L'uomo ama lavorare.
Un tempo avrei bollato quest'affermazione come frutto di una mente deviata, ma con gli anni mi sono ricreduto. Stare senza far niente non è nella nostra natura e, più in generale, credo che sentiamo il bisogno di fare qualcosa di produttivo, che possa essere in qualche modo condiviso con gli altri, o che possa tornare loro utile. A volte però lavorare è frustrante, soprattutto quando arrivi a chiederti se vale la pena dare più del necessario.
Non essendoci molti clienti decido di lasciare Sara e Valter da soli per dedicarmi ad altri compiti. In reparto c'è un po' di caos per via di alcuni PC assemblati sparsi lungo una parete, così deciso di cominciare col metterli nell'area in cui andranno stipati. E' un lavoraccio, perché l'unico modo per spostarli è a mano; vorrei chiedere a qualcuno dove abbiamo il "coso con le ruote" con cui di solito spostiamo pacchi ingombranti, ma dato che non ne ricordo il nome preferisco evitare la figuraccia.
Mentre sono a metà strada imbracciando il quinto PC - mi viene quasi da chiamarlo "tesoro" o "cucciolo" e dargli un bacetto sulla... fronte? - qualcuno mi bussa alle spalle. Immaginando un inopportuno cliente rompiscatole mi volto con una faccia tetra e minacciosa.
- Buongiorno Dante! - Johnatan mi saluta con il suo sorriso magnetico: oggi non lavora e vederlo qui al Centro in abiti civili mi fa un po' strano.
- Ehilà, Johnatan! Che ci fai qui?
Alza una scheda video ancora imballata: - Compere! Tu piuttosto, che stai facendo?
- Palestra... Cosa vuoi che stia facendo?!
- Ahahah! Sì, avevo capito che risistemavi. Mi chiedevo perché!
Poso il PC in terra: - Beh, è un lavoro da fare. Questi affari non cammineranno fino a quell'angolo da soli.
Johnatan è tra i commessi più anziani, benché credo abbia meno di dieci anni più di me. Tuttavia riesce ad assumere quei toni e atteggiamenti da "padre caloroso" capaci di catturare l'attenzione di chiunque: - Avevo capito anche questo, Dante. Ma è un lavoro che dovrebbe fare chi arriva qui la mattina e che, se non viene sbrigato prima dell'apertura, dev'essere finito al più presto. Perché lo stai facendo tu, nel turno del pomeriggio?
Penso di capire dove voglia arrivare: - Sai, sono qui da pochi mesi. Anche se non tocca a me cerco comunque di darmi da fare, per far vedere che valgo.
- Pensi che servirà a qualcosa?
- In generale lo faccio perché mi piace dare un contributo al reparto, ma ammetto che lo scopo ultimo è quello di crescere nell'azienda.
Le mie parole lo fanno sorridere. Si guarda attorno, come se volesse comprendere questo posto, abbracciarlo con lo sguardo, misurarne l'essenza. Poi guarda di nuovo me, come se volesse trasmettermi tutto ciò che ha visto.
- Ricordi Marco?
- Certo!
- Non molti vogliono diventare capo reparto, perché è un ruolo di alte responsabilità e basse gratifiche. Comunque Marco ha iniziato a lavorare qui due anni dopo di me... ed è diventato capo reparto un anno dopo.
Sgrano gli occhi.
- Esatto Dante: Marco. Che quando c'era da mettere a posto le colonnine dei cellulari si faceva venire gli attacchi di diarrea pur di evitarlo e che non faceva quasi mai le aperture. C'erano commessi che si davano un gran da fare, portando avanti il reparto quasi da soli, cercando in qualche modo di migliorarlo. Ma sai perché è passato lui e non qualcun altro? Perché il padre è un amico d'infanzia del Capo.
Fa una piccola pausa e per un attimo mi chiedo se quel "qualcun altro" sarebbe dovuto essere lui, al tempo.
- Purtroppo qui è tuttora così. Non importa quanto ti sbatti, non importa quanto ti dai fare: se c'è un "amico del" o un "figlio di" sarai sempre in fondo alla lista. Allora l'unica cosa che resta da fare è sbrigare i compiti essenziali ed evitare di "far vedere che vali": sono tutte energie sprecate. Se poi il reparto - o l'intero Centro - dovesse funzionare male perché i suoi dipendenti non vogliono fare ciò per cui NON vengono ripagati... beh, voglio dire: un altro posto da commesso lo trovo di sicuro!
Rimane lì a fissarmi senza dire altro. Il sorriso non c'è più e così ogni traccia di calore. Chi mi sta guardando adesso è un Johnatan freddo, distante, che parla di qualcosa che ha vissuto sulla pelle e che, ne sono certo, l'ha scottato più volte. Io stesso non so come replicare: le cose stanno davvero così o è lui ad avere un atteggiamento troppo cinico e negativo? (Johnatan? "Negativo"?!).
Dopo qualche secondo distolgo lo sguardo, imbarazzato, e mi trovo a fissare, con la mente vuota, il computer poggiato ai miei piedi...