Ce l'abbiamo fatta! Anche stavolta siamo arrivati a fine mese. Certo, non senza qualche difficoltà, ma d'altronde come sarebbe la vita senza un po' di ostacoli e difficoltà? Migliore. Indubbiamente. Ma l'endovena di ottimismo di uno schieramento politico e la cronica espressione di negativismo post traumatico dell'altro (che poi, i due, giocano spesso al giuoco delle parti), rendono le idee confuse. Perciò diciamo: va male, ma male deve andare per andare bene; un po' paradossale, decisamente vero, indubbiamente inopportuno.
Vi tedio? Un pochino sì, diciamocelo. E allora veniamo alle parole chiave del mese che, urca!, mi stanno rendendo la vita difficile di stagione in stagione: sono sempre più i cari utenti che trovano questo blog con chiavi di ricerca opportune. Ma insomma! Che dispetto è questo? Io ho un appuntamento mensile da rispettare, mi volete davvero fare questo sgarbo?
Sigh, non ci si può più fidare neanche degli errori.
Un po' delirante, ma in preoccupante sanità mentale, il vostro
Dante
10) Viridian
Che è un bel
blog, che si legge meravigliosamente bene, che fa ridere, sorridere, pensare, ma soprattutto ridere e sorridere, ma che... no, non è questo blog (mi piacerebbe).
9) Millionaire
Che è un bel
film, che si lascia guardare con spensierata piacevolezza, che fa ridere, sorridere, pensare, ma soprattutto ridere e sorridere anche lui, ma che... no ragazzi, non ci siamo: questo è "Cronache di un lavoro qualunque". Capito? "Cronache di un lavoro qualunque".
8) Cronache di un commesso qualunque
Quasi...
7) Clistere.org
Ah! Non posso lasciarmi sfuggire l'occasione per lanciare un appello ai ragazzi di Clistere.org: dateci il terzo film della saga de "Lo svarione degli anelli"! Sono in crisi d'astinenza (e ho già guardato il secondo film nove volte...).
6) H&M sfruttamento bambini
Ragazzi, perché continuate a finire su queste pagine digitando nomi di altri blog, siti, film e... marche di abbigliamento? E non posso fare a meno di notare che vi ci hanno portato le chiavi "sfruttamento bambini"...
5) Occhiaie
Ne ho una mezza dozzina: volete favorire?
4) Donne libidinose gratis
Ahh, era un po' che mancavano! E noto che la crisi economica è arrivata fin qui...
3) Valchirie
...valchirie?
2) Cappio a strappo continuo
E che cos'è, un modo per impiccarsi ripetutamente?
1) Cosa fa un commesso
Dite voi: ma non è una chiave di ricerca da prima posizione.
Dico io: provate a immaginare l'ignaro utente che, chiedendo a Google cosa fa un commesso, si ritrova a leggere queste pagine.
Il reparto è uno scrigno di futili tesori. Stampante Canon Pixma: trecentosessantadue euro. Cellulare Motorola Rokr E8: duecentocinquanta euro. Televisore Sony KDL: millecinquecentoventinove euro. Mentre arrivo a fatica alla cassa il risentimento avanza veloce: per ogni passo un'occhiata, per ogni occhiata un prezzo esposto, per ogni prezzo una stretta al fegato. Ficco le mani fino al fondo delle tasche, abbasso la testa cupo e faccio gli ultimi trenta metri senza pensare, senza riuscirci.
Quando mi metto dietro al bancone Jonathan deve avermi notato da un bel pezzo, perché appena finisce con la cliente si avvicina e con un cenno mi chiede come va, mentre quella viene a pagare un mouse della Logitech da centodieci euro.
Batto il prezzo: - Va tutto bene.
Jonathan mi guarda scettico: - Sul serio? Hai una faccia...
Lo sportelletto della cassa mi mostra il pesante incasso delle ultime ore: sono parecchi soldi. Tra poco qualcuno di noi compilerà di suo pugno un modulo, chiamerà Pietro o un'altra delle guardie, e andrà a depositarli personalmente in cassaforte, tenendo ben stretta sotto al braccio la cassetta di sicurezza con tutto il malloppo.
Chiudo lo sportello: la cliente ha deciso all'ultimo di pagare con carta di credito. Mentre la cerca nel suo enorme portafoglio rispondo a Jonathan senza guardarlo: - Ho una faccia da morto di fame?
- No, che intendi dire? - Mi interroga.
- Che tra un po' ce l'avrò. - Ridimensiono la sua occhiata di timore misto scetticismo con un sorriso: - Non preoccuparti, boss, sto scherzando. Diciamo che aspetto con ansia il 27, tutto qui.
La cliente apre zip e allarga tasche con una lentezza esasperante. Dietro di lei un paio di persone attendono il proprio turno.
- Problemi di soldi? - Continua Jonathan.
Alzo le spalle: - No, non proprio. Voglio dire: vivo coi miei, non ho mutui da pagare, ho pasti assicurati, mi concedo qualche svago sotto forma di CD, DVD, fumetti... Non mi lamento.
- Però ti lamenti - sorride affabile.
- Però mi lamento - sorrido amaro.
Guardiamo spazientiti la cliente: dietro di lei la fila si è allungata di altre tre persone, ma quella non sembra aver trovato la sua carta.
- Mi lamento, - proseguo - ma è solo una nuvola passeggera.
- Cioè?
- Cioè questo mese ho rimesso a nuovo la macchina (mille euro), sto per pagare l'università (quattrocento euro), devo comprare i libri per gli ultimi esami (duecento euro) e ho appena preso i biglietti per un viaggio a fine marzo: altri cento euro.
Jonathan ricambia un'occhiata comprensiva: - Ti capisco, Dante. A volte anch'io e la mia compagna abbiamo difficoltà a concederci qualche svago in più, o a toglierci degli sfizi.
- Esatto, - replico - sfizi! Non sono altro che questo ed è proprio ciò che mi fa arrabbiare: perché dargli così importanza quando non puoi permetterteli? Perché ci tocca così tanto? Sono capricci: oggi non me li posso permettere? Bene, li soddisferò in un altro momento.
- Sono i soldi che ci irritano. La loro mancanza abbassa la percezione che abbiamo delle nostre vere qualità - fa Jonathan con aria sapiente. - Paulo Coelho diceva che sono il tabù del nuovo millennio. I soldi, caro Dante, sono un problema per tutti.
La cliente rovescia una rapida occhiata alla lunga coda creatasi alle sue spalle. Con gesto sicuro infila due dita in una delle tante tasche del portafoglio ispezionate e tira fuori una luccicante carta di credito. Me la pone con una piroetta della mano e un sorriso borioso.
Guardo Jonathan diffidente: - Non per tutti.
- Beh? - Sara si piazza di fronte ai sottoscritti con i pugni sui fianchi e un'espressione di rimprovero. - Da almeno dieci minuti, tutte le volte che sono passata qui, vi ho visti appoggiati coi gomiti al bancone, a fissare il nulla davanti a voi.
- Ci sono cose che la psicologia femminile non può capire - spiega Michele.
Sorrido, immaginando come debba essere diverso il mondo visto e pensato dagli occhi di un uomo e di una donna. Sara indaga contrariata i nostri volti, poi segue la traiettoria dei nostri sguardi che punta diritta sul sedere di una biondina impegnata in una vivace chiacchierata con Jonathan.
Sgrana gli occhi: - Ah però!
- Già, - fa Valter sardonico - belle chiappe eh?
- Eccome!
La nostra attenzione viene totalmente catturata dalla sua esclamazione.
- Allora, - continua - da quant'è che ci sta provando Jonathan? Dite che se la porta a letto, stasera?
Un giocatore di calcio, una gara di birre, una copertina di Max, un calendario in un camion, un film con Vin Diesel, un fumetto di Superman. Sono le immagini che scorrono davanti ai miei occhi mentre seguo Sara aggirare il bancone e mettersi accanto a noi.
- Uh, - guardo gli altri, disorientati quanto me - un quarto d'ora, all'incirca. Ma... non credo che faccia sul serio: convive e ha una bambina.
- Fico... - sussurra, poi chiude le mani a cono attorno alla bocca e urla: - Dai capo che stasera non ti va in bianco!
La biondina si gira e da sopra le sue spalle un Jonathan tanto stupito quanto imbarazzato ci incenerisce con lo sguardo. Sara sorride, noi altri ci raddrizziamo - mani in tasca e sguardo perso altrove - con aria disinteressata.
Psicologia femminile? Impossibile.
Io: - Uhm...
Sara: - A che pensi?
Valter: - A l'ammore?
Io: - Non so, mi chiedo: cancellarsi o non cancellarsi da Facebook?
Sara: - "Questo è il problema".
Valter: - Cancellati.
Io: - Perché?
Sara: - Già, perchè?
Valter: - Ci son poche foto zozze: non ne vale la pena.
Io: - In effetti non hai tutti i torti.
Sara: - Ah, la saggezza maschile...
Arriva. Prima o poi arriva; deve arrivare. Tu stai lì a farti i beati affari tuoi, smangiucchiando una pellicina del dito medio della mano sinistra, torta in modo innaturale per permetterti la complicata operazione mangereccia; a pensare che è lunedì e che non hai ancora messo a scaricare l'ultima puntata di Lost e che, forse, non vale neanche la pena continuare a vederlo, Lost, se non fosse per quel figo di Sawyer - ma in giro dici "quella figa di Kate" per evitare di ritrovarti protagonista della canzone di uno stempiato concorrente di Sanremo; a domandarti che ne sarà della tua vita e contemporaneamente cosa potrai cucinarti oggi a pranzo. E lui arriva.
Sai che è lui appena lo vedi. Con il dito ancora piazzato in bocca scocchi occhiate distratte per il reparto, ma lui cattura la tua attenzione all’istante. La camminata, la felpa a rombi grigi, gli occhiali spessi, l'anonima acconciatura. Sventola il DVD de "L'ultimo dei Mohicani", ma sai che non è ciò che ti aspetti - un reso, un difetto, una qualsiasi lamentela. Lo scruti preoccupato e decidi di attendere che sia lui a fare la prima mossa.
- Posso cambiarlo, vero? - Esordisce, e senza neanche una pausa continua con: - Per telefono mi è stato detto che posso cambiarlo. - Subito dopo conclude con un pronto: - Ho lo scontrino.
Pausa. Attendi. Annuisci. Attendi ancora. Annuisci di nuovo e fai un verso di assenso: gli hai dato il via libera e lui si sporge un poco di più.
- Ma posso cambiarlo con qualunque prodotto, vero? Mi è stato detto che posso cambiarlo anche con altro, non per forza con un DVD.
Soppesi le parole. Hanno senso, per te; ma per lui? Decidi di annuire anche stavolta, di non chiedere spiegazioni: vuoi vedere come continua. E allora, lui, si butta.
- Quindi posso darle questo indietro e prendere, chessò, un televisore.
Da Wikipedia: "La derealizzazione è la sensazione di percepire in maniera distorta il mondo esterno al soggetto". Suppongo che sia ciò che sta avvenendo nel cervello di questo tizio.
Lo fisso impassibile: - Scusi?
- Cioè, intendevo dire...
- Lo so cosa intendeva dire - lo interrompo. - Mi chiedevo se le pare logico.
Fa freddo, fa troppo freddo per questo genere di cose, penso. Ma lui non deve pensarla così, perché arrossisce, la fronte s'inumidisce di sudore e decide di proseguire, d'incalzare, persino di sguainare una punta d'irritazione: - Ma siete voi ad aver detto che posso cambiarlo con qualunque prodotto! Il suo collega, al telefono... Anzi, dalla voce mi sembra che sia stato proprio lei a dirmi...
- Signore... - La do vinta alla pellicina, chiudo la bocca e ficco le mani in tasca: il mio dito ringrazia. - Faccia il piacere: vada a casa.
Sospiro, mi giro, me ne vado.
- Salve.
- Salve - sbadiglio. - Oddio, mi scusi!
La signora non sembra tanto disposta a scusarmi, così sorvolo il momento d'imbarazzo chiedendole in che modo posso aiutarla.
- Ho questo portatile da far riparare, e mi è stato detto che voi fate assistenza.
Sono già un po' di mesi che lo sportello di assistenza tecnica ha ridotto drasticamente la sua attività. In reparto siamo convinti che le scarse doti di Pino abbiano contribuito al fuggi fuggi dei suoi potenziali clienti, ma nessuno si è permesso di dirglielo. Comunque i clienti che ci chiedono assistenza sono pochi e Pino si è visto ridurre via via le sue ore dietro lo sportello. Così, eccomi a dover spiegare alla signora che oggi l'assistenza ha già terminato il suo orario.
- Ah, vorrà dire che passerò domani mattina.
- Perfetto - sorrido accomodante. - Lo troverà senz'altro.
Fa per andarsene, ma poi ci ripensa e mi guarda perplessa.
- Ma... devo pagare?
- Per cosa?
- Domani, dico.
- Uh, beh, no. Può pagare quando ritira il portatile.
- Ah. - Non l'ho convinta. - Quindi devo pagare. Voglio dire, non mi riparate il computer gratis.
Soffoco una risata e la guardo in stile "Signora, qui non le regala niente nessuno".
Lei sorride imbarazzata: - Ha ragione, mi scusi.
E' la crisi?
Io: - Ehi!
Valter: - Che c'è?
Michele: - Cosa?
Io: - Valter è mancino!
Valter: - ...
Michele: - E te ne accorgi solo ora?
Io: - Ho sempre desiderato essere mancino
Valter: - E perché?
Michele: - Gesù, ma non sarebbe meglio tenersele per sé certe rivelazioni?
Io: - Mah, così, per provare cosa vuol dire. Infatti volevo anche essere daltonico.
Valter: - ... Guajò, te sei ammattito?
Michele: - Tu non sei normale, Dante.
Io: - Ora che ci penso desideravo anche una tenia. Che razza d'infanzia ho avuto?
Pensare di mettersi a cantare She's lost control dei Joy Division (eh sì, in questi giorni ce l'ho coi Joy Division) non è l'idea più saggia della mattina; così mi limito a fischiettarla mentalmente mentre mi aggiro per il negozio. In reparto siamo solo Davide e io, e mentre lui è dietro il bancone a compilare scartoffie io faccio da esca per il reparto, attirando clienti su di me per allontanarli da lui.
Passeggiando do un'occhiata in giro, non resistendo all'impulso di ordinare e sistemare qualche prodotto qua e là. Inclino leggermente tutti gli schermi di una corsia, rimetto alcuni DVD al loro posto (in rigoroso ordine alfabetico), separo i toner a colori da quelli in bianco e nero, raddrizzo i telefonini di una vetrina - dopo i primi dieci mi rompo le scatole e passo ad altro.
E poi lo vedo. Con i suoi occhiali spessi, a fondo di bottiglia, il cappottone verde scuro che ispira calore solo a vederlo, le mani tozze e callose, con l'anulare soffocato da una spessa fede dorata. L'ho già visto, lo so, ma non ricordo chi sia. Lo esamino attentamente mentre lui, ignaro della mia presenza, tiene tra le mani nodose un piccolo portatile, valutando se acquistarlo o no. Il padre di un amico? Un lontano zio di cui non avevo memoria? Il mio me stesso proveniente da un lontano futuro? (Scarterei quest'ultima ipotesi: è più basso di almeno dieci centimetri e completamente calvo e io non voglio essere un nano pelato tra trent'anni!).
Le associazioni vagano libere da un lato all'altro del cranio e non mi accorgo che il tizio si è avvicinato con l'oggetto in mano e la bocca aperta.
- Scusi - dice - dovrei comprare un portatile e mi chiedevo se questo potesse fare al caso mio. Mi spiega un po' le caratteristiche?
L'input arriva al cervello come una scarica impazzita. Vedo il signore nella mia mente; il suo cappotto, gli occhiali, le grosse mani. Vedo la sua figura in piedi, davanti a me, con quel portatile in mano. Lo vedo farmi la stessa domanda e sento la mia voce chiedergli spiegazioni, domandargli per cosa gli serve un portatile e, infine, rispondergli che no, quel modello non è adatto a lui. Vedo tutto questo: è successo ieri.
Come colpito da una scossa mi raddrizzo e lo fisso così intensamente da fargli deviare lo sguardo: lui sa.
- Mi scusi - dico infine, - ma non le ho già detto ieri mattina che questo modello per lei non va bene?
L'uomo sussulta mentre la sua faccia diventa purpurea. Guarda il pavimento, guarda il soffitto, cerca qualcosa a cui appigliarsi e intanto farfuglia frasi sconnesse. Poi, all'apice dell'imbarazzo, si dichiara colpevole: - Eh lo so, è che mi piace così tanto... In effetti, però, sarebbe una spesa inutile.
Gli do una pacca immaginaria sulla spalla: - Le sono vicino.
- Uè fratello!
Valter assume una posa ad arco, incurvato dalle gambe fino alla mano destra, sollevata in attesa di un "cinque" da battere. Lo guardo da capo a piedi sospettoso: chissà cosa vuole.
- Non sono tuo fratello - rispondo.
- Sì che lo sei, ci siamo ubriacati insieme.
- Cos'è, a Napoli lo considerate un rito d'iniziazione?
- No, ma sarebbe ganzo.
Non lo ascolto: l'immagine di uno scugnizzo reclutato dalla Camorra dopo essersi scolato sei Du Demon mi trapassa il cervello. Chissà se Saviano ne parla, da qualche parte.
Valter mi agita la mano davanti: - Ci sei?
- Uh? Ah, sì. Comunque, cosa vuoi?
- Nibba - fa con tono vago. - M'annoio.
- Beh, se ti annoi vieni a darmi una mano. Secondo quanto scritto qui oggi arrivano nuove stampanti, nuovi cellulari, nuovi videogiochi e un tot di accessori per PC e portatili.
- E che ce ne facciamo di tutta 'sta zòrbia?
- La vendiamo, suppongo.
Incredulo Valter afferra lo schermo per girarlo verso di sé.
- Minchia, ancora nuove casse? E hai visto questi cellulari? Ma chi è che se li può accattà co' 'sti prezzi?
Mi stringo nelle spalle. Valter continua a scorrere la lista con gli occhi; poi mormora assorto: - Crisi qua, crisi là, ma la gente non la smette d'accattarsi le cazzate.
Sbuffo: - Tutti pazzi, proprio.
Sono sbronzo. Ok, non sono sbronzo, ma lo sono stato e i postumi si fanno ancora sentire. Venerdì sera abbiamo festeggiato il compleanno di Valter e, visto che la sua ragazza è dai genitori, sabato l'abbiamo festeggiato di nuovo. In tre. Con nove litri d'alcol. Mi mancano i bei tempi in cui ero astemio e venivo preso in giro dai camerieri dei pub: tutti ordinavano bionde o doppio malto e io un succo di frutta alla mela.
Vago barcollando per il reparto come se le budella fossero aggrovigliate tra loro, la testa avesse un tronco che l'attraversa e sotto al naso ci fosse un ciuffo di asparagi marciti. E' in queste condizioni che un cliente giovane, dai capelli a spazzola, mi si piazza davanti con la confezione di "Borat" aperta.
Ci fissiamo negli occhi per alcuni secondi, poi ho il buon senso di lasciar ricadere la testa e guardare nel box. Quando vedo che il DVD è lì dentro torno a fissare l'uomo.
- Sì?
Assume un'espressione innervosita: - Non vede?
Guardo di nuovo: è un DVD; è un DVD tondo; è il tondo DVD di "Borat". Scuoto la testa e sento dei neuroni morire.
- Scusi, non capisco - incespico portandomi una mano alla fronte.
- Questo DVD è fasullo!
Mentre io mi perdo in considerazioni personali sull'uso di "fasullo" all'alba del 2010, sarà bene che faccia chiarezza sulla faccenda. Il DVD in questione ha una serigrafia in perfetta sintonia col film: appare come un DVD-R argenteo su cui è stato scritto, con un pennarello nero, "BORAT", con la R a rovescio. Insomma, una geniale trovata, secondo me; una truffa di cattivo gusto, secondo il cliente.
Torniamo a me e lui.
- Guardi, il DVD è proprio così.
- Ma cosa dice? Non vede che è fasullo?
Se lo ripete un'altra volta scoppio a ridere - o a vomitare.
- No, guardi - faccio con tono condiscendente - è proprio così. L'hanno concepito così.
Il giovane considera la mia affermazione, poi scruta accigliato il DVD.
- Lei mi prende in giro - sibila.
- Non mi permet...
- Lei mi sta prendendo in giro! - Strilla. - Voglio parlare con un suo superiore.
- Ah - alzo le mani al cielo, - grazie a Dio. Gliene porto subito uno.
Mi allontano in cerca di Jonathan o Davide e scovo il primo impegnato a punzecchiare la bambolina vudù. Senza dire niente lo afferro per un gomito e me lo porto dietro; all'inizio protesta, ma il mio silenzio gli chiarisce che c'è un cliente rompiscatole in arrivo. Raggiungiamo il giovane, ancora scosso dalla mia inconsueta dipartita. Con un elegante gesto della mano gli do la parola.
- Come dicevo al suo collega, questo DVD è fasullo.
- Fasullo? - Rimarca Jonathan.
- Guardi - fa quello, piazzandogli il disco sotto al naso.
Jonathan ci mette qualche istante a capire a cosa si riferisca; poi un singulto spezza il silenzio, seguito da una risatina e dall'eco dei suoi passi che si allontanano.
Il giovane mi scruta incredulo. Non posso far altro che alzare le spalle e andarmene.
Il Capo e Davide si fermano a pochi passi da noi, continuando a parlare di un problema che va avanti dalla fine dello scorso anno: i roll fatti a cazzo. E' Davide a tenere in mano le redini del discorso, sottolineando col suo fare educatamente fermo che non è possibile ricevere ordini simili, con prodotti che non venderemo mai e che non abbiamo richiesto. Il Capo ascolta senza guardarlo, distratto da chissà cosa nel magazzino.
Non ho mai parlato con lui e, a dirla tutta, non credo neanche che sappia della mia esistenza. Come se gli importasse qualcosa. Noi commessi siamo il braccio, la bocca e il cervello del Centro. Siamo quelli che vendono, quelli che accolgono i clienti e che trattano con loro, ma anche quelli che si accorgono di cosa va e non va nel reparto, suggerendo cambiamenti e spesso mettendoli in atto senza aspettare burocratici permessi. Insomma, senza falsa modestia il successo di un reparto dipende in buona parte da noi.
I Capi... beh, ho sempre pensato che non facciano realmente parte di questo organismo. Sono più come i giocatori dei videogame della Maxis. Sapete, SimCity, The Sims e compagnia. Decidono quali spostamenti fare, cosa creare e cosa distruggere, quali impostazioni dare. Poi, se le cose vanno male, spaccano la tastiera imprecando e dicendo "Che gioco di merda". Mi chiedo se i personaggi di The Sims si sentano come me. Forse proverò a crearne uno col mio nome e a vedere come risponde mentre lo punzecchio.
La porta posteriore si apre e un Pino urlante entra con il cellulare all'orecchio. Davide s'interrompe e noi tutti lo guardiamo, compreso il Capo. Dopo pochi passi fatti verso di noi, Pino si accorge della nostra presenza e di quella del Superiore, diventando improvvisamente pallido. Tace per qualche secondo, poi si gira ed esce con passetti rapidi e incespiscati.
Dopo qualche secondo d'incertezza Davide conclude la sua esposizione: - ...ed è per questo che ho voluto parlartene. I ragazzi qui lavorano sodo, ma il problema è alla base e non dipende da loro. Capisci?
Passa qualche attimo senza che voli una mosca, poi il Capo pare rendersi conto dell'improvviso silenzio e torna a guardare Davide.
- Certo, certo. Senti, stavo andando a prendermi un caffè con gli altri capi settore, vuoi venire?
L'espressione di Davide si fa vacua. Non maschera in nessun modo il disprezzo e la contrarietà per quell'uomo, pur mantenendo il minimo di rispetto che si deve a un proprio superiore.
- No - fa atono, - qui c'è un problema e devo organizzarmi coi miei ragazzi per risolverlo.
Il Capo rimane un attimo perplesso, più per il rifiuto di andare a prendere il caffè con lui, che per la frecciatina di Davide. Poi sorride splendido e gli dà una pacca sulle spalle: - Certo. E voi lavorate sodo eh, mi raccomando - conclude strizzandoci l'occhio.
Lo guardiamo andarsene fischiettando. Davide sospira pesantemente e apre le mani: - Mi dispiace ragazzi.
- Non preoccuparti - lo rassicura Michele. Valter e io annuiamo solidali.
- E mo? - Chiede Valter.
Davide fa un gran respiro, poi si sistema gli occhiali e abbozza un mezzo sorriso: - Mo ce la vediamo noi, come sempre.
I Sims sarebbero fieri di noi.
- Uè guajò, stamani avevi un altro esame no? Com'è andata?
Michele smette di prezzare e mi guarda seccato: - Un altro ancora? E che palle, Dante, sei più noioso e ripetitivo di Sentieri.
Ignoro il suo commento e smetto di bollinare i DVD: - Tredici.
- Tredici?
- Tredici.
- E lo dici così? - Apostrofa Michele.
- E come dovrei dirlo?
Si stringe nelle spalle: - Che ne so, piangendo.
Alzo un dito medio con appiccicato un bollino verde fosforescente.
- Non si può avere tutto dalla vita, no? - Dico con noncuranza. - E poi era un esame del cavolo, lo ridarò e via.
Con movimenti lenti e goffi mi metto in piedi. La schiena strilla e le ginocchia urlano, mentre il collo scricchiola pericolosamente. Mi concedo qualche attimo di massaggi, guardando intanto il cesto di DVD bollinati alla mia destra e i due metri quadrati di DVD da bollinare alla mia sinistra. Non credevo che il Purgatorio fosse così.
- Non mi merito questo. Perché devo stare qui in magazzino a bollinare con voi?
- Perché fuori stanno riordinando gli scaffali e non c'è spazio.
- Sì, ma perché con voi?!
Stavolta il dito medio lo alza Michele. Valter invece prosegue col suo solito schema, passeggiando avanti e indietro appiccicando i bollini in silenzio. Con un sospiro mi appoggio a uno scaffale e prendo un DVD a caso dalla cesta: "Ghostbusters 2".
- Cos'è, è tornato di moda?
Poi ne afferro un altro: "Frankenstein contro l'Uomo Lupo". Il terzo è "L'allenatore nel pallone", seguito da "Commando" e "Relic - L'evoluzione del terrore". Ma il terrore comincia a evolversi nella mia mente. Fino a questo momento non avevo prestato attenzione ai film che mi passavano tra le mani: bollinare è un compito noioso, spegnere il cervello e limitarsi ad attaccare quegli affari è la soluzione migliore per farlo passare in fretta. Scavo disordinatamente tra i dischi, alla ricerca di un film decente. Niente, neanche l'ombra di qualcosa lontanamente avvicinabile al concetto di "decenza". Solo decine e decine di titoli mediocri, vecchi, di cui nessuno si ricorda più, o di cui finge volontariamente di non ricordarsi. Cristo, ho davanti la più vasta collezione di film di serie B o di grandi successi del millenovecentoediosacosa.
Guardo gli altri sconvolto: - Ma...
- Già - fa Valter.
- Ma... - ritento.
- Ci ha già pensato Davide - fa Michele. - Credo che in questo momento stia parlando con...
In quel preciso istante la porta posteriore del magazzino si apre e Davide compare in compagnia di un uomo alto, laccato, con una cravatta a righe e una camicia di cotone piquet.
- ...il Capo.
* Ops, la mia solita testa! Ho dimenticato di ringraziare
il Grande Puzzo, che ieri mi ha dedicato un bellissimo post sul suo blog. Insieme a Bongio sono i due maschietti che da più tempo seguono queste righe (anche se Puzzo ha pochi mesi di vita: non so come faccia già a leggere) (ora che ci penso, non so neanche come faccia a scrivermi) (bimbo genio?) (bimbo mix?).
Ancora un inchino con "
domo arigatò" per il bimbo della rete e un invito per voi a fare un salto sul suo diario online :)
A domani, per chi vorrà,
Dante
Non pioviccica più, ma ho ancora tirato su il cappuccio della giacca impermeabile, sopra il berretto stile mütze tedesco. L'aria è buona e fresca e mi solletica il naso e ho davvero voglia di respirarla a bocca aperta. Guardo l'ora sul cellulare: le 8:49. Mi dondolo sulle gambe mentre Roma si sveglia un'altra volta. E' la Roma dei commessi, delle cassiere, dei negozi e degli uffici, delle casalinghe, degli studenti in ritardo e di quelli che hanno fatto sega, delle madri che tornano a casa e di quelle che vanno a fare la spesa. Mi piace quando Roma è così. Mi piace starmene davanti a lei, con il Centro alle spalle e tutto il resto davanti. Mi piace sentirla così, in pace col mondo, in sottile sintonia coi miei sensi.
Una signora anziana avanza un po' incerta. Quando mi giro a guardarla sembra riconoscermi nonostante la kefiah e il cappuccio, e si avvicina.
- Scusi, ma vi è poi arrivato quel DVD che avevo chiesto l'altra volta?
Sorrido di cuore. Vorrei ridere, ma penso che non sta bene e allora mi trattengo. La guardo in modo conciliante: - Signora, - e allora mi do un'occhiata dai piedi in su - non ho ancora attaccato.
Sorpresa, la signora si scusa ed entra frettolosamente, lasciando nuvolette di fiato dietro di sé.
Chiudo gli occhi. Inspiro quest'aria così fresca e carica. Una canzone dei Joy Division passa come una eco lontana senza farsi riconoscere (forse è Decades, forse New Dawn Fades). Pochi suoni, pochi rumori. Poi qualcosa di freddo mi tocca il naso. Apro gli occhi. E' un dito. Metto a fuoco. E' il dito di Sara. Sorride.
- E' lui - fa a qualcuno alle mie spalle.
Mi giro e vedo Jonathan che mi saluta con un cenno: - Non attacchi alle 11:30?
Annuisco: - Avevo l'esame alle 8. Sono stato tra i primi. - Poi alzo le spalle: - Non sapevo dove andare.
Ammicca: - Ci vediamo dopo allora. Adesso rientro, ché c'è Pino da solo e...
Sparisce tra le porte del Centro. Sara è ancora qui. Ridacchia in quel modo vivace e ingenuno che contraddistingue le sue labbra.
- Allora? - Sgrana gli occhi curiosi.
Le faccio l'occhiolino: - 28.
- Sì! - Saltella e mi abbraccia, e allora scoppio a ridere e mi si sblocca qualcosa che avevo nel petto e che non mi faceva dormire da un paio di giorni, rendendomi inquieto. - Ci vediamo dentro, allora!
Annuisco e la guardo andarsene e lasciarmi di nuovo con Roma, per un po'.
Respiro. Sotto la kefiah sorrido ancora. Amo questa sensazione.
Io: - Tu esci stasera?
Michele: - Dove?
Io: - Boh, Valter mi ha detto che usciva.
Michele: - E perché dovrei uscire anch'io?
Io: - Allora forse non usciva con voi.
Michele: - Ti ringrazio del plurale, ma sono uno solo.
Io: - Per me vali molto più che uno.
Michele: - ... Stai male? Hai due occhiaie...
Io: - Per come mi sento potrei averne quattro.
- "Non si accende"...
Commento ad alta voce la frase in Uniposca azzurro scritta su un foglio di carta, appoggiato a un PC in bella mostra. Sono arrivato poco fa, completamente sveglio per effetto di una fresca doccia mattutina e rinvigorito dall'aria frizzante di questa giornata, la prima di sole dopo tante di maltempo. Dovremmo essere solo in due, stamani, ma nel mio giro iniziale non ho ancora incrociato Valter. Ho cominciato con dei pacchi di DVD vergini da mettere a posto finché, a metà strada, non ho trovato questo PC esposto alla berlina nel bel mezzo del reparto, con accanto il foglio in Uniposca azzurro.
- Mmm...
- UAPPALLALA'!!! - Valter mi urla nell'orecchio facendomi sobbalzare e sbattere contro il PC per lo spavento. In un attimo vedo il computer perdere l'equilibrio e pendere pericolosamente su un lato, costringendo Valter a tuffarcisi sopra per non farlo precipitare.
Mi raddrizzo ansimando: - Ma sei scemo?! Arrivarmi così alle spalle!
- Uè guajò, quante storie. Ho solo messo un po' di pepe nella tua vita.
- Vedi dove te lo metto io, il pepe!
Ridacchia e mi strizza l'occhio, chinandosi a raccogliere il foglio caduto con su la misteriosa scritta. Quando lo riappoggia sul PC scuoto la testa interrogativamente.
- Che significa? - Chiedo.
Valter sembra non capire: - Che?
- Come "che"? Quella scritta, "Non si accende". Che vuol dire?
Aggrotta le sopracciglia ancora più perplesso: - In che senso?
- Valter! C'è scritto "Non si accende"! Che vuol dire "Non si accende"?!
Alza le spalle: - Scusa, ma pe' te che vuol dì? Vuol dire che non si accende.
Resto a bocca aperta, incerto se quello che mi ha appena detto è vero o è un'altra delle sue.
- Cioè il computer non si accende?
- Sì.
- Cioè non funziona?
- Sì.
Fisso quello scatolone nero, immobile, silenzioso, quasi aspettandomi un cenno di vita, una risposta alle dieci domande che ho in testa, un "bip" onnisciente che mi illumini sulla sua storia e sul suo destino. Ma, come il monolite nero, questo blocco di schede e circuiti tace minaccioso.
E infine chiedo: - Stiamo vendendo un computer che non funziona?
- Sì -, ripete Valter con nonchalance.
Alzo le mani in segno di resa e mi allontano. Non voglio sapere altro.
Entro in reparto facendo un gran respiro. Ieri ero fisicamente a pezzi e oggi ho ancora la mente un po' annebbiata dal sonno, nonostante sia andato a dormire presto. Sono stati dei giorni frenetici, fuori da qui, e ieri chiudere il reparto da solo era l'ultima cosa che volevo. Avrei bisogno di più tempo per sbrigare tutti i miei impegni, ma visto e considerato che a lavoro ci devo venire, la prenderò come una parentesi tra una cosa e l'altra.
Mentre cammino vedo Sara parlare con una cliente e la saluto con un cenno della testa. Mi rimanda un'occhiata tra l'incerto e lo stupito. Indagherò.
Dietro al bancone c'è Davide. Come capo settore è partito alla grande ed è totalmente diverso dal precedente: spesso, infatti, viene in reparto a darci una...
- E tu che ci fai qui?
Sorrido, spiazzato dalla sua domanda: - Ok, non sono Mr. Simpatia (e non mi piacerebbe esserlo), ma devo pur sempre lavorare.
Davide mi guarda smarrito, poi prende un foglio, lo controlla col dito e me lo passa.
- Dante, tu oggi non lavori.
Ci metto qualche secondo a comprendere quella frase. Prima di realizzare cosa comporti veramente afferro il foglio con la lista dei turni: nella casella relativa ad oggi non c'è il mio nome.
- Ma come: è domani che non dovrei lavorare. - Inizio a scaldarmi: - Pensavo che adesso li facessimo mese per mese i turni!
Davide trattiene il respiro, dispiaciuto ma fermo: - Hai ragione, Dante, ma vi avevo detto che questa settimana avrei avuto problemi e...
Lo fermo: - Ok, sì, fa niente, ho capito. Torno a casa. Ci vediamo domani.
- Dante...
Gli faccio l'occhiolino e gli do le spalle, dicendogli che non fa nulla con un gesto della mano.
L'ingresso al corridoio-dipendenti sembra più lontano. Gli scaffali mi sovrastano. Qualcuno si avvicina col dito alzato, ma lo ignoro. Entro nel corridoio e vado dritto al mio armadietto. Lo apro. Tiro fuori le scarpe e la felpa e poi lo chiudo con una tale violenza da far vibrare l'aria di tutta la stanza. Sara è qui, in fondo al corridoio. Non l'ho sentita entrare. Le do giusto un'occhiata veloce, poi prendo a togliermi il gilet e la maglia con cui lavoro.
- Davide m'ha detto...
Uno sbuffo inferocito la fa tacere. Mi sento in colpa un attimo dopo.
- Cristo, dovrei studiare e invece...
Si avvicina grattandosi un braccio: - Mi dispiace.
- Quaranta minuti di traffico, cazzo. E altrettanti al ritorno!
Si siede sulla panca dove mi sto slacciando le scarpe.
- Ma non ti avevano detto che...
- Sì me l'avevano detto, cazzo! - Sbotto. - Ma me ne sono scordato e non ho controllato gli orari! E già ieri è stata una giornata di merda: sono andato fino all'università per chiedere la tesi e sai che mi hanno detto? "Torni a marzo e forse gliela daremo". Come se a me non cambiasse un cazzo. E oggi questo. E mercoledì ho un esame e giovedì un altro, e poi altri due la settimana dopo e... Cazzo!!!
Riapro l'armadietto lanciandoci gilet e scarpe antinfortunistiche e lo richiudo con la delicatezza di prima. Sara mi guarda, poi guarda il pavimento. So che è davvero dispiaciuta per me e che se potesse farebbe qualcosa.
- Scusa - dico, e infine mi lascio cadere sulla panca. Prendo una lunga boccata d'aria, la trattengo un po', poi la lascio andare tutta insieme. - E' che è un periodo un po' stressante e... Avevo programmato queste due mattine di studio e invece sono andate a puttane, e con duecento pagine al giorno da ripetere sono tante e... Insomma, so che ce la farò lo stesso, ma volevo tanto che i prossimi esami andassero bene e invece...
Mi passo una mano tra i capelli, nervosamente, poi la alzo in segno di resa.
- Vabeh, - sospiro - fammi andare.
Sara mi prende una mano e mi guarda dispiaciuta e conciliante. - Mi dispiace.
L'abbraccio, o forse mi abbraccia lei, comunque ci salutiamo così e con un sorriso un po' triste. E poi mi alzo. Ed esco. E c'è il sole. E va un po' meglio.
- Sono distrutto!
Solo in un secondo momento dalla mia teatrale "afflosciata sul bancone in Do minore" (non so se ho detto "Sono distrutto" in Do minore, ma mi piace credere di averlo fatto) noto che, accanto a Michele, c'è Johnatan.
Scatto sull'attenti e gli concedo l'ultimo sorriso della giornata: - Complimenti, nuovo capo reparto!
E poi: - Sono distrutto!
Michele mi bastona la testa con dei fogli arrotolati: - Smettila, mi stropicci tutto il bancone.
- Cos'hai fatto? - Chiede Johnatan.
- Cose! Milioni di cose! Miliardi di cose! - Rispondo esasperato rovinando sul bancone una terza volta. - E' tutto il giorno che vado avanti e indietro e su e giù e... Sigh, sono esausto. Non voglio fare niente, oggi.
- Pessima idea - fa Michele.
- Perché?
- Perché Johnatan e io stiamo staccando, e non c'è nessun altro in reparto.
Con un colpo di reni sono di nuovo in piedi.
- Cosa?! Volete dire che starò tutto il restante della giornata da solo?!
Annuiscono.
- Fino alla chiusura?!!
Di nuovo.
Guardo il soffitto: - Perché ce l'hai con me?
Michele alza gli occhi e se ne va verso il corridoio-dipendenti. Prima di seguirlo Johnatan mi dà una pacca sulla spalla.
- Coraggio, poteva andarti peggio.
- Certo, potevate ficcarmi una ramazza tra le chiappe e chiedermi di pulire mentre riordino il reparto.
Michele torna indietro con l'indice alzato e la bocca già semiaperta: - Ricorda Dante, il lavoro...
- Se mi dici che il lavoro nobilita l'uomo ti ammazzo.
Il suo indice punta ancora in alto, il suo sguardo si fa dubbioso, la bocca fa per chiudersi. Poi conclude: - ...nobilita l'uomo! - Scappa verso il corridoio-dipendenti: sa che sono troppo a pezzi per inseguirlo.
Lo ucciderò domani.
Io: - Ciao ciccio.
Valter: - Ciao bello.
Io: - Come va?
Valter: - Tutt' a posto.
Io: - Che mi dici?
Valter: - Mah, sto a mazzecà questa gomma e non è male. Vuoi?
Io: - No, grazie.
Valter: - E' belga.
Io: - Chi?
Valter: - La gomma.
Io: - Fico.
Valter: - Abbastanza.
Io: - Interessante.
Valter: - Già.
Io: - Subordinato, direi.
Valter: - Sì, credo si possa dire così.
Io: - Perspicace.
Valter: - Estremamente.
Io: - Mi hai stampato quei moduli?
Valter: - Pensavo si stampassero da sé.
Io: - Vai va.
Valter: - Vado.
Sara: - Di che stavate parlando, tu e Valter?
Io: - Politica.
* mi scuso con tutti quanti, ma forse domani non riuscirò a pubblicare. Giornata impegnatissima: ho già fatto un salto all'ASL di zona per farmi riservare una sacchetta di plasma rigenerante. Ad ogni modo, se non ce la dovessi fare per domani, ci leggiamo venerdì!
Un abbraccio,
Dante
- Ciao Dante!
- Ciao nuovo capo settore!
Strizzo l'occhio a Davide, che sorride un po' imbarazzato e prosegue lungo il corridoio.
Negli scorsi giorni il precedente capo settore ha definitivamente mollato il suo posto, prendendo armi e bagagli e un treno per Torino. Alcuni di noi hanno proposto per quel giorno di lavorare con un laccio nero al braccio, in segno di cordoglio per i commessi del negozio piemontese.
Comunque, se n'è andato, e Davide ha preso il suo posto. E' ancora troppo presto per dire come vanno le cose, ma si respira un'aria diversa. Tutti noi ci sentiamo più leggeri, sappiamo che al comando della nave ora c'è un capitano che ascolta i suoi mozzi e che ha l'audacia di avventurarsi in acque sconosciute senza mettere a repentaglio la... No, forse devo disdire la maratona "Pirati dei Caraibi" di questo venerdì: i suoi effetti nocivi si vedono ancora prima di averla iniziata.
Il capo reparto non è stato ancora proclamato, ma sappiamo tutti che sarà Johnatan. Per anzianità è quello che più lo merita e forse è l'unico che vuol veramente diventarlo, anche se non lo ammetterà mai esplicitamente. Johnatan è perfetto, decisamente il più serio ed equilibrato tra noi, con una lunga esperienza e la sana dose di follia che distingue il nostro gruppo
Insomma, con una spinta ottimistica mi sento di alzare le braccia e gridare: cambierà tutto!
- Scusi, commesso, avrei bisogno di chiederle una cosa.
Ah già, quasi tutto.
- Ahia. - E' Valter.
- Che c'hai mo? - E' Michele.
- Mi fa male 'a panza, ho magnato assai. - Sempre Valter.
- Ma la smetti di rimpinzarti durante la pausa pranzo? - Ancora Michele.
- Cos'è, tieni alla mia salute? - Lui.
- Tengo alla mia salute! Sono stanco di sentire le tue lamentazioni ogni giorno a quest'ora. - L'altro.
Signori e signore: la strana coppia!
- E tu, Dante, smettila di fare il commentatore dei nostri discorsi!
Ammicco e rivolgo a Michele il segno del rock'n'roll, poi mi volto verso Sara che se la ride davanti al PC. La guardo, faccio spallucce. Mi guarda, alza gli occhi al cielo.
Le tipiche giornate lavorative hanno impiegato poco tempo a inondare ancora la nostra vita. Così Valter e Michele bisticciano di nuovo come due vecchie zitelle e io alzo le spalle, mi giro e proseguo per la mia strada. A volte ci immagino come dei denti di leone: un soffio leggero e volano via tutti i pensieri.
- Scusa, ragazzo.
A volte vorrei anche avere una spada laser e tranciare di netto la testa di chi mi chiama dicendo "Scusa, ragazzo", ma queste fantasie non diventano mai realtà, purtroppo.
- Mi dica.
Il signore, un filippino di mezza età, alza la mano per chiedermi di attendere e si volta verso un compatriota.
- Ehi, what the name?
- Nokia. Tell Nokia.
Torna a girarsi verso di me.
- Volevamo comprare un Nokia.
Alzo un sopracciglio: - Err, sì. Ci sono circa 150 modelli, ne vuole uno in particolare o peschiamo a caso da una busta?
Dopo un attimo d'incertezza l'uomo capisce e annuisce con un'ampia oscillazione della testa. Torna a rivolgersi all'amico: - What Nokia?
- What?
- There are many. Many Nokia.
Il secondo uomo mi guarda insospettito. Io non so far altro che restituirgli un'espressione neutra e vacua, un po' per via del tipo di richiesta (a cui, a dire la verità, sono ampiamente abituato), un po' perché mi domando come mai due filippini parlino tra loro un inglese sgrammaticato anziché il... filippico?
Il secondo uomo fa un passo avanti e tira fuori dalla tasca un Nokia 3310: - Volevo un caricabatterie per questo telefonino, non un altro Nokia - dice seccato.
- Ah, uh...
La capacità dell'uomo di parlare un intelligibilissimo italiano mi lascia senza parole. La domanda "perché parlate tra voi in un pessimo inglese se siete entrambi filippini e se sapete tutti e due l'italiano?" manda in corto i miei sistemi neurali, tanto che è Sara a intervenire, togliendomi da questa situazione d'impaccio.
- I caricabatterie della Nokia li trovate lì giù, oltre il terzo scaffale.
I due uomini ringraziano e se ne vanno. Sara fa un espressione buffa e divertita.
- Ma... hai visto? - Chiedo.
- Sì - ridacchia.
Ok, un soffio e non ci pensiamo più.