.
- Io al posto tuo l'avrei già mandato a...
- Oh, sta zitto!
Esco dal corridoio-dipendenti con il gilet sottosopra: sono arrivato un po' tardi e ho dovuto fare tutto di fretta, ma fortunatamente sono riuscito a timbrare in tempo.
Mentre mi sistemo do un'occhiata al reparto: oggi c'è parecchia gente in giro, ma l'aria è fresca e la fredda luce dei neon sembra meno spettrale del solito. E' solo una questione di percezione, lo so, ma mi sembra che i clienti siano tutti più allegri e sereni del solito. Lo sono anch'io, un po' di belle notizie a casa mi hanno fatto bene, e allora decido di tentare di arrivare alla fine della prima ora mantenendo questa serenità.
Il modo migliore per cominciare è evitare di vedere le ultime proposte del capo settore, e il modo migliore per continuare è trovarsi dei primi clienti simpatici e cordiali.
Una famigliola al completo (madre alla moda, padre barbuto, figlia adolescente e figliolo lentigginoso) pare fare al caso mio. Sono davanti a degli espositori di cellulari e mi sembra che siano indecisi su qualcosa. Provo ad avvicinarmi.
- Salve, posso ess...
- Wat denk je, hebben zij het blauw ook? -, la figlia alla madre.
- I don't know, sweetheart. Don't you like this one? -, la madre alla figlia.
- De zwarte, het is verdritig -, ancora la figlia.
- Look! There's a clerk -, il padre indicandomi.
- Waar is hij? Ahh, Ik heb hij gezien! Nu ik vraag aan hem. - La ragazza incontra i miei occhi e mi sorride: - Scusi, avete anche altri colori per questo Nokia?
- ...
Lo so, lo so, diamine! Mi sta fissando e il suo sorriso si sta spegnendo perché teme di non essersi fatta capire, e adesso (cazzo!) ha anche preso il cellulare in mano per mostrarmelo, e chissà se il padre si domanda se per caso non mi stia facendo delle fantasie erotiche sulla figlia, ma...
- E' una candid?
E cos'altro avrei potuto dire?!
* ringrazio Simone per la traduzione. Naturalmente ho solo ipotizzato cosa stessero dicendo, e naturalmente non sono affatto sicuro che si trattasse di olandese, ma spero comunque di aver trasmesso l'assurdità della vicenda :)
- Salve!
- Salve! Come posso aiutarla?
- Che reparto è questo?
- "Multimedia".
- Ah, e avete anche mobili?
Mi giro e me ne vado.
I televisori pesano, anche quelli di pochi pollici. Lo so bene, io, che oggi sto finalmente accontentando la richiesta di Davide d'invertire l'ordine di alcuni LCD lungo tutto un corridoio. Non ricordo perché va fatto, me l'ha chiesto quasi un mese fa, però mi sembra il caso che sbrighi questa faccenda.
Trotterello con un 32" della Seleco. Ho quasi tutto il campo visivo coperto, ma per fortuna non c'è nessuno davanti a me.
- QUESTO SAREBBE ANCHE UN BEL LAVORO, SE NON FOSSE PER I CLIENTI DI MERDA.
- Cos...!!
Inciampo sui miei stessi piedi e il televisore mi scivola da una mano. Stringo gli avambracci bloccandolo al volo, poi lo lascio dolcemente calare a terra.
- Ma chi diamine ha detto...? - Mi volto e vedo un televisore acceso, come tanti altri, ma con il volume a cannone. Guardo a destra e a sinistra: nessuno, neanche l'ombra di un collega o di un cliente. Impreco a bassa voce ed abbasso manualmente il volume. Perché mai l'hanno lasciato così alto? E poi nessuno se n'è accorto? Fortuna che nessun cliente passava di qui.
Imbraccio nuovamente il 32" e copro gli ultimi metri. Lì poso il televisore per prenderne un altro e ridirigermi all'inizio del corridoio. Chissà poi perché hanno scelto proprio quel film; di solito mettiamo ultime uscite, o perlomeno pellicole di grande successo. Quello, poi, non è proprio il genere di film da trasmettere in un centro commer...
- VUOI DIRMI CHE NON CI SONO CLIENTI CHE TI FRATUMANO I COGLIONI OGNI SANTISSIMO GIORNO!
Stavolta becco l'onda sonora un po' più preparato. Mi puntello sui piedi, lascio scivolare con cura il televisore e vado dritto ad abbassare il volume dell'altro. Dev'essere rotto. Avevo anch'io una vecchia TV che, di tanto in tanto, si alzava a dismisura. E' un po' strano che un modello nuovo dia problemi simili, ma forse si tratta di uno degli innumerevoli prodotti difettosi che ci arrivano. Magari è in esposizione proprio per quello: di solito la gente non compra la merce esposta. Valter avrebbe comunque dovuto togliere del tutto il sonoro, ma vabeh, rimedio io premendo il tasto "mute" dal cassettino dello schermo. Poi, come Sisifo, riinizio il mio viaggio.
Al ritorno, mentre sono a metà strada, sento uno scalpiccìo frettoloso. Alzo lo sguardo al di là dello schermo.
- VEDI, TI SEI SFOGATO. NON TI SENTI MEGLIO ADESSO?
Poso il televisore, abbasso il volume dell'altro, poi prendo un altro schermo, più piccolo e leggero. Misuro ogni passo con circospezione, guardando fisso in avanti. Sento di nuovo quel rumore, allora mi volto di scatto lasciando a terra la TV e vedo un ragazzino di non più di dodici anni che, messosi davanti al televisore di prima, traffica con i tasti del volume.
- Ehi! -, gli grido appresso. Quello fa un salto e finisce in terra trasalendo. - Brutto...! - Agito in aria il pugno chiuso in una teatrale posa minacciosa. Il ragazzino si spaventa tanto da slittare più volte sul linoleum, prima di rimettersi in piedi e fuggire con uno scatto da far concorrenza a Bolt.
Sorrido: un altro buontempone sistemato. Il nostro è un lavoro duro.
- LEI!!! - L'onda d'urto dell'urlo si propaga per tutto il reparto, facendone tremare gli scaffali. Alzo la testa, ma il massiccio gorilla biondo punta Valter, accanto a me. Sbatte il modem sul bancone: - Lei domenica mi ha venduto questo! E' rotto!
- Domenica? Ma domenica siamo chiusi!
Non è assolutamente vero, ma l'omaccione rimane un attimo perplesso. - Allora dev'essere stato lunedì!
- Ma se lunedì è il mio giorno libero!
Ancora una volta preso in contropiede, il bestione sposta lo sguardo su di me.
- Ah no! - Esclamo. - Io non le ho venduto proprio niente!
Scuote la testa: - No, no. Era lei! - Torna ad indicare Valter. - Me lo ricordo benissimo, col suo accento cagliaritano.
Valter diventa rosso: - Uè! Cagliaritano acchì?! Io so napulità, 'n affènnere!!
- Mi sta dando del bugiardo?! Guardi che so bene che era lei! Mi faccia parlare con un suo superiore!
Metto una mano sulla schiena di Valter. Non so se sia stato lui a venderglielo, ma entrambi sappiamo che i clienti incazzati che vengono a protestare da noi per un prodotto non funzionante sono solo da assecondare. Fa per aprire di nuovo la bocca, poi capisce e si abbandona in un silenzioso assenso. Certe volte puoi solo darla vinta.
Orrendo sospetto. Distratto da un vecchio disco degli Assalti Frontali che, complice la totale assenza di qualcuno che possa protestare, ho messo come sottofondo di questa nuova fine giornata lavorativa, noto solo ora un cliente che parla al telefonino. Nulla di strano, fin qui. Ma l'orrendo sospetto di cui sopra comincia a strisciare tra i solchi della materia grigia, quando mi rendo conto che il cliente tiene in mano la confezione di un cellulare identico a quello che sta usando.
Do una bottarella col gomito a Mario e gli indico il cliente.
Capisce al volo: - Sì, gliel'ho detto io che poteva telefonare.
Non fiato. Mi limito a fissarlo. Lui abbassa lo sguardo: - Ma, beh, ha detto che poi lo compra.
Continuo a fissarlo. Vorrei penetrarlo in mezzo agli occhi con lo sguardo, ma poi decido che è molto più semplice mettergli due mani attorno al collo. Prima che possa accadere l'irreparabile il cliente finisce la sua telefonata e si avvicina: - Allora, lo compro.
Mario mi sorride nervosamente, come a dire "Visto?". Non gli bado: sto pensando dove potermi procurare una vasca abbastanza grande e un centinaio di litri di acido.
Il signore apre il portafoglio: è vuoto.
- Acc, ho dimenticato i soldi a casa. Posso pagare col bancomat?
Nello stesso istante in cui Mario, alla vista del portafoglio vuoto, era di colpo sbiancato, io riflettevo sui punti del corpo più dolorosi da penetrare con una katana.
Il signore allunga la carta a Mario che la prende tremante, ma sempre con quello schizzo di sorriso sulle labbra. La passa. Il signore digita il codice. Errore. La passa di nuovo, di nuovo il signore digita il codice. Di nuovo errore.
- Non capisco... -, mormora il tizio. Io incrocio le braccia. Mario non osa guardarmi.
La passa un'ultima volta e di nuovo il signore digita il codice segreto, con più attenzione. Passa qualche secondo. Errore.
Mario controlla la ricevuta. Con un filo di voce commenta: - Dice che non ha... sufficiente credito.
- Oh... Porca miseria. - Non si scompone molto, il signore. Mario invece sembra giustamente in punto di morte. - Beh, vorrà dire che verrò domani con del contante, - sorride il signore. Poi posa il telefonino e la confezione e se ne va salutando.
Mario lo guarda andarsene, poi guarda me. Il mio volto è un'inespressiva e marmorea maschera di livore. Apre la bocca, poi la richiude. Distoglie lo sguardo, poi capisce che potrebbe essere un errore e torna a guardarmi. I miei occhi rimangono tutto il tempo freddamente spalancati.
Mormora un rauco e flebile "Scusa".
Sbatto le palpebre: - Andiamo, - gli dico, - dobbiamo prendere la misura per il cappio.
Lo vedo puntare la nostra postazione con estrema curiosità. E' cauto, non vuole commettere mosse false. Pensa di essere abbastanza distante da poter scrutare indisturbato ciò che accade qui: non sa che l'ho adocchiato già da un po'.
Forse mi vede, e allora comincia a passeggiare avanti e indietro, tentando di confondersi con l'altra clientela. Guarda altrove, finge interesse per un lettore DVD della Philip, per una Wii, per delle cuffie da computer, per uno stereo, infine per delle confezioni di CD. Ma colgo ogni singola occhiata che, in questo tentativo di depistaggio, indirizza verso di noi.
Sa che io so. Capisce che è inutile fingere. Si concede tuttavia di giocare al meglio le sue ultime carte, o forse tenta di salvare la dignità. Comincia a circumnavigare il bancone, fingendosi interessato a tutt'altro. Non lancia più le sue occhiate, ma ho identificato il suo bersaglio molti sguardi addietro: so cosa vuole. Gira lentamente intorno a noi, confusamente, per non dare una precisa idea di quali siano le sue intenzioni, per tentare di farci credere che non è interessato a qualcosa che noi abbiamo e che lui brama ardentemente. Ma non mi lascio ingannare: percepisco che i suoi movimenti non disegnano un cerchio concentrico, ma una sottile spirale che lentamente si chiude su di noi.
Continua. Avanza. Si avvicina passo dopo passo. L'ultima occhiata. I nostri sguardi s'incrociano. Scoperto, nudo di fronte a me, decide finalmente di dichiarare i suoi intenti e, con un ultimo atto di forza, spezza la spirale per venirmi dritto incontro.
- Scusi, mi domandavo se potessi...
- No.
- ...usare il vostro computer.
Per qualche secondo attende la risposta, poi comprende il mio anticipo. E' quasi sorpreso. Quasi: aveva già colto il mio sguardo, ma forse sperava che fossi clemente, che la sua stoccata mi cogliesse di sorpresa, creando una crepa d'incertezza in cui intrufolarsi per allargare la mia disponibilità. Come se cedessimo il nostro computer a chiunque lo desidera. Non può far altro che andarsene col capo chino. E quando le sue spalle incurvate dalla sconfitta sono ormai lontane, le mie labbra schiudono un ultimo commento: - Uomini migliori di te hanno tentato, e tutti hanno fallito.
- Eh? - Valter lì accanto alza la testa dal monitor: - Hai detto qualcosa?
- Niente, niente. Torna pure ai tuoi siti porno.
- E allora, dopo un'ora a parlare, l'ho baciata!
- Dai! Ahahah! Certo che è assurda come storia!
- Sì! Insomma, io l'ho trovata divertente, ma hai detto bene: assurda!
- E adesso? State insieme?
- No, te l'ho detto. E' stata una cosa così, particolare, nata e morta in quel bacio. Alla fin...
- Scusi signorina!
Interrompo la mia chiacchierata con Sara indicandole il signore che l'ha appena chiamata. Fa una mezza piroetta, gira su sé stessa, e prima che possa dire "Desidera?" il "ck-clik" del videofonino immortala lei e la sua chioma biondastra ancora fluttuante. Sullo sfondo di quella foto devo esserci io con un'espressione tra il sorpreso e lo stranito.
- Grazie! - sorride il cliente prima di voltarsi.
- Ehi... cos... aspetti! Ma... mi ha fatto una foto?!
Il signore annuisce, sempre sorridente: - Sì, la trovavo piuttosto carina e così...
- Ma... ma...
Prima che possa aggiungere altro le strizza l'occhio e se ne va. Sara mi guarda sconvolta, io alzo le spalle incredulo. Questo episodio non fa che confermare la mia teoria di trovarmi in una versione lavorativa del Truman Show.
Lo straniero è sempre una nuova sfida, si sa. Rumeni, cinesi, albanesi, etiopi, kenioti: riuscire a capirsi è un'impresa ardua. Eppure, tolte le normali differenze tra persone disponibili e persone sgarbate (per le quali non c'è razza, etnia, cultura o classe sociale che tenga), nessuno è più frustrante degli inglesi.
Sì, gli inglesi. Paradossalmente l'etnia di cui conosciamo meglio la lingua è quella che meno si sforza di aiutarti a capirla. A volte vorrei tornare indietro nel tempo al giorno in cui quel gruppo di furbi decise che l'inglese sarebbe stato la lingua transculturale per eccellenza. Sara dice che dovrei fantasticare di meno e lavorare di più.
La miss si presenta con un larghissimo capello di paglia (mi ricorda Kung Lao e mi chiedo se ci decapiti la gente) e due enormi Ray Ban neri. Poggia sul bancone una macchina fotografica.
- Isitagoodcam?It'sveryexpensiveandIdon'tknowifit'sgood.
La fisso per qualche istante. Poi: - ...eh?
Sbuffa: - Justtellme:howmanymegapixel?
...
- Cos...?
Credo di capire un "it's ridicolous".
- Ok,doesn'tmatter.Howmuch? Italians...
Quest'ultima parola la capisco molto bene e l'eloquenza del suo sguardo mi chiarisce che non è certo un complimento. Prendo la macchinetta, sorridente.
- Senta, cara la mia first lady, quando io vengo a casa sua non ho la pretesa di parlare in italiano. Il fatto che io, qui, mi stia sforzando di capire il suo idioma non le dà alcun diritto di sfoggiare questa saccente aria da snob rompicoglioni alla "ce l'ho solo io e tutti gli altri possono andare a fare in culo". Per quel che mi riguarda potrei benissimo non sapere un'acca di inglese e, sa, sarebbero problemi suoi, miei non di certo.
Sbigottita la signora si guarda attorno, finché non capisce che ce l'ho proprio con lei e mi rivolge uno sperduto "Sorry?".
Sorrido: - Seventythree euros and ninetynine cents.
- Salve, posso chiederle un'informazione?
- Certo, sono qui per questo!
- Vedevo questo lettore DVD della LG, ma sono un po' indeciso. Lei me lo consiglia?
- La LG è una buona marca: sicuramente è un'ottima scelta.
- Sì... anche se non è ottima quanto lo scegliere un Samsung, un Philip o un Sony. Ho letto che quest'ultimi vengono portati meno volte in assistenza. Conferma?
- Err, sì, può darsi. Comunque rimane un buon lettore: funzionale, economico...
- Mah, ho visto che più o meno sono tutti sullo stesso prezzo, pochi euro di differenza.
- Sssì. Questo lettore, comunque, permette di leggere anche i DivX...
- Come tutti i lettori DVD, ormai.
- ...
- Ma vedo che ha un telecomando sottile. Sono più facili a rompersi, sa?
- Non mi dica.
- In più non ha un'uscita component: i migliori lettori ce l'hanno.
- Che guaio.
- No sa... mi sa che non lo compro. Grazie comunque.
Odio quando fate così.
Afa. Oggi c'è afa. Io non la sopporto l'afa. E la sopporto ancora meno quando c'è il condizionatore rotto.
Davide mi dice qualcosa passando davanti al bancone, la fronte madida di sudore: io non lo sopporto Davide quando c'è l'afa. Dei bambini si rincorrono tra gli scaffali, schiamazzano, a me sembra che vadano al rallentatore; li guardo con difficoltà, le palpebre quasi chiuse: quando c'è afa non sopporto neanche loro.
Muovo pochi, lenti, difficili passi verso la cassa: non sopporto nemmeno di camminare, con l'afa. Cerco Johnatan o Michele o qualcun'altro in giro, senza un perché. Nessuno. Maledetti. Non li sopporto. Non sopporto nemmeno l'idea di dover riordinare gli scaffali dei DVD. Forse è quello che mi ha ricordato Davide poco fa.
Una cliente si avvicina. Cavolo, mi sono messo dietro la cassa e quella avrà pensato bene di pagare qui. E' mio dovere, è vero, e mi sento un po' in colpa a desiderare che se ne vada da qualcun altro. Non mi sopporto.
- Salve.
Bofonchio qualcosa di cortese mentre mi passa un lettore mp3 della Packard Bell.
Squillante come una puntura, la voce della signora quasi mi fa sussultare: - Può farmi un pacco regalo?
Odio fare i pacchi regalo con l'afa. Non lo sopporto.
Nonostante il caldo mi prodigo per fare un bel pacchetto in tempi rapidi. Una volta finito batto il prezzo in cassa, ma prima che possa stampare lo scontrino la signora mi trafigge nuovamente con la sua vocina, troppo stridula per una giornata afosa come questa.
- Comunque da Mediaworld questo lettore costa molto meno.
- Allora vada a comprarlo da Mediaworld -, biascico.
La signora spalanca le rugose palpebre pesantemente truccate e mi guarda prima stupita, poi contrariata. Si prende lo scontrino e se ne va con passo pesante. Non li sopporto certi clienti quando c'è l'afa.
Se è vero che i clienti aguzzano l'ingegno (il nostro), per la prima volta, ieri, ho scoperto sulla mia pelle che è vero anche il contrario.
La signora, giovane, bella, fin troppo abbronzata per i miei gusti (e per l'invidia che covo a causa del mio colorito anemico), arriva da me con un volantino mezzo strappato.
- E' un'indecenza, mi scusi! - sbotta.
Sorpreso e colto impreparato le chiedo quale sia il problema.
- Ma come? Non vede?! Sul volantino avete scritto che questo cellulare sta in offerta a 399 euro, ma quando sono andata a pagarlo me ne sono stati chiesti 500! Non ci si comporta così!
Penso ad un classico caso di miopite clientelosa: il cliente viene da te convinto che su un volantino (o su un manuale di istruzioni, o sulla confezione di un prodotto) ci sia scritta una cosa e invece, con una rapida occhiata, gli mostri che ce n'è scritta un'altra, o addirittura che non c'è alcun riferimento a ciò di cui sta parlando! Tuttavia, controllando il volantino che ha in mano, noto che in effetti c'è scritto, a caratteri cubitali: "Offerta!!! Nokia N82 a soli 399 euro!". Non mi arrendo: conosco bene la facilità con cui si sbagliano i clienti. Leggo minuziosamente ogni singola riga, girando e rigirando il volantino tra le mani, stando attento a non perdermi alcun dettaglio. Niente. Le chiedo infine di farmi dare un'occhiata al cellulare che ha preso, pensando che magari avrà sbagliato prodotto. Niente da fare: il cellulare è quello. Devo dargliela vinta.
- In effetti, signora, pare proprio che lei abbia ragione. Vediamo di rimediare subito: d'altronde se qui c'è scritto che deve pagarlo 399 euro è giusto che sia così!
Sorrido, e la signora mi rimanda un sorriso soddisfatto che lava via del tutto l'irritazione di poco fa. A quel punto mi viene un sospetto. Mentre vado verso la cassa do un'altra occhiata al volantino, notando nuovamente lo strappo: è dritto e continuo lungo tutto il bordo inferiore del foglio. Mi fermo, la signora mi guarda sorpresa. Alzo lo sguardo finché, con estrema difficoltà, non trovo un dispensatore con su un paio di copie dello stesso volantino. Ne prendo una e leggo la parte mancante: "Offerta valida fino al 27 giugno". Mi stava fregando! La signora ha deliberatamente strappato la parte dove c'era scritto che l'offerta terminava venerdì scorso, approfittando di alcuni volantini rimasti nel dispensatore.
Alzo gli occhi, ma l'ultima cosa che vedo sono i tacchi dell'arpia che svolta in fretta verso l'uscita più vicina. Da oggi temo che sarò molto più all'erta con certi clienti.
E' il caldo. Deve essere il caldo.
Da qualche parte ho letto che nei Paesi occidentali particolarmente torridi, durante i mesi più caldi, si registra un aumento del numero di omicidi. Meno male che nel nostro reparto c'è l'aria condizionata. Ma il caldo, quest'invisibile assassino della concentrazione e della voglia di fare, vandalo di vestiti che riempie di chiazze scure in prossimità di schiena e ascelle, mercenario delle ditte di bevande fresche e ultracaloriche, è a mio parere anche il responsabile dell'aumento di richieste assurde nel periodo estivo, qui al Centro. Perché, altrimenti, questo signore accaldato e sudaticcio mi avrebbe appena posto una domanda del genere, mai sentita prima d'oggi?
- Mi scusi - chiedo con enorme fatica, - potrebbe ripetere?
L'uomo si toglie gli occhiali, li pulisce sulla maglia sudata e poi se li riaggiusta sul naso. Alza nuovamente la mano mostrandomi una cartuccia per stampante con su scritto "color": - Questa stampa anche il blu?
Non sospiro. Non ne ho le forze: - Sì signore, stampa anche il blu. Non credo che facciano cartucce d'inchiostro che stampino tutti i colori tranne il blu.
- Ah. - E' il classico "Ah" epifanico del cliente che s'accorge della ridicolaggine della propria domanda: - Sa, - ridacchia - era giusto per stare sicuri.
E' il caldo. Deve essere il caldo.
Speravo che il tipo non si presentasse più, o che lo facesse in un giorno in cui non c'ero io. Insomma, non mi andava di farmi questa menata della garanzia, perché avrebbe voluto dire occhiatacce dal capo settore e, magari, richiami. Richiami innocui, sia chiaro: non può dirmi proprio niente se faccio il mio lavoro, ma magari potrebbe "suggerirmi" di essere meno disponibile verso i clienti, asserendo che "dopotutto, se c'è la garanzia del produttore, possono appellarsi ad esso piuttosto che a noi".
Speranze vane. Il giorno dopo il ragazzo torna tutto sorridente. Mi rassegno: se il karma vuole la garanzia, il karma avrà la garanzia.
- Allora, - sorrido di rimando - c'è tutto?
- Sì, sì!
Da una busta tira fuori il lettore DVD ben confezionato in della carta da pacchi. Lo guardo. Guardo il ragazzo. Torno sul DVD. E infine: - E questo sarebbe... ?
- Il lettore DVD.
- Nell'imballaggio...
- Sì!
- ...originale.
- Sì!
Scoppio in una risatina che subito soffoco tra i denti: - Dai, mi prendi in giro.
Il tipo si fa serio e un po' preoccupato: - Perché?
No, non ci credo. Cirumnavigo il bancone, lo prendo sotto braccio, lo porto agli scaffali dei lettori DVD e gli indico un modello come il suo.
- QUELLO, è un imballaggio originale.
- Ah.
- Eh già.
- E il mio non va bene eh?
- Eh no.
Si morde il labbro, poi mi ringrazia e dice che cercherà bene in casa. Il karma a volte agisce lungo strade misteriose.
- Buongiorno.
A volte il tempo striscia insidioso sulla punta delle tue scarpe anti-infortunistiche.
- Buongiorno signora.
Si muove come un lungo lombrico. Trascina ogni singolo anello in avanti. Pezzo per pezzo, parte per parte, cellula dopo cellula verso chissà dove.
- So che avete dei cellulari in offerta, a basso costo. E' così?
Lo guardi muoversi lento e pesante, lento e pesante, nonostante la leggerezza sia la quintessenza di quest'essere, capace di continuare ad avanzare pure se frammentato in più parti.
- Sì, eccoli qui. Quando ha scelto mi faccia sapere.
Ti sfida. Si ferma. Sai che non ha occhi, ma ti domandi se stia fissando te e il momento che stai vivendo, la situazione in cui ti trovi. Poi rovina lentamente su un lato e continua la sua esasperante marcia.
- Bene, prendo questo. Quant'è?
E' inutile, non ce la fai, non puoi fare a meno di seguirne i movimenti. Ti domandi cosa ti attiri di lui, mentre lo scruti avanzare. Dove vuoi che vada, poi? E, quando ci sarà arrivato, a cosa sarà servito averne misurato ogni singolo passo del tragitto?
- No signora, non glielo posso dare adesso. Mi deve lasciare il numero di telefono e l'indirizzo. I cellulari in offerta li prendiamo solo su ordinazione, quelli che vede lì sono semplicemente delle scatole da esposizione.
Infatti l'hai capito: è inutile. E qualcuno potrebbe chiamarlo sadismo, ma tu sai che se hai deciso di calpestarlo è solo per pura necessità, e che questo comunque non lo fermerà. E così, lo ammazzi.
- Ma... davvero?
- No signora, scherzavo. E' che a volte, qui, non mi passa più.
La cosa peggiore degli HSD (i clienti "Ho sentito dire") è che sono spesso difficili da convincere del fatto che, ciò di cui stanno parlando, è sbagliato. Irremovibili sulle proprie posizioni, questi clienti sono convinti di essere nella ragione, certi che chi sbaglia non sono loro, ma noi commessi incompetenti e ignoranti sulla (nostra) materia.
Io sono uno di quelli che discute con loro per dimostrargli che hanno torto, spesso perdendomi in lunghe disquisizioni da cui esco quasi sempre vittorioso, ma con danni permanenti al fegato. Michele invece è più pragmatico di me: lui ha ragione, il cliente no. E non c'è verso di smuoverlo.
Il signore si rivolge a me sorridente: - Buongiorno, vorrei una Playstation Wii.
- Non esiste -, Michele, lì a fianco, precede qualunque mia reazione.
Il signore, evidentemente disturbato da quella dichiarazione, solleva un sopracciglio: - Ma come no? Certo che esiste, ho visto la pubblicità! Si chiama Playstation Wii.
- Non esiste -, non alza nemmeno la testa dai fogli che sta consultando.
Il signore diventa rosso per l'irritazione. Cerca sostegno da me, ma non posso far altro che rimandargli un'espressione stile "Mi sa che hai proprio torto, ciccio". Non si rassegna, s'impettisce e fa un passo verso Michele.
- Si chiama Playstation Wii. E' una console per giocare ai videogiochi. E...
- Signore -, Michele alza la testa con estrema lentezza e un tono di noia tocca le sue parole, - me lo può ripetere in tutte le salse, ma io continuo a dirle che non c'è, non esiste. La Playstation Wii non esiste. C'è la Playstation e c'è la Wii, sono due console differenti.
- Ma no, io...
- Guardi là - indica con la penna uno scaffale sulla sinistra. - Ci sono le Playstation e poco più in là le Wii. Vada a vedere e poi mi dica chi ha ragione.
La certezza s'infrange sul volto del signore che, tentando di salvare almeno la dignità, va dritto verso lo scaffale a controllare. Non lo vedremo più.
A volte vorrei avere la cinica sicurezza di Michele.
Il week-end Genova-Torino è stato fantastico tra pioggia, passeggiate per i caruggi, arrampicate sulla Mole e tante altre belle cose, ma fare poi una mattina al lavoro dopo 7 ore e mezza di treno è come prendere un martello, guardarsi la mano, e sbatterselo in faccia: insomma, non saprei bene dire come e perché, ma fa male.
Mi trovo con Sara a consegnare volantini di una promozione del nostro reparto all'entrata del Centro. Anche lei ha l'aria distrutta. Nessuno dei due parla e nessuno vuole parlare. Ci sono solo due cose che facciamo.
- Buongiorno -, saluto il cliente.
- Buongiorno -, il cliente saluta.
Do volantino.
Così, automaticamente, come il migliore dei robot. Non ho che poche energie e devo ben salvaguardarle! E allora:
- Buongiorno.
- Buongiorno.
E volantino.
- Buongiorno.
- Buongiorno.
E volantino.
- Buongiorno
- K36.
- K36 a lei.
E volantino.
No, non so cosa volesse dire quel tizio e non m'interessa.
- Buongiorno.
- Buongiorno.
E volantino.
Anche dopo l'arrivo di Davide lo sportello di Assistenza Tecnica per computer è rimasto, credo più che altro per non sentirsi storie dal capo settore. Pino svolge piuttosto diligentemente il suo compito, alla sua maniera ovviamente, e ancora con qualche richiesta di aiuto a Michele, ma tutto sommato se la cava. Per noi comunque è diventato una sorta di "angolo ironia", in cui passare cinque minuti di serena ilarità, magari dopo un cliente che ti ha fatto smadonnare o in un momento di noia. Inizio a pensare, infatti, che i clienti che hanno a che fare con l'informatica siano una categoria molto particolare ed estremamente esilarante.
Mentre chiacchiero amabilmente con Pino (quindi io chiacchiero e lui risponde con una serie di monosillabi che vanno dal "Sì", al "Già", al "Mh" fino ad un ancora non identificato "Hch") arriva un signorotto sulla sessantina, con l'impermeabile imperlato di gocce e una bustona di plastica con dentro qualcosa di molto pesante.
- Salve, dovrei riparare questo PC.
Pino si fa dare tutte le specifiche e poi mette il computer nello stanzino.
- Quando me lo ripara?
- Sabato mattina, o lunedì.
Il signore rimane un po' deluso: - Ma prima non può? Tipo sabato.
Pino balbetta: - Sì, ehm la mattina.
L'uomo incalza: - Ma per sabato non può?!
Pino mi guarda spiazzato: non ha mai avuto la prontezza di noi altri.
Mi rivolgo al signore con fare accomodante: - E va bene, glielo faremo per sabato.
L'uomo sorride soddisfatto: - Grazie, grazie!
Il "Hchh!" di Pino lo considero come un sentito ringraziamento.
- "Assassin"!
Lo so, non ne ho il motivo, ma mente mi volto a quell'esclamazione sortita alle mie spalle non posso fare a meno di sentirmi in qualche irragionevole modo un po' colpevole! Ed eccolo lì il mio accusatore: un bambinetto grassoccio sui 10-11 anni dallo sguardo truce e accigliato, che con poca cortesia mi spara nuovamente la sua vocina stridula dritta nelle orecchie.
- "Assassin"! Dov'è?
Pur non essendo un patito di videogame passo spesso molto tempo a contemplarne confezioni e proprietà, così so che il monello con la maglietta a righe qui davanti sta chiedendo un gioco molto in voga da quando è uscito.
Faccio per indicargli la bacheca dei videogiochi quando vengo colto da un dubbio.
- Quanti anni hai?
Visibilmente irritato per la domanda il principe-ranocchio aggrotta ancora di più la fronte, tanto che le vaghe sopracciglia castane sono lì lì per unirsi.
- Undici.
Lo smonto con un'occhiata.
- Dieci e mezzo -, sbuffa. - Ma che centra?!
Mi guarda insospettito, e non senza torto. Ricordo bene che "Assassin" è uno di quei giochi vietati ai minori di 14 anni: questo pisquano non può legalmente comprarlo ed io, lo ammetto, ne trarrò un sadico piacere nel dirglielo.
Sono lì che mi lecco le labbra quando, rovinandomi la festa, il bamboccio gioca d'anticipo: - Ma io non lo voglio mica comprare!
- Ah no? E cosa ci vuoi fare?
- Voglio solo guardarlo.
E lì mi accorgo di essere stato fregato.
Nessuno impedirà a questo miserabile di correre alla bacheca, prendere il gioco e andare a pagarlo ad una delle quindici casse più in là, dove le cassiere sono strapiene di clienti e non hanno tempo per controllare se un prodotto è o non è vendibile a quel cliente. Quand'è che hanno iniziato a farli così furbi, i bambini?!
Rassegnato indico lo scaffale con un gesto. Il marmocchio si gonfia e, con aria gongolante, s'allontana zompettando verso la sua vincita. Qui qualcosa non quadra.
Il tizio occhialuto, la testa simile ad un cactus - tutt'uno con il collo -, si accosta silenziosamente al bancone. Lo esamino incuriosito, ma prima che qualcuno dei due possa dire alcunché diventa tutto rosso e distoglie lo sguardo. Resto smarrito. Mi viene da rassicurarlo ma... rassicurarlo di che? Tira su un pacchettino rettangolare: è una scatola di sacchetti neri per l'immondizia, ancora chiusa. Do un'occhiata, guardo il signore, do un'altra occhiata, e poi ne rivolgo una interrogativa a lui, che per tutta risposta arrossisce ancora di più. Spazientito faccio per dire qualcosa, ma l'uomo-cactus decide finalmente di proferir parola con tono biascicato e sommesso.
- Ma, secondo lei, con questi posso incartarci il cibo?
Rigiro mentalmente quella domanda numerose volte, provando a scorgerne metafore o doppi sensi. Poi, con tatto e cautela, rispondo.
- No, signore. Secondo me non può.
Annuisce con uno scatto della testa, l'espressione vigile, quasi spaventata, in parte complice. Poi si allontana camminando sghembo sulle gambe.
Il mio parere sul dilagante razzismo che da anni sembra allagare tutto il mondo Occidentale è che, gran parte della colpa, sia dovuta alla comunicazione. Se tanto i giornali quanto i politici e tutte le "eminenze" che puntualmente finiscono in TV usassero un linguaggio più chiaro, meno speculativo e senza doppi fini, beh, sarebbe un gran passo avanti! Già, e se domani iniziassi a cagare oro avrei risolto tutti i miei problemi - eccetto quelli intestinali.
Comunque, una migliore comunicazione dovrebbe partire anche dal basso. A volte mi stupisco di certi commenti dei nostri clienti e mi domando se è il problema sia un'educazione mediocre o la formazione reattiva ad un'eccessiva lettura di romanzi Harmony.
Una signora sulla sessantina con il cappello più brutto dell'anno (paglia color fango con fascia verde e due fiori sbilenchi - spero finti - incastrati alla meno peggio) mi rivolge la parola con fare da snob.
- Scusa, cerco dei film su qualche poeta anglosassone.
- Mmm, dovremmo avere un DVD su Oscar Wilde da qualche parte...
La donna sbotta stizzita: - Ma Wilde era frocio!
Urlo alzando le mani al cielo: - Ma signora!!!
Mi giro e me ne vado senza dire altro. Un minimo di sana comunicazione, per dio!
Valter ed io ci prendiamo un caffè al nostro bar di fiducia durante la pausa pranzo. Chiacchieriamo amabilmente con Fabio, il barista con cui abbiamo fatto amicizia. Solitamente parliamo del più e del meno, della politica (ma solo in termini sarcastici e bipartisan: se c'impegnassimo in discussioni serie anche durante le pause darei di matto!), delle donne, di noi, ma anche di clienti: è incredibile quanto abbiano in comune i suoi con i nostri, tanto che Valter ed io pensiamo che prima si prendano un caffè lì e poi vengano da noi ancora più nervosi!
Mentre ci sfidiamo ad una Top Ten dei clienti peggiori del mese una vecchietta si accosta al bancone. E' una di quelle ultrasettantenni vestite da intellettuali sessantottine (oddio, data l'età sarebbe più giusto dire quarantottine), con tanto di cappello alla francese. Guarda Fabio con un sorriso da nonna e tira fuori da un taschino quello che, a prima vista, sembra un leggerissimo fazzoletto di stoffa piegata, con dentro qualcosa di scuro.
- Mi scusi...
- Sì, signora?
- Potrebbe darmi un bicchiere di acqua calda? Il tè me lo sono portato da casa.
Valter ed io scoppiamo in una fragorosa risata. La signora ci guarda stupita mentre Fabio alza le spalle e, con fare vittorioso, esclama: - Questo mese ho vinto io.
- Buongiorno.
- Buongiorno a lei, mi dica.
La tecnologia avanza a lunghi balzi, dandoci spesso un distacco troppo grande da colmare. Chi lavora nel reparto Multimedia di un centro commerciale lo sa bene: dobbiamo costantemente tenerci aggiornati sui nuovi prodotti, se vogliamo veramente essere utili ai clienti. Non è raro, quindi, trovarsi davanti al cliente che non ha ben chiaro come funzioni l'oggetto che cerca.
- Vorrei un DVD in inglese.
Corrugo la fronte provando ad entrare nella testa della ragazza: - Un DVD... in inglese.
- Esatto.
- Mi scusi, intende dire un DVD di un regista inglese?
- Come? Ah! Che sciocca! Non le ho detto il titolo! Il film è "Il padrino". No, non credo che il regista fosse inglese.
Ho bisogno di qualche attimo per riflettere. La ragazza intuisce che mi sfugge qualcosa, ma prima che possa aggiungere altro cerco di ridefinire la situazione: - Ok. Quindi lei vuole "Il padrino"...
- Sì.
- ...e lo vuole in lingua inglese.
- Sì.
Ora è tutto chiaro: - Ma lo sa che un DVD contiene lo stesso film in diverse lingue, compresa quella originale?
Un'espressione di autentica meraviglia le dipinge il volto: - Davvero?!
- Eh sì.
- Tutte nello stesso disco?
- Già.
Poi è il rosso a dominare le sue guance: - Ah, quindi funziona così un DVD?
- Direi di sì.
Si scusa frettolosamente e le indico dove può trovare il film cercato. La tecnologia avanza a lunghi balzi, ma c'è chi rimane fermo alla partenza.
Nove meno cinque. Tra poco chiudiamo.
In reparto siamo solo Valter ed io, persi dietro al bancone con niente da fare. Abbiamo chiacchierato fino a pochi minuti fa sul grande mistero dell'Universo (le donne, of course) e adesso aspettiamo l'inarrivabile termine della giornata per buttarci a casa.
E' stata una serata fiacca, così abbiamo avuto tutto il tempo di risistemare il reparto. Insomma, siamo in una fase di totale cazzeggio annoiato.
Un ragazzino palliduccio s'avvicina cautamente. E' tardi, dovremmo sbatterlo fuori, ma ormai è routine che qualche rompiscatole si presenti a quest'ora.
Guarda me, che gli do le spalle appoggiato coi gomiti sul bancone e con la testa girata all'indietro stile L'Esorcista. Guarda Valter, spalmato sul vetro del banco che gli rivolge un'occhiata sofferente. E sceglie lui.
- Excuse me... - Un inglese! Inizio a ridermela sotto i baffi mentre Valter (il cui inglese, lo sappiamo tutti, lascia molto a desiderare) si tira in piedi in aria fintamente recettiva - Do you sell Coca-Cola?
Valter mi lancia un'eloquente occhiata alla "Eccolo qui: l'ultimo rincoglionito della serata e tocca a me servirlo!". Il suo tono, però, fa trapelare cortesia e delicatezza mentre pronuncia (quasi) perfettamente "No, I'm sorry".
Il ragazzino abbozza un sorriso e se ne va. Valter ripete l'occhiata. Alzo le sopracciglia. Torna a sbracarsi. Neanche appoggia le braccia sul bancone che un altro ragazzino, un po' più alto ma ugualmente pallido, arriva.
Stavolta guarda direttamente Valter, concedendomi 0,01 secondi di attenzione.
- Excuse me... - Valter si mette lentamente composto, la faccia perplessa - Do you sell Coca-Cola?
Lo guarda. Guarda me. Alza un sopracciglio e, di nuovo, risponde: - No, I'm sorry.
Non facciamo in tempo a parlare dell'accaduto che un terzo ragazzino, più piccolo dei precedenti e così pallido da farmi pensare per un attimo di chiamare il 118, zompetta verso il bancone e, con sorriso beffardo: - Excuse me, do you sell...
- Ma fangùùùùùlo!!!
Il sorriso si spegne. Non capisce, il povero. Mi guarda e io gli annuisco un "Eh beh, te lo meriti, te e la tua simpatica famigliola".
Mentre se ne va Valter esclama ancora rosso in volto: - Robe da pazzi! Tutt'a me... tutt'a me!
(scusate il ritardo gente. Questi giorni saranno un po' altalenanti negli orari, ma vi prometto sempre la quotidiana storiella al giorno! Questa di oggi ovviamente valer per ieri - che era "oggi" fino a 9 minuti fa. Buonanotte!)
Chiacchiero con Sara del più e del meno (ovviamente soprattutto del più che ho appreso recentemente sulle donne) quando una ragazza sulla ventina si accosta al bancone. Sfoggia un paio di Ray Ban neri che le coprono metà faccia e un rossetto che le tinge le labbra di un color rosso-ematoma.
- Scusate... - Dal tono sembra quasi seccata di rivolgerci la parola - ...avete assorbenti?
Sara ed io la guardiamo, ci guardiamo, e poi ci allontiamo scuotendo la testa.
Il karma è tante cose. E' la strada che ti si apre davanti. E' l'indicazione contro cui devi sbattere la testa prima di riuscire a vederla. E' il muro che prendi a cazzotti fino a sanguinare, accorgendoti solo dopo tanto tempo che bastava aggirarlo.
Per me il karma è tutto questo, ma è anche altro. E' anche la persona che arriva nel momento del bisogno, che fa un gesto semplicissimo, dalle conseguenze minimamente influenti sul corso delle cose, ma capace di riempire la giornata di una nuova speranza.
Quando arriva questa donna sulla quarantina - alta, slanciata, non bella, ma con un fascino che non riesco a identificare - sono mezzo sbracato sul bancone, pensando ancora a cosa fare e non fare per il reparto.
- Buongiorno.
Non la degno di uno sguardo: - 'giorno.
Allungo la mano per prendere il libro su Photoshop che ha comprato e battere il prezzo, ma quella non sembra avere intenzione di darmelo. Le lancio un'occhiataccia in stile "E allora?!" e quella mi rimanda un tiepido sorriso. Ha gli occhi nocciola.
- Che succede qui? Giornata brutta?
Mi sorprende la sua domanda. Mi aspettavo più un classico "Ecco, siete bravi solo a non far niente e a rispondere male, voi". Mi sistemo un attimo prima di risponderle, e le parole vengono fuori come un getto di vapore.
- Diciamo brutto periodo. Sto pensando di mollare il lavoro, anche se poi non saprei dove andare. In Inghilterra magari...
- Ah, non ti piace qui?
Prendo il libro su Photoshop.
- Macché, mi piace pure troppo, è questo il problema. Non riesco neppure a leggere per quanto mi rode.
- Cosa stai leggendo?
Già, cosa sto leggendo? Non tocco quel libro da giorni.
- Ah sì, "Introduzione al buddhismo". Ma in realtà non lo sto leggendo: sono fermo al primo capitolo da quasi due settimane.
Batto il prezzo.
- Se mi permetti, ti consiglio quest'altro.
Tira fuori dalla borsetta un libretto rosso intitolato "Un fiore non parla". Do un'occhiata alla quarta di copertina e mi sembra di capire che tratti dello zen.
- Grazie. Lo comprerò.
Faccio per restituirglielo, ma la donna mi ferma con un gesto.
- Tienilo. Secondo me ne hai più bisogno di me adesso.
Rimango attonito: - No, no! Non posso accettare, si figuri! Grazie...
- Insisto! - Sorride sempre di più - Inoltre non è un regalo, è un prestito. La prossima volta che verrò qui mi dirai se l'avrai letto e poi me lo restituirai.
L'unica cosa che mi riempie la gola è un "Grazie" con vocina rauca. La donna sorride un "Non c'è di che" e se ne va con il suo acquisto.
E' come se qualcosa mi avesse ricaricato, come se questo gesto mi avesse dato qualcosa di cui avevo bisogno. E' una bella sensazione. Magari è solo il fatto di aver incontrato una cliente così gentile in un momento in cui volevo davvero solo un po' di gentilezza, ma è una sensazione bella, calda, confortevole.
E' ciò di cui avevo bisogno in questo momento.
Lavorando presso il centro capisco sempre più perché il simbolo della furbizia sia la volpe e non l'uomo, nonostante la presunta differenza di intelletto che ci dovrebbe essere tra i due.
Un gruppo di tre uomini dell'Est, tutti maschi, entra con un passeggino snodabile all'interno del nostro reparto. Michele ed io li guardiamo un po' perplessi: da un lato vorremmo fare qualche battuta di associazione tra quel quadretto e il film "Tre uomini e un bebè", dall'altro però ci manca il bebè, dato che il passeggino è completamente chiuso.
Non vorrei peccare di presunzione, ma certe cose le capisci al volo dopo un po' che lavori qui. Così chiamiamo Piero che, discretamente, si apposta all'uscita del reparto insieme a due colleghi della sicurezza.
Passa un buon quarto d'ora prima che uno degli uomini venga da noi per pagare un paio di auricolari da cinque euro. Batto cassa con estrema lentezza, mentre con la coda dell'occhio scorgo gli altri due uomini sgattaiolare da dietro uno scaffale e dirigersi verso l'uscita, con il passeggino aperto, il tettuccio tirato completamente su e una tendina impermeabile blu ben sistemata al di sopra.
Consegno lo scontrino all'uomo e gli sorrido: - Guardi che qui dentro non piove mica.
Non capisce, sorride, e se ne va.
Michele ridacchia e mi dà un buffetto. Più tardi scopriremo che il "bebè" era un LCD da 32 pollici.
Volpi...
- Buongiorno, ho sentito che fate assistenza tecnica.
- Sì, a quello sportello lì giù.
- Ma io ho solo un problema coi DVD: il computer non me li legge più.
- Sicuramente il mio collega potrà aiutarla. Ha Windows?
- No, uso Vodafone.
Ma perché non c'è mai nessuno con cui condividere queste perle?
A mio parere come pre-requisiti per l'assunzione i commessi dovrebbero saper parlare almeno sette lingue. Italiano e inglese non bastano mai. Mai. Nemmeno Sara, che parla anche francese, è messa meglio di noi. Paradossalmente Valter, che di inglese conosce giusto "Yes", "No" e tutta una serie di parole imparate da siti compromettenti, riesce a farsi capire benissimo a gesti. Io però non ho la sua abilità.
Una giovane cinese si avvicina timidamente al bancone. Le sorrido e mi indica un cellulare: - Quanto cota queto?
Meno male, sa l'italiano!
- Novantanove euro.
Mi guarda impassibile, poi ne indica un altro: - E queto?
C'è il prezzo accanto, ma leggerglielo non mi costa fatica: - Trecentoventiquattro euro.
- E queto?
- Centonovantotto euro.
Poi indica di nuovo il primo: - E queto?
La guardo perplessa: - ...ancora novantanove euro, se non l'hanno cambiato nel frattempo.
Rido, ma non coglie: è sempre un po' frustrante fare battute con gli stranieri. Intanto indica un altro cellulare: - Queto?
- Duecentododici euro.
Di nuovo indica il secondo.
- ...trecentoventiquattro.
Il terzo: - ...centonovantotto.
Il primo: - E no eh! Non ci sto mica! - Mi volto e me ne vado.
Devo controllare, ma sul contratto non mi pare ci sia scritto "Santo" tra i ruoli da svolgere.
Un signorotto nascosto in un lanoso cappotto grigio a losanghe accosta il suo viso occhialuto oltre il bancone, dove sto riordinando alcuni prezzi di cellulari. Mi fissa con quegli occhioni da pesce, visibilmente ingranditi dalle lenti, fino al punto di intimorirmi.
- Sì?
- Vendete borse per portatili?
- Sì. Sono lì giù, oltre il secondo corridoio.
Se ne va senza dire altro, io alzo le spalle e mi rimetto a sistemare i prezzi. Ci impiego un buona decina di minuti, non perché sia difficile ma perché ci tengo ad ordinarli per bene, in modo che si vedano e che siano esattamente al centro rispetto al cellulare. Quando alzo gli occhi, soddisfatto del lavoro, il signore è di nuovo lì davanti a me, con la stessa espressione da pesce.
Non dico niente, mentre il signore aspetta in silenzio qualche secondo prima di parlare: - Vendete borse per portatili?
Continuo a non parlare. Quello rimane a fissarmi senza battere ciglio e restiamo così una manciata di secondi.
- Sì... Sono lì giù, come le ho detto poco fa... oltre il secondo corridoio.
Mi guarda ancora un attimo, poi se ne va senza una parola.
So già che passerò tutta la mattinata a pensare a questo incontro.