Violento la porta di Davide con una spinta: non voleva aprirsi. Lui è lì, sorpreso, forse gli ho fatto paura. Bene.
- Cos'è questa storia?! - urlo. - Devo vedermi arrivare una tizia che mi chiede di andare alle casse? Ma che vuol dire?!
Davide non capisce, mi chiede di calmarmi.
- No, non mi calmo! Sto qui da un anno e mezzo e, di punto in bianco, devo andare alle casse? Perché?! Non avete il diritto di spostarmi senza chiedermi...
Prova a dire qualcos'altro, senza riuscire a interrompermi.
- Io non ho intenzione di andare, punto. La mia decisione è questa, adesso vedetevela voi.
Ansimo, ho il fiatone di quando fai le scale di corsa. Devo aver urlato un bel po', solo ora me ne rendo davvero conto. Davide non mi scolla gli occhi di dosso, in attesa. Poi parla.
- Dante, io non centro niente, tanto per cominciare. - E' irritato, ma si trattiene. Lo so che non centra niente, ma... - E poi, chi ti ha detto che devi trasferirti?
Come un lampo la sua faccia mi compare davanti: - Un tipa, una signora. Non l'ho mai vista prima. Bassa, capelli rossi, tinti...
Annuisce: - Ok, ho capito. - Si alza, aggira la scrivania e mi viene vicino. - Sai meglio di me come funziona qui... Calmati! - Alza una mano prima che possa replicare. - Calmati. C'è poco personale alle casse e mi hanno chiesto se qualcuno del reparto fosse stato disponibile, temporaneamente. Non gli ho detto di sì: gli ho detto di chiedere. Naturalmente se ne sono approfittati. Tu hai accettato?
- Uh, no. Ho detto... ho rimandato. Ho temporeggiato, insomma. - D'un tratto mi sento la testa anestetizzata.
- Hai fatto bene. Parlerò io con chi di dovere. Non devi fare nulla che non vuoi fare, d'accordo?
- D'accordo - replico. - Ok, grazie. E... scusa per la sfuriata, è che...
- Non preoccuparti: mi sarei incazzato anch'io.
Faccio fatica a figurarmi Davide incazzato, comunque annuisco e apro la porta. Davide mi blocca con una mano sulla spalla: - Dante, sicuro che è tutto ok?
- Sì, sì. Scusa ancora.
Mh.