Sara esce dall'ufficio di Davide sbattendo la porta. Cammina rigida verso il corridoio-dipendenti, lo sguardo sui piedi, le mani chiuse a pugno.
- Allora? - Il cliente con cui stavo parlando mi richiama.
- Ah! Mi scusi. All'assistenza tecnica glielo cambiano di sicuro. - Gli consegno il lettore DVD e mi avvio verso il corridoio-dipendenti, ma un altro cliente fa per bloccarmi; fortuna che Valter lo intercetta prima, facendomi capire con un cenno che ha assistito alla scena di poco fa. Subito prima di entrare scorgo con la coda dell'occhio Davide che si affaccia dall'ufficio.
Sara è lì, appoggiata con la spalla sul distributore di caffè. Questi sono i momenti peggiori: cosa dico? come lo dico? ma soprattutto: qualcuno mi ha autorizzato a dirlo? Se Sara è venuta qui senza chiedere niente a nessuno, magari voleva essere lasciata in pace. Perché queste fantastiche intuizioni mi vengono un attimo dopo? (Oh, io passato, se solo ti applicassi di più!)
- Ehi, tutto bene? - chiedo.
- Una meraviglia.
"Meno male! Pensavo fossi arrabbiata e volessi sfogarti. Allora me ne torno a lavoro". Perché le relazioni umane sono più complicate di così?
- Che è successo?
- Niente.
Ovvio. Perché mai dovrebbe essere successo qualcosa? Uno non può nemmeno sbattere la porta del proprio capo e ficcarsi in un corridoio durante l'ora di lavoro?
Sospiro: - Ehh, non ci sono più i "niente" di una volta. I "niente" di oggi sembrano sempre "qualcosa". - Mi fermo a pochi passi da lei. - Dei niente ogm, insomma.
La sento ridacchiare - e mi distendo -, ma anche tirare su col naso.
- Piango per ogni stronzata - fa lei.
- Tu? Ma tu non piangi mai, sei una donna di ghiaccio! In reparto ti chiamiamo Crudelia, lo sai?.
- Dai... - Si gira, ride, ha gli occhi rossi. Le chiedo cos'è successo. Dice niente. Dico ok. Dice che aveva chiesto questo week-end da tre settimane, ma oggi Davide le ha detto di no. Perché? Pare che non prendano ancora degli interinali e questo fine settimana siamo a corto di personale; o qualcosa del genere, non ha capito bene.
- Ok. - Inspiro un bel po' d'aria; arriccio le labbra e lo sguardo mi cade su un angolo sporco del corridoio, sull'armadietto nel lato opposto, sui jeans di Sara, sui suoi occhi che guardano a terra, di nuovo sull'angolo sporco. Poi espiro: - Ora ti va di dirmi cos'è successo veramente?
Mi lancia un'occhiata alla "Non capisco". Poi capisce, e capisce che capisco, e gli occhi si rifanno rossi, e dice un altro "Niente", e si asciuga le guance, e se ne va verso il reparto, e io rimango lì, solo, a non saper che farmene di questa intuizione, a chiedermi se sia meglio capire, capire a metà, o non capire affatto; a pensare, tutt'a un tratto, all'esame di neurobiologia di ieri.
Qualche domanda guizza nella testa come una scintilla. La lascio spegnere, mi ficco le mani in tasca e torno a lavoro.
*voi capirete, invece, che è un periodo densissimo e mi scuserete, spero, se anche ieri ho saltato. Luglio = esami. E' giugno, lo so, fa lo stesso. Mi sto fondendo.