Alla fine Sara e io abbiamo parlato. Ci siamo presi quella birra - quelle, a dirla tutta -, abbiamo riso, sorriso; poi lei ha pianto e io ho tremato un po', perché non sapevo cosa fare. L'ho ascoltata, ho ascoltato i suoi pensieri e le sue emozioni. Attorno la gente faceva un chiasso incredibile - cosa avrà pensato chi lanciava uno sguardo al nostro tavolino? Ha parlato tanto e io l'ho ascoltata tanto, e alla fine nessuna soluzione, ma siamo riusciti a sorridere di nuovo e poi di nuovo a ridere. Poi casa, poi il suo giorno libero, poi oggi.
Mi saluta, sorride, continua a sistemare le stampanti. Qual è la differenza tra qui dentro e lì fuori, mi chiedo? Siamo qui, noi, a lavorare, mentre i problemi rimangono aggrappati con le unghie alle nostre spalle. E' come se fossero invisibili, dei vampiri che allo specchio non puoi vedere, ma che continuano a succhiarti il sangue.
C'è spazio, al lavoro, per la nostra vita? Possiamo dargliene? Il contratto cosa prevede?
Fisso Sara mentre mi dà le spalle - poi un ragazzo mi fa un sorriso d'approvazione e capisco che pare che le stia guardando il sedere. Quanto tempo diamo ai nostri sentimenti, ai nostri pensieri, a noi stessi? Quanti minuti gli concediamo, ogni giorno? Quante ore?
Ricordo una volta, non molto tempo fa, in cui ascoltai alla radio Un matto, di Fabrizio De André. La riconobbi dalle prime note e iniziai a cantarla; e poi, senza ragione, scoppiai a piangere. Così, inspiegabilmente, senza un apparente motivo - giusto un matto, appunto! Ma perché? Cos'era successo? Cosa succede nelle nostre vite?
Non lo so. Dovrei invitarmi anch'io al pub per un birra e quattro chiacchiere. A volte mi sento un estraneo.