Eh già, largo anticipo per le Parole Chiave, questo mese.
Il fattaccio (che in realtà è un fatto bello, ma non esiste un vezzeggiativo per "fatto" e se avessi detto "il fattone" qualcuno avrebbe frainteso) è questo: vado in vacanza! Non una vera vacanza, fatta di palme, cocco e bambù, ma una vacanza più modesta, ecco, tra Torino e Milano; mi accoglieranno carissimi amici e carissime amiche, con cui potrò passare un po' di bei giorni e rigenerarmi.
E allora, dico io, anticipiamo le Parole Chiave a oggi piuttosto che perderle, no? Perché la mia vacanzina durerà fino alla fine della prossima settimana. Che lunga eh? Di questi tempi...
E poi... la butto lì.
Negli scorsi giorni ridacchiavo tra me e me pensando al modo in cui v'immaginate me e Valter, Michele e Sara, i nostri clienti, il reparto, le colonne di DVD, gli scaffali di computer... E allora mi domandavo come sarebbe stato chiedervi di buttare giù qualche schizzo, o di fare qualche foto, o qualunque altra espressione grafica. Chissà cosa tirereste fuori!
Allora proviamoci, no? Disegnate, fotografata, impiastricciate, abbozzate qualcosa che in qualche modo sentite legata a questo blog e le sue vicende; anche solo un carrello della spesa, come il mio avatar.
Chi vuole mandarmi le sue follie mentali, mi può contattare con un messaggio privato o con un commento. Vediamo un po' se esce qualcosa di simpatico :)
E ora, signore e signori, vi lascio alle parole chiave. Noi ci sentiamo lunedì 6 aprile, per chi avrà voglia.
Un abbraccio,
Dante
10) Shakespeare
Beh, ci sto lavorando...
9) il commesso consigliato da eriadan
:°) grazie eriadan
8) cronache di un lavoro q
Cronache di un lavoro del q, semmai.
7) vegetali
Stranamente non mi sorprende che qualcuno sia finito qui con questa parola chiave.
6) tic all'occhio
Solo una delle patologie che mi ha fatto venire questo lavoro...
5) descrizione di un lavoro
Sicuro che vuoi la descrizione di questo lavoro?
4) psicologia femminile
Oh ragazzi, io non so cosa v'aspettate. Questo è un misero blog, mica il libro delle verità!
3) passere libidinose
...cos'è, si stanno specializzando in animali?
2) bambine libidinose
OH. MIO. DIO. Direi che abbiamo toccato il fondo.
1) trasportatore vescicolare
"Trasportatore vescicolare"?! Come diavolo finite qui sopra cercando "trasportatore vescicolare"?! Mon dieu...
Siamo ancora qui; Valter, Jonathan, Sara ed io. Ogni tanto Davide si affaccia dal suo ufficio: il lunedì è sempre pieno di scartoffie elettroniche da sistemare; fa quel che può, ma non riesce a stare molto in reparto, lo sappiamo.
Giocherello con una matita: la faccio roteare tra le dita, dall'indice al mignolo e dal mignolo all'indice; così, mentre il tempo scorre.
Sara mi passa davanti sgambettando concitata, mentre la cliente che sta servendo la segue lenta da lontano, indecisa se andarle dietro o se aspettare che torni lei. Jonathan si dà da fare con delle liste di prezzi, confrontando dei prodotti e inventariandoli per organizzare alcuni sconti. Valter è qui accanto a me, che sfoglia una rivista di motociclette. Credo che non abbia neanche la patente.
- Tu sei felice qui al lavoro? - chiedo d'improvviso.
- No - mi risponde con sorprendente prontezza, senza neanche staccare gli occhi dalla rivista.
Lo squadro incuriosito, ma non mi fila, come se avesse dato la risposta più ovvia del secolo alla domanda più banale del millennio. Non è felice davvero, o mi stava solo prendendo in giro?
Penso un po' alla sua situazione. Lavora qui da un paio d'anni; il suo contratto è a tempo determinato per altri due; non ha ricevuto né aumenti di ore, né di stipendio, e non è previsto che ce ne siano nell'immediato - soprattutto di questi tempi; il salario non è da fame, ma non permette grandi progetti; e ogni giorno, per finire, si trova a contatto con gente che non lo considera una persona: lo considera un commesso.
Effettivamente ho fatto la domanda più banale del millennio.
Quasi per giustificarmi abbozzo un sorriso: - Dai, ancora un paio d'anni e passi all'indeterminato.
- E chi lo vuole? - fa lui, concentrato su un'Honda con la scritta verde. Prima che possa chiedere spiegazioni stacca gli occhi dal foglio per puntarmeli addosso: - Ho detto che non so' felice, qui. Devo volere un contratto a tempo indeterminato per essere indeterminatamente infelice?
Sbatto le palpebre qualche volta di troppo, poi distolgo lo sguardo; mi passo la lingua sulle labbra secche e deglutisco qualcosa, mentre mi sembra che il cervello abbia messo un cartellino con su scritto "Torno subito". Quando rialzo gli occhi Valter ha cambiato pagina. Decido di non tornare più sull'argomento.
Mastico un panino veloce mentre mi abbottono la camicia con la mano libera. Michele entra in quel momento nel corridoio-dipendenti, vedendomi tutto concitato. Posa la sua borsa e tira fuori le chiavi dell'armadietto, mentre io passo ad allacciarmi le scarpe ingoiando pezzi di pane grossi quanto una batteria del Nokia.
Mi gira un'occhiata obliqua: - Perché così agitato?
Inghiotto un boccone troppo grosso che mi rende cianotico; mi riprendo con un paio di colpetti sullo sterno. Deglutisco: - Sono in ritardo.
Michele poggia le Converse nell'armadietto e comincia ad allacciarsi le anti-infortunistiche: - In ritardo per cosa?
Con due rovesci mi arrotolo la sciarpa attorno al collo; con un gesto infilo la giacca a vento e con un altro carico la borsa a tracolla.
- Ho da fare, ciao!
Scatto verso la porta di servizio. Michele mi rincorre con la voce: - Da fare? Da fare cosa?
Rispondo che sono già fuori: - Ho da fare!
Le sue grida passano tra la porta mentre questa si chiude alle mie spalle: - Da fare cosa?! Tu non hai mai da fare!!
- Bene, Pietro Parcheggio ha ordinato trenta copie del cartone "L'Uomo Ragno e i suoi fantastici amici", prima serie.
- Io invece ho un Adriano Oliva, con settanta cartucce nere per questa stampante.
- Aspettate! Aggiungete cinquanta copie di "Fuga da Monkey Island" a nome Simone Mago.
Michele, Jonathan e io completiamo l'ordine e lo inviamo via mail a Davide, poi ci guardiamo soddisfatti.
Da quando Davide è diventato capo settore sono migliorate parecchie cose, non ultimo la gestione degli ordini. Di solito funziona così: una parte degli ordini li facciamo noi, in base alle richieste dei clienti o dando qualche suggerimento; in generale, però, c'è un centro apposito che monitorizza il nostro reparto, e ci invia gli ordini in base a calcoli poco chiari. Per esempio esultammo per poco tempo dopo essere riusciti a vendere l'ultimo pezzo di un vecchio modello di televisore della Sony: il centro ordini pensò che, avendo venduto l'ultimo, fosse il caso di richiederne altri cinque. Per non parlare di quella volta in cui il Centro, nello specifico il nostro reparto, aveva in esclusiva nazionale un videogioco che sarebbe uscito negli altri negozi solo una settimana dopo: ce ne arrivarono solo 90 copie; finite in un pomeriggio.
E così, abbiamo dovuto arrangiarci. Col precedente capo settore era più difficile, data la sua scarsa collaborazione, ma con Davide le cose vanno alla grande. Mandiamo ordini di clienti fittizi in base alle nostre necessità, basate sulla valutazione di come vanno le cose in reparto. Il centro ordini sa bene che Giovanni Ramone non è interessato a quindici copie dell'ultimo DVD sui Sex Pistols, ma spedire direttamente quell'ordine al fornitore per loro vuol dire meno lavoro, e allora ben venga!
Buon per noi, insomma. Il reparto, per questo aspetto, funziona un po' più come lo desideriamo noi, e un po' meno come lo fantasticano loro.
Io: - Ultimamente tengo spesso il cellulare silenzioso.
Sara: - Perché?
Michele: - ...
Io: - Non so, è un periodo.
Sara: - A me capitano i periodi in cui lo lascio spesso a casa. Esco e non me lo porto dietro.
Michele: - ...
Io: - Credo che sia perché non hai voglia di sentire nessuno, anche se poi io rispondo puntualmente. Ma è il concetto, capisci? Non ho voglia che il mondo mi infastidisca.
Sara: - Esatto! E' più una sensazione di fastidio; è l'idea che qualcuno ti possa disturbare in qualunque momento. E allora lo metti silenzioso.
Michele: - Peccato che con voi non sia possibile fare altrettanto...
*oggi doppia razione per voi :) Spero gradiate!
Michele: - Beh?
Io: - Boh.
Sara: - Bah...
Valter: - ...voi siete tutti scimuniti.
Sono ancora sbracato sul bancone, ma almeno ho avuto l'accortezza di cambiare lato, per non mostrare il mio didietro ai clienti. L'idea di non mangiare carne è vecchia. Ci avevo provato già qualche anno fa, ma dopo due settimane ero stremato e senza forze: a quanto pare non mi è bastato.
Ed eccomi qui, sbattuto come un panno sul bancone, le braccia molli stese davanti. Mi chiedo che clienti mi capiteranno oggi, ma blocco subito il pensiero, perché quando ti chiedi che cl...
- Schau mal! Hast du dieses Handy gesehen?
- Na ja, das ist supercool!
- Aber, was soll das...?
- Keine Ahnung, frag mal die Leute da...
- Ehm, scusa... parla inglesi?
Il tizio, un uomo scheletrico alto due metri con una rada barbetta rossiccia, ce l'ha proprio con me. Con me! Dico: oggi siamo al gran completo qui in reparto, ma quale commesso deve incontrare l'unica coppia di tedeschi presente in tutto il Centro? Michele, forse? No. Valter, allora? Neanche. Jonathan? Macché. Io! Miseria dannata...
Compio uno sforzo sovrumano nel puntellarmi sui gomiti. La testa mi sembra compressa tra due blocchi di tufo e pensare non è mai stato così difficile. Figuriamoci parlare in inglese.
Rispolvero le lezioni della professoressa Russo: - Yes, I...
- Natürlich kann er, aber wenn Sie wollen, können Sie mich alles fragen.
Tanto io, quanto i miei compari crucchi, ammutoliamo come un paio di sassi al sole, la quintessenza dello sbigottimento, vedendo una sgargiante Sara sfornare un tedesco da madrelingua.
L'altro tizio, un po' più basso e col pizzetto nero, domanda qualcosa: - Kannst du...?
Sara risponde prontamente: - Ja, eigentlich studiere ich Deutsch.
- Na, cool.
Sono colpito. Forse addirittura impressionato. Qualcuno mi spiega cosa diamine stanno dic...
- Also, wie kann ich Ihnen helfen? - continua Sara.
- Ich habe dieses Handy gesehen, aber da stehen zwei verschiedene Preise... Wieviel kostet das?
- Also, es ist 389,90. Wenn Sie unsere Karte haben, bezahlen Sie nur 339,90.
- Können wir diese Karte haben?
- Natürlich.
Lo scambio di battute è talmente rapido da farmi sentirmi schiaffeggiato. Uno spettatore esterno potrebbe scambiarli per amici di vecchia data che, rincontratisi dopo tanto tempo, rievocano di quella volta, al mare, con Pinuccio, Nestore e Giocondo... ma sì, ti ricordi? Noi a divertirci, col sole e il mare e la palla, e con Dante lì accanto che non capiva un c...
- Auch wenn wir Ausländer sind?
- Ja, sie sollen da drüben gehen und das Mädchen da fragen... vielleicht besser auf Englisch! - Sara indica qualcosa. Forse sono al rush finale. Ahahah, rush! Visto? Anch'io conosco qualche lingua straniera. Maledetti.
- Ich denk’ schön. Also, vielen Dank, du warst supernett - conclude il primo salutando con un cenno.
- Ja, und dein Deutsch ist prima! - segue il secondo.
Sara arrossisce, saluta e li guarda andarsene. Poi si gira verso di me tutta sorridente.
La guardo abulico; apro la bocca; poi crollo di nuovo sul bancone.
- Non ce la posso fa'...
*ringrazio V. per la traduzione :)
- Oddio, oddio...
- Ecco il lazzaretto vivente.
Se lo sguardo potesse fulminare, Michele sarebbe cenere.
- Non sono un lazzaretto, - protesto - sono fiacchissimo.
Sara mi mette una mano sulla fronte.
- Non sembri avere la febbre.
- Non ho la febbre. Ho una carenza di ferro.
- Aspetta. - Michele si sporge oltre il bancone, verso l'interno; tira fuori una spranga di ferro di mezzo metro. - To', mangia questa.
- Perché diamine abbiamo una spranga in reparto? - chiedo.
- Valter l'ha trovata qui fuori - fa Sara guardando il soffitto.
- O forse potrei dartela direttamente io sui denti - continua Michele pensando a voce alta.
Mi affloscio sul bancone come un frutto marcito. Cerco il contatto estremo, la fusione molecolare, l'osmosi col mondo. Sono il nulla concentrato nel niente, l'acqua nell'acqua, l'ossigeno nello spazio. Se fossi un gelato mi squaglierei, se fossi benzina brucerei, se fos...
- Dante? Stai bene?
- Eh?
- Perché hai un calo di ferro? - Michele ha posato la spranga e l'idea di darmela in faccia, e ora mi squadra pensieroso.
- Sto seguendo una dieta vegetariana.
- Ah, per morire in seguito a carenza di ferro? Conosco modi migliori per suicidarsi.
- Uè guajò, - Valter arriva mollegiato come sempre - ma 'o sapete che i panni bagnati puzzano di semmènta*?
Sara alza le mani e si dà disgustata. A Michele cascano le braccia lungo i fianchi mentre gira il bancone per riprendere la spranga.
- C'ho detto?
- Dio, oggi non sopravviverò a tutto questo...
*sperma
-
The rain falls hard on a humdrum town...
Mezzo giro su me stesso e metto le pen-drive nell'espositore; altro mezzo giro e secondo mucchio di pen-drive nello scaffale basso.
-
Oh, the rain falls hard on a humdrum town: this town has dragged you down...
Scatto di reni con saltello; altro saltello laterale per prendere la prezzatrice; dondolamento del braccio, presa di velocità, apro la mano, e la prezzatrice disegna un arco in aria finendo tra le braccia di Valter, che ringrazia.
-
And everybody's got to live their life... And God knows I've got to live mine, oh God... knows... I've got to live miiine...
Secondo corridoio. Un cliente chiede per le stampanti; gli indico la direzione. Filo dritto verso il bancone dove poggio una memoria SD: la ragazza là accanto ringrazia e si dirige alle casse.
-
William, William it was really nothing... William, William it was really nothing...
Azzardo qualche passo sghembo; sorrido a una cliente che ride con l'amica, indicandomi e sussurrandole qualcosa. Intanto ficco una mano in tasca e tiro fuori un fazzoletto: mi cola il naso.
-
How can you stay with a fat girl who'll say... Oooohoooh!
Sara mi ticchetta sulle spalle.
- Dante, scusa, quei fogli che ti avevo chiesto per...
La prendo per le mani; danzo come uno scopettone; lei diventa rossa per l'imbarazzo e dice di piantarla.
-
Would you like to marry me? And if you like you can buy the ring! She doesn't care about anything...
Entriamo nel perimetro del bancone; prendo i fogli e glieli consegno, ma con uno strappo glieli tolgo subito di mano e gliene do altri. Strizzo l'occhio: questi sono quelli giusti.
-
Would you like to marry me? And if you like you can buy the ring. I don't dream about anyone...
Mi allontano con qualche altro incerto movimento del bacino.
-
Except myself...
Vado verso il magazzino, ora strusciando i piedi, ora poggiandoli appena sul linoleum. Poi ci ripenso; faccio una piroetta e vado nella sezione DVD, dove comincio a risistemare alcune sezioni in ordine alfabetico.
-
Oh, William, William it was really nothing... William, Williaaaa-aaaa-aaa-aam...
Michele è lì, lo sguardo accigliato: - E' l'ultima volta che ti facciamo mettere gli Smiths.
* per darvi un'idea di cosa non riesco a esimermi dal cantare e ballare, sul lavoro e non, cliccate
qui.
- Buongiorno.
- Buongiorno.
- Vedo che su quel televisore state trasmettendo "Il capo dei capi".
- Eh già.
- Il primo DVD.
- Eh sì.
Sorride, un sorriso ingenuo. Io arriccio le labbra come un punto: interrogativo.
- E il secondo?
- Mh?
- Il secondo DVD, dico. Lo mettete?
- Uh... non lo so, non credo.
- Ah, perché a me piace tanto e l'ho visto tutto qui da voi, e allora speravo metteste anche il secondo DVD.
- Ehm... guardi, non so, non credo. Provo a chiedere, ma... Lei ripassi: se lo vede, vuol dire che lo possiamo mettere.
- Fantastico! Tanto sono tutti i giorni qui.
Esce dal negozio felice come una pasqua.
Mi volto verso Michele, sbracato sulla sedia con un'aria insofferente.
- Certo che diventano ogni giorno più sfacciati - affermo.
Lui sbuffa.
Michele: - Ahh, finalmente stacco. Poi casa, pranzo e un'altra puntata di Daitarn 3.
Io: - Non ti facevo tipo da cartoni animati.
Valter: - Daitarn 3?
Michele: - E' un cartone amarcord.
Io: - Ce ne sono tanti di cartoni amarcord, perché proprio Daitarn 3?
Valter: - Avrà già visto l'1 e il 2.
Michele: - ...
Io: - ...
Valter: - Co' voi due non si può parla'.
Valter! Michele! Dove sono? So che solo loro possono capirmi.
Salto Mario chinato a raccogliere non so cosa: è tanto che non lo vedo, ma ora non ho tempo. Passo tra un espositore e degli scatoloni, driblo due clienti, e con un terzo che quasi (quasi!) mi placca mi scuso con un "Arrivo subito". Sara non fa in tempo ad alzare la mano e salutarmi che già sono dentro la corsia successiva. Giro per le stampanti, m'incanalo tra i portatili, supero i televisori al plasma e poi, finalmente, li trovo. Sezione DVD.
- Watchmen! - strillo.
I due si girano di scatto, sorpresi, e dopo un attimo realizzano.
- L'hai visto? Gagliardo eh? - chiede Valter.
- Fico, sì! - rispondo io.
- Meglio il fumetto, ma... bello, dai - concede Michele.
- Ce l'avete?
Il quarto, inaspettato, uomo ci fa trasalire tutti insieme. E' un ometto con la chierica, un paio di grossi occhiali e un golfino verde, autoinvitatosi a questo momento d'entusiasmo e capace così di snaturarlo del tutto.
Michele scongela il silenzioso imbarazzo: - Come?
- Watchmen, dico. Ce l'avete?
Ci guardiamo allibiti.
- Ma - rispondo - è appena uscito al cinema.
- Quindi non ce l'avete?
- Eh no - chiude Valter.
- E quando esce il DVD?
Di nuovo ci guardiamo, perplessi.
- Signore, guardi, non lo sappiamo - rispondo incredulo. - Non lo sapranno nemmeno i fornitori, adesso.
- Ah... - fa un po' deluso. Poi si riprende e abbozza un sorriso: - Grazie!
Lo seguiamo con lo sguardo mentre gira per la corsia dei film, lanciando fiotti di occhiate spaiate per cogliere un tesoro nascosto. Rimaniamo in silenzio qualche secondo ancora dopo che se n'è andato. Poi Michele sospira: - Insomma, dicevamo: ti è piaciuto?
- E c'è la crisi, c'è la crisi, ma tutti hanno perlomeno due macchine...
Fabio canticchia felice ordinando i cornetti nella teca di vetro, non di prima di aver servito il chissà-che-numero caffè della giornata.
Lo guardo compiaciuto stringendo la mia tazza tra le mani: - Come mai così felice?
Strizza l'occhio: - Stamani ho mandato un'Inglese a quel paese.
- Quale paese?
- Quello retto.
Ridacchio, macchiandomi le labbra col caffellatte.
- Cos'è successo?
- Non so che cavolo di cultura abbiano... - sospira; poi si appoggia sul bancone davanti a me. - Questa signora, sui sessant'anni, mi ha chiesto un cornetto. Le do il cornetto, se ne va, io servo altri signori, e dopo cinque minuti torna. Dice qualcosa tipo "Questo cornetto non ha abbastanza cioccolato, ne voglio un altro". Al che la guardo, guardo il cornetto aperto a metà, e scoppio a ridere. "Signora," faccio "non può aprire un cornetto e poi decidere che non lo vuole più". L'apocalisse, Dante.
Sorseggio dalla tazza senza staccare gli occhi da Fabio: - Cos'ha fatto?
- E' impazzita! Letteralmente impazzita! Ha iniziato a lanciare insulti e offese a destra e a manca; non so nemmeno cos'abbia detto, in realtà, comunque pretendeva di avere ragione. Ho cercato di calmarla, ma questa ha alzato ancora di più la voce e alla fine, l'ho capito bene, mi ha dato dello stupido. A quel punto non c'ho visto più: ho preso e l'ho mandata affanculo. - Alza le spalle: - Che altro dovevo fare?
Torno con gli occhi sulla tazza, quasi vuota: - Eh boh, che altro dovremmo fare?
- Diamine, devo staccare e non trovo la mia roba! Perché questo bancone è sempre così disordinato?
- Perché tu sei disordinato - mi sbeffeggia Valter passando di qui. Se gli occhi potessero fucilare, la sua schiena sarebbe un foratino.
- Tu sei disordinato! Tu lasci tutto questo casino sul bancone! Non io, maledetto bastardo!
- Ehm, scusi posso chiedere a lei?
Un "ops" mi scappa come un singhiozzo, nell'accorgermi dell'inaspettata spettatrice.
- Starei per staccare, - rispondo - ma per lei questo e altro, bella signora. - Lo so: sono un paraculo. Anche il karma deve saperlo, perché la nonnetta mi tiene impegnato più del previsto, chiedendomi se vendiamo occhiali e poi, forse per la mia risposta negativa, se abbiamo cellulari con tasti grossi. Mando qualche lettera di protesta a Dio e intanto rispondo nel modo più cordiale e collaborativo possibile. Dopo un quarto d'ora riesco a liberarmene. Prendo velocemente alcune scartoffie ed esco dal bancone, dirigendomi verso il corridoio-dipendenti.
- Scusi questo ce l'avete anche rosso?
Prima della domanda sento la mano che mi afferra un gomito. Suppongo che non essersi più iscritti a quella palestra di kung fu mi abbia appena risparmiato qualche anno di galera.
Squadro gelido il cliente che mi ha appena fermato; nell'altra mano tiene un porta cellulare da cinta.
- I colori che abbiamo li trova tutti esposti.
- Ah - fa quello, pensieroso. - Ma rosso non c'è qui, quindi non ce l'avete?
- No, - sbotto seccato alzando le mani al cielo - li nascondiamo apposta per non farveli trovare.
Il tizio rimane lì, allibito e dondolante come un birillo sfiorato da una palla da bowling. Lo saluto con un cenno e proseguo.
Finalmente vedo la porta del corridoio. Prendo il badge, lo tengo tra indice e medio, faccio per passarlo e...
- Mi scusi...
- Argh! Basta, lasciatemi andare! Liberatemi! Aiuto, aiuto!
Il tipetto, uno smarrito adolescente lentigginoso dalla folta chioma rossiccia, sbianca come un latticino. Con un sospiro forzato inclino la testa meccanicamente, rivolgendogli un'espressione di attesa misto rinuncia. E' in quel momento che Jonathan passa di lì e, con aria innocente, mi fa: - Ancora qui?
Lo guardo tristemente sconsolato: - Non mi mollano più.
Sorride, cinge le spalle del giovanotto con aria paterna, e: - Andiamo, dì tutto a me. Il mio collega, qui dietro, ha finito il turno.
Gonfio i polmoni di tutto l'ossigeno che ho attorno, guardando i due mentre scompaiono dietro uno scaffale. Poi, un guizzo improvviso della mente: alzo il badge, lo passo nella serratura, entro nel corridoio e chiudo le porte dietro di me. Salvo.
Lei: castana, occhi verdi, bel fisico, sui quaranta portati bene. Mi sorride gentile: - Avete rasoi elettrici? Sa, per farsi la barba.
Un po' sorpreso le dico che no, non ne abbiamo qui, deve andare all'altro reparto. Sorride di nuovo e se ne va.
Lui: alto, in forma, brizzolato e con abbigliamento sportivo. Si appoggia al bancone con fare affabile: - So che non è il reparto giusto, ma sa dirmi dove posso trovare dei reggicalze?
Sara gli rivolge un'occhiata perplessa, poi scuote la testa e dice che non sa aiutarlo. Lui ringrazia e si allontana.
Mi guarda: - Cos'è successo al mondo?
La guardo: - Vado fuori a controllare.
Io: - Questo periodo è un inferno.
Valter: - Perché?
Io: - Ho iniziato a preparare gli ultimi esami per l'università e intanto giro per chiedere la tesi; sto dando una mano in casa per alcuni lavori e devo portare la macchina di mio padre dal carrozziere, mentre gente che non sento né vedo da secoli protesta per la mia assenza. Oh, e naturalmente c'è il lavoro.
Valter: - Ehh, vorrei averceli io 'sti problemi.
Io: - Perché, a te cosa succede in questo periodo?
Valter: - Devo arresòrvere un fatto delicato.
Io: - Cos'è successo?
Valter: - Non so che riàlo fà alla mia ragazza.
Io: - ...
Valter: - Dove vai, guarda che so problemi! Uè guajò, tu non le accònosci bene cume ammè le femméne. ...non la mia, ammeno.
E' orribile quando hai in testa una canzone che non riesci a scacciare. Le provo tutte pur di liberarmene: canticchio un altro motivetto, pratico meditazione zen, penso se c'è qualcosa che devo comprare tornando a casa. Niente, la canzone rimane lì, fissa, senza alcuna intenzione di schiodarsi. In certi momenti ti sembra di esserci riuscito: ascolti la mente e senti solo un piacevole silenzio. Ma non sei convinto, potrebbe essere un tranello; allora la esplori un poco, "solo qualche passo", ti dici, e appena svolti il primo angolo... zak!, la canzone era proprio lì e subito riattacca la sua monotona melodia. Sì perché, poi, il più delle volte nemmeno si dispiega del tutto: no, si sofferma su passaggio, anche brevissimo, e lo ripete fino alla disperazione, come un disco rotto.
Una soluzione, però, qui a lavoro l'ho trovata: i clienti. Così, mentre questa scadente canzoncina punk rock intasa i neuroni e attappa le sinapsi, scorgo un ometto indeciso davanti a un DVD. Brutta bestia, l'indecisione; magari posso aiutarlo.
- Salve, - gli rivolgo il mio sorriso migliore - posso esserle utile in qualche modo?
Il tipo mi guarda come un miracolato, dilatando grato le pupille.
- Sì grazie!
Concentrato, mi preparo ad ascoltare la questione che lo ha inchiodato lì davanti da chissà quanto. Quello mi mostra il DVD che tiene in mano: "Babylon A.D.", un film con Vin Diesel, come recita la scrittona in alto alla confezione.
- Volevo sapere, - chiede - il titolo di questo film è "Babylon A.D." o "Vin Diesel"?
Senza alcuna espressione scandaglio la sua faccia, alla ricerca di un minimo cenno che mi indichi una presa per i fondelli.
Niente da fare: è serio.
Inspiro e altrettanto seriamente rispondo: - Sarei molto triste per il protagonista se i genitori l'avessero chiamato Babylon A.D.
L'ometto si accende di rosso su tutta la faccia, a partire da collo fin sopra la fronte spaziosa. Guarda il DVD come fosse la prima volta, poi mormora un tremolante "Ah, già. Mi sa che ha ragione", si scusa e si allontana verso la cassa.
A cosa stavo pensando prima di arrivare qui? Non ricordo...
Piove forte su una monotona città dove ognuno ha la propria vita da vivere. La mia, in questo preciso istante, è vissuta all'interno di un magazzino semibuio, davanti a stampanti laser che non hanno niente a che fare con me. Tamburello gli scaffali con le dita; mi trattengo qualche attimo ancora; poi chiudo gli occhi, respiro e con uno sbuffo seccato esco.
- Dante! Ehi, Dante!
Prima di voltarmi proseguo vago per qualche altro metro, senza pensare che i clienti non sono ancora tanto sfacciati da chiamarci per nome - anche se, paradossalmente, indossiamo una targhetta che li invita a farlo. Dietro di me, ritratto del benessere e del buon umore, spunta un sorriso pieno di soddisfazione sul volto di Marco: il mio vecchio capo reparto.
Impiego qualche secondo prima di realizzare.
- Marco! Sei tornato!
Sorride, sorride ancora ed è un sorriso contagioso; così godo per un attimo della sua euforia e dei suoi racconti, dimenticandomi di indossare un gilet di cattivo gusto. Mi parla del suo giro attorno al mondo, durato nove mesi; di come abbia visitato Paesi che io tutt'al più ho esplorato con Google Maps; di avventure ordinariamente straordinarie, come fare la spesa in India o andare al ristorante cinese in Cina. Come un giapponese scatto dozzine di fotografie mentali dei posti di cui parla, dei luoghi in cui è stato, delle persone che ha incontrato. Curioso: fuori di qui non amo parlare a lungo con chi è appena tornato da un viaggio; sono più il tipo di persona che lascia agli altri il piacere di raccontare aneddoti e vicende giorno dopo giorno, quando capita, quando entrambi abbiamo voglia, per gustarli di più, credo. Adesso invece trattengo Marco con raffiche di domande e richieste di dettagli banali, finché lui stesso non trova il momento di infilare nel discorso un inopportuno "E tu? Come ti va la vita?".
La Cina, l'India e le immagini di terre lontanissime e sconosciute scompaiono nel fondo di qualche cassetto. Un po' sorpreso rispondo con un disorientato "Non mi lamento". Marco si congratula con un sorriso e un "Bene, bene", poi l'occhio gli finisce sul foglietto che ho in mano.
- Cos'è quello?
- Oh, questo - lo sventaglio fiaccamente a mezz'aria. - Niente di che. Un cliente mi ha chiesto una lista delle migliori stampanti che abbiamo. Ho appuntato le prime tre: adesso vedremo cosa vorrà in realtà - concludo ironico.
- Posso venire con te? - Mi chiede. - So che Jonathan è il nuovo capo reparto e volevo congratularmi, ma Pino mi ha detto che non attacca prima di venti minuti.
- Ma certo, andiamo.
Lungo i corridoi colmi di prodotti rimaniamo in silenzio, ma i suoi racconti evocano ancora immagini e riflessioni nella mia testa. Mi ritrovo a desiderare ardentemente di partire come lui, viaggiando per nove mesi senza una meta, senza un'idea di cosa fare domani. Nove mesi non mi sembrano tanti e non ho alcuna carriera che potrei compromettere. Abbandonare questo lavoro non sarebbe una gran perdita, e ciò che mi attende dopo la laurea per ora è solo un grande punto interrogativo.
Che ci faccio qui, mi chiedo. Perché Marco è partito e io no? Le possibilità sono le stesse, le persone non così diverse (e non l'ho mai considerato più in gamba di me, ammettiamolo), i soldi possono essere messi da parte. Perché lui ha qualcosa da raccontare mentre io non vedo solo l'ora di finire il turno? Magari questo è il mio ruolo? Magari è tutto ciò che mi aspetta? Il terrore che questo impiego sia ciò che la vita mi ha riservato sale lungo la schiena con un brivido. Ho sempre pensato che qualunque mestiere, nessuno escluso, abbia un valore e una dignità pari a qualsiasi altro, ma non mi sono mai confrontato con l'idea che il lavoro che svolgo tra queste mura sia quello a cui sono più portato. Con angoscia comincio a misurare la facilità con cui riesco a vendere i nostri prodotti, anche rispetto a Michele e Valter: per una volta credo che non mi vanterò con loro di essere il più bravo.
- Eccola, finalmente.
Il cliente mi accoglie visibilmente spazientito, distraendomi dai miei pensieri. Appena gli mostro la lista comincia a fare domande tipiche di un HSD. "Ho sentito dire che questo modello è migliore di quest'altro". "Mi hanno detto che le cartucce di questa marca sono di pessima qualità". "Leggevo su un'autorevolissima rivista che la qualità del colore, con questa stampante, è decisamente superiore". Lo ascolto pochi secondi poi, come esperienza insegna, faccio per bloccarlo e chiedergli quali siano le sue esigenze. Prima che possa dire alcunché Marco mi precede: - Io le consiglierei la terza della lista.
Sia io che il cliente lo guardiamo sorpresi. - E lei chi è? - Fa quest'ultimo.
- Piacere, Marco - risponde con un sorriso. - Ero il capo reparto fino a qualche mese fa. Sa, ho comprato lo stesso modello da pochissimi giorni e mi sembra di capire che possa essere il più adatto per lei.
Il cliente lo scruta perplesso, poi farfuglia un "Dice?" ed è il principio di uno scambio di battute tra i due, durante cui Marco illustra le qualità del prodotto meglio di quanto avrei saputo fare io - e forse chiunque altro in questo negozio.
Resto a guardarli per qualche secondo, instupidito. Poi mi lascio scappare un risolino.
- Beh, sembra che lei abbia trovato qualcuno più in gamba di me - dico al cliente. - Se non dispiace a nessuno dei due, io continuo il mio giro. Ci vediamo dopo, Marco?
- Certo!
Mi allontano con un po' più di leggerezza. Fuori piove forte, mentre io penso che ognuno ha la propria vita da vivere, e Dio sa che io devo vivere la mia.