Cronache di un lavoro qualunque

Un commesso, come tanti, come tutti, che cerca di arrivare a fine mese sopravvivendo ai paradossi del lavoro quotidiano.
mercoledì, 14 maggio 2008

La passione per il lavoro (3)

   Da quando ho avuto quella chiacchierata con Johnatan è come se qualcuno avesse acceso un enorme riflettore sul reparto, che irradia una luce di un nuovo colore. In un certo senso tutto è diverso. Sono nello stesso posto, cammino negli stessi corridoi, ho le stesse cose da fare, ma la luce che li illumina è differente e dà un nuovo senso alle cose. Mi accorgo che le cose da sistemare sono molte, che c'è costantemente qualcosa fuori posto, che c'è sempre qualcosa che potrebbe essere migliorato. Solo che stavolta mi domando: perché dovrei farlo io?
   E' un atteggiamento che ho sempre odiato. Certe cose dovrebbero essere fatte per buon senso, per migliorare il proprio ambiente (che sia familiare, scolastico, sociale, di lavoro...). Se tutti le facessero, si starebbe meglio, no? Ma quando inizi ad accorgerti che quelle cose non le fanno tutti gli abitanti di quell'ambiente, anzi, che sei praticamente l'unico a farle, ti chiedi se ne valga davvero la pena.
   Valter lo sa bene, me l'aveva spiegato nei primissimi giorni di lavoro. Persino Sara, che è qui da una manciata di settimane, ha capito la situazione e si è adattata. Una sorta di "vivi e lascia vivere", che nel mio caso però si trasforma in "vivi e lascia morire Dante".
   Sarò fesso io o colpevoli gli altri?
   Michele mi ascolta con aria assente mentre gli parlo di tutto questo, tanto che alla fine del discorso mi incazzo un poco: - Ma allora mi stai a sentire o no?! Hai guardato il pavimento tutto il tempo.
   Mi fissa negli occhi. Ha questo sguardo, ben noto ai commessi del reparto, capace di farti sentire in torto, addirittura colpevole. L'unico che riesce a non subirne il fascino sembra essere Valter.
   - Ti ascolto, Dante. Stavo solo pensando. - (ecco, mi viene quasi da chiedergli scusa) - Pensavo ad un mio amico, in Inghilterra. Prima lavorava qui da noi, poi ha deciso di trasferirsi lì. Una sfida con sé stesso, in un certo senso.
   Tento di riassumere un certo tono: - E questo che centra col mio discorso?
   Di nuovo quello sguardo: - Questo mio amico (Fabio), è partito senza un lavoro e dopo due giorni ha cominciato come lavapiatti in una catena di caffè. Si è dato da fare, ha lavorato dodici ore al giorno (non fare quella faccia, sono serio: dodici ore al giorno) e dopo una settimana l'hanno preso in via definitiva. Così ha intuito che più si dava da fare, più sarebbe avanzato. Adesso, dopo otto mesi di lavoro, è il vice manager di un negozio aperto di recente, e con tutta probabilità per la fine dell'anno sarà manager in prova.
   Michele si ferma ed io rimango in attesa. Niente. Ancora una volta mi viene raccontata una storia che, sinceramente, non capisco dove vada a parare. Qui da noi non funziona così! Non qui, almeno! Che senso avrebbe lavorare dodici ore (che peraltro è impossibile, dato che non puoi nemmeno fare gli straordinari che vorresti), se dopo otto mesi ti trovi comunque nella stessa posizione da cui hai iniziato?
   Michele sembra leggermi nel pensiero: - Io non sono come Johnatan, non ti sto mica cercando di dire qualcosa di particolare. In Inghilterra funziona così. Qui no. Non ti sta bene? Cambia. D'altronde da solo non potrai mai riorganizzare il reparto.
   - E perché, allora, non ci mettiamo tutti insieme a farlo? Facciamolo diventare un gran reparto. Voglio dire... 'sti cazzi della promozione! Almeno diventerebbe un lavoro piacevole, un posto dove le cose funzionano per merito nostro. Il premio non sarebbe l'avanzamento ma, quanto meno, la soddisfazione di un reparto che funziona ed è competitivo. Daremmo il nostro contributo!
   - Bravo, bel discorso. - Il suo tono non cambia di una virgola. - Convinci qualcuno a seguirti e, se sarete abbastanza, io mi aggregherò. Buona fortuna.
   ...
postato da DanteHicks alle ore 14:36 | link | commenti (3)
categorie: lavoro e paradossi

Commenti
#1   14 Maggio 2008 - 16:25
 
Sì, il commento precedente è tratto dall'opening del musical di Sweeney Todd, ti cosiglio sia il libro che il film di Burton se apprezzi le belle cose ;)
Per il resto, non mi resta davvero che augurarti buona fortuna proprio come fa Michele, ho paura di quando incomincerò ad invischiarmi anche io in questi meccanismi... :(
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Rebechan

#2   14 Maggio 2008 - 18:57
 
Ci sono passata anche io. Sono cose che ti fanno avvilire e riempiono di amarezza, anche perché questo atteggiamento poi investe anche tantissimi altri aspetti della vita quotidiana...
Io dico: non farti piegare, se ti senti di fare qualcosa falla, anche con l'unica soddisfazione di aver fatto quello che sentivi giusto; se non altro per non perdere questo tuo spirito, non te lo far rubare, perché se un giorno ne avrai l'occasione (e credo proprio che ci ruscirai) potrai trasmettere questa mentalità, che credo sia quella giusta, a chi lavorerà sotto di te...
Qualcuno potrebbe tacciare me, e anche te, di essere degli idealisti, degli illusi, che tanto le cose non cambiano, ma se qualcuno non comincia almeno a provarci a cambiarle, sul serio non cambieranno mai!
Valeria
utente anonimo

#3   14 Maggio 2008 - 20:48
 
Sono tornata. Una buona settimana, Chèrie
utente anonimo

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