Da quando ho avuto quella chiacchierata con Johnatan è come se qualcuno avesse acceso un enorme riflettore sul reparto, che irradia una luce di un nuovo colore. In un certo senso tutto è diverso. Sono nello stesso posto, cammino negli stessi corridoi, ho le stesse cose da fare, ma la luce che li illumina è differente e dà un nuovo senso alle cose. Mi accorgo che le cose da sistemare sono molte, che c'è costantemente qualcosa fuori posto, che c'è sempre qualcosa che potrebbe essere migliorato. Solo che stavolta mi domando: perché dovrei farlo io?
E' un atteggiamento che ho sempre odiato. Certe cose dovrebbero essere fatte per buon senso, per migliorare il proprio ambiente (che sia familiare, scolastico, sociale, di lavoro...). Se tutti le facessero, si starebbe meglio, no? Ma quando inizi ad accorgerti che quelle cose non le fanno tutti gli abitanti di quell'ambiente, anzi, che sei praticamente l'unico a farle, ti chiedi se ne valga davvero la pena.
Valter lo sa bene, me l'aveva spiegato nei primissimi giorni di lavoro. Persino Sara, che è qui da una manciata di settimane, ha capito la situazione e si è adattata. Una sorta di "vivi e lascia vivere", che nel mio caso però si trasforma in "vivi e lascia morire Dante".
Sarò fesso io o colpevoli gli altri?
Michele mi ascolta con aria assente mentre gli parlo di tutto questo, tanto che alla fine del discorso mi incazzo un poco: - Ma allora mi stai a sentire o no?! Hai guardato il pavimento tutto il tempo.
Mi fissa negli occhi. Ha questo sguardo, ben noto ai commessi del reparto, capace di farti sentire in torto, addirittura colpevole. L'unico che riesce a non subirne il fascino sembra essere Valter.
- Ti ascolto, Dante. Stavo solo pensando. - (ecco, mi viene quasi da chiedergli scusa) - Pensavo ad un mio amico, in Inghilterra. Prima lavorava qui da noi, poi ha deciso di trasferirsi lì. Una sfida con sé stesso, in un certo senso.
Tento di riassumere un certo tono: - E questo che centra col mio discorso?
Di nuovo quello sguardo: - Questo mio amico (Fabio), è partito senza un lavoro e dopo due giorni ha cominciato come lavapiatti in una catena di caffè. Si è dato da fare, ha lavorato dodici ore al giorno (non fare quella faccia, sono serio: dodici ore al giorno) e dopo una settimana l'hanno preso in via definitiva. Così ha intuito che più si dava da fare, più sarebbe avanzato. Adesso, dopo otto mesi di lavoro, è il vice manager di un negozio aperto di recente, e con tutta probabilità per la fine dell'anno sarà manager in prova.
Michele si ferma ed io rimango in attesa. Niente. Ancora una volta mi viene raccontata una storia che, sinceramente, non capisco dove vada a parare. Qui da noi non funziona così! Non qui, almeno! Che senso avrebbe lavorare dodici ore (che peraltro è impossibile, dato che non puoi nemmeno fare gli straordinari che vorresti), se dopo otto mesi ti trovi comunque nella stessa posizione da cui hai iniziato?
Michele sembra leggermi nel pensiero: - Io non sono come Johnatan, non ti sto mica cercando di dire qualcosa di particolare. In Inghilterra funziona così. Qui no. Non ti sta bene? Cambia. D'altronde da solo non potrai mai riorganizzare il reparto.
- E perché, allora, non ci mettiamo tutti insieme a farlo? Facciamolo diventare un gran reparto. Voglio dire... 'sti cazzi della promozione! Almeno diventerebbe un lavoro piacevole, un posto dove le cose funzionano per merito nostro. Il premio non sarebbe l'avanzamento ma, quanto meno, la soddisfazione di un reparto che funziona ed è competitivo. Daremmo il nostro contributo!
- Bravo, bel discorso. - Il suo tono non cambia di una virgola. - Convinci qualcuno a seguirti e, se sarete abbastanza, io mi aggregherò. Buona fortuna.
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