Cronache di un lavoro qualunque

Un commesso, come tanti, come tutti, che cerca di arrivare a fine mese sopravvivendo ai paradossi del lavoro quotidiano.
sabato, 31 maggio 2008

Festaaa

Approfittiamo del sole e del caldo per andare al mare o al lago, via!
Lunedì mi concedo un giorno di vacanza, sperando di trovare qualcuno con cui abbrustolirmi per bene (devo iniziare a prendere colore o rischio di passare per un anemico).
Quindi ci vediamo direttamente martedì 3 giugno!
Statemi bene!

Dante
postato da DanteHicks alle ore 14:58 | link | commenti (3)
categorie: varie
venerdì, 30 maggio 2008

Indicazioni

   Noi commessi non dobbiamo ispirare molta fiducia. Lo capisco dalle occhiate perplesse, gli sguardi poco convinti e le espressioni di diffidenza che assumono continuamente i nostri clienti quando ci chiedono qualcosa. In effetti ogni tanto millantiamo conoscenze che non abbiamo e, ahimé, il contratto ci "costringe" a vendere a tutti i costi, anche sacrificando un pochino la realtà. Insomma, se io fossi al posto del cliente verrei ben documentato su quel che devo comprare.
   Tuttavia a tutto c'è un limite! Passi che non ci si fida della mia preparazione su cellulari e portatili (che in effetti, a pensarci bene, non è un granché...), ma sicuramente conosco il reparto dove lavoro da mesi!
   Il signore si accosta come se dovesse darmi un bigliettino segreto: - Mi scusi.
   Ricambio lo sguardo di complicità: - Sì?
   - Dove sono esposti i portatili?
   - Lì in fondo, nell'ultima corsia.
   Si volta a cercarla, restando immobile per diversi secondi come se stesse contando i passi per arrivarci. Poi mi rivolge uno sguardo colmo di scetticismo: - Ma... l'ultima-l'ultima?
   Mi offendo.
   - No signore, ho detto "l'ultima" ma intendevo quella prima.
   - Ah.
   Rimane un po' perplesso, ma poi deve decidere che questa indicazione ha inspiegabilmente più senso della prima e si avvia verso la penultima corsia. Spero che stanotte sia ancora qui a cercare quei portatili.
postato da DanteHicks alle ore 13:24 | link | commenti
categorie:
giovedì, 29 maggio 2008

Tè al sacco

   Valter ed io ci prendiamo un caffè al nostro bar di fiducia durante la pausa pranzo. Chiacchieriamo amabilmente con Fabio, il barista con cui abbiamo fatto amicizia. Solitamente parliamo del più e del meno, della politica (ma solo in termini sarcastici e bipartisan: se c'impegnassimo in discussioni serie anche durante le pause darei di matto!), delle donne, di noi, ma anche di clienti: è incredibile quanto abbiano in comune i suoi con i nostri, tanto che Valter ed io pensiamo che prima si prendano un caffè lì e poi vengano da noi ancora più nervosi!
   Mentre ci sfidiamo ad una Top Ten dei clienti peggiori del mese una vecchietta si accosta al bancone. E' una di quelle ultrasettantenni vestite da intellettuali sessantottine (oddio, data l'età sarebbe più giusto dire quarantottine), con tanto di cappello alla francese. Guarda Fabio con un sorriso da nonna e tira fuori da un taschino quello che, a prima vista, sembra un leggerissimo fazzoletto di stoffa piegata, con dentro qualcosa di scuro.
   - Mi scusi...
   - Sì, signora?
   - Potrebbe darmi un bicchiere di acqua calda? Il tè me lo sono portato da casa.
   Valter ed io scoppiamo in una fragorosa risata. La signora ci guarda stupita mentre Fabio alza le spalle e, con fare vittorioso, esclama: - Questo mese ho vinto io.
postato da DanteHicks alle ore 22:39 | link | commenti (3)
categorie: clienti
mercoledì, 28 maggio 2008

La magia dei DVD

   - Buongiorno.
   - Buongiorno a lei, mi dica.
   La tecnologia avanza a lunghi balzi, dandoci spesso un distacco troppo grande da colmare. Chi lavora nel reparto Multimedia di un centro commerciale lo sa bene: dobbiamo costantemente tenerci aggiornati sui nuovi prodotti, se vogliamo veramente essere utili ai clienti. Non è raro, quindi, trovarsi davanti al cliente che non ha ben chiaro come funzioni l'oggetto che cerca.
   - Vorrei un DVD in inglese.
   Corrugo la fronte provando ad entrare nella testa della ragazza: - Un DVD... in inglese.
   - Esatto.
   - Mi scusi, intende dire un DVD di un regista inglese?
   - Come? Ah! Che sciocca! Non le ho detto il titolo! Il film è "Il padrino". No, non credo che il regista fosse inglese.
   Ho bisogno di qualche attimo per riflettere. La ragazza intuisce che mi sfugge qualcosa, ma prima che possa aggiungere altro cerco di ridefinire la situazione: - Ok. Quindi lei vuole "Il padrino"...
   - Sì.
   - ...e lo vuole in lingua inglese.
   - Sì.
   Ora è tutto chiaro: - Ma lo sa che un DVD contiene lo stesso film in diverse lingue, compresa quella originale?
   Un'espressione di autentica meraviglia le dipinge il volto: - Davvero?!
   - Eh sì.
   - Tutte nello stesso disco?
   - Già.
   Poi è il rosso a dominare le sue guance: - Ah, quindi funziona così un DVD?
   - Direi di sì.
   Si scusa frettolosamente e le indico dove può trovare il film cercato. La tecnologia avanza a lunghi balzi, ma c'è chi rimane fermo alla partenza.
postato da DanteHicks alle ore 16:02 | link | commenti (3)
categorie: clienti
martedì, 27 maggio 2008

Il giorno dopo

   Arrivo con cinque minuti di anticipo. Johnatan e Sara chiacchierano allegramente.
   - Ehilà! Ma avevate il turno di mattina?
   Annuiscono sorridendo, ma con le occhiaie che segnano le poche ore di sonno fatte.
   - Ma in teoria non avreste dovuto attaccare il pomeriggio, visto che abbiamo finito alle 3?
   - In teoria... -, alza gli occhi al cielo Johnatan. Sara fa spallucce.
   - Ahah, ok ho capito. Buona giornata ragazzi.
   - Buona giornata a te, Dante.
   Certe cose non passano velocemente. Nemmeno i postumi e l'allegria, per fortuna.
postato da DanteHicks alle ore 16:10 | link | commenti
categorie: colleghi, lavoro e paradossi
lunedì, 26 maggio 2008

L'inventario

   Ore 21:45
   - Ok ragazzi, tutto chiuso? Bene. Dividetevi come d'accordo e iniziate.
   L'inventario è il paradosso per eccellenza in questo lavoro: niente è così stressante e divertente allo stesso tempo. E' come la ciclette: un esercizio completo, perché attinge a tutte le tue risorse psico-fisiche, ma che non ti porta da nessuna parte. E' un lavoro di tale impoverimento mentale che, per arrivare alla fine (che, badate bene, possono essere anche le 3 del mattino), ti appoggi completamente ai tuoi colleghi, unico sostegno di questa "notte brava".
   - Ma che cazz'... ma ch'è 'st'affare?
   - Cosa?
   Valter mi passa una sorta di cavo USB, con un attacco che non ho mai visto prima. Lo scruto perplesso: - Un... deumidifcatore?
   - Un deumidificatore?!
   - Non so. E' la prima parola che m'è venuta in mente.
   Con fare discreto Valter si guarda intorno, rimette a posto il "coso", e passa al prodotto successivo.

   Ore 23:20
   La cosa più bella dell'inventario è che sei a contatto con i prodotti che vendi. Li conosci meglio, puoi fermarti a leggere qualche caratteristica che ti era sfuggita, pregando che il giorno seguente ti mandi qualche cliente interessato al prodotto, in modo da mostrargli che sai cosa vendi.
   La cosa più brutta dell'inventario è l'inventario. Lo so, l'ho appena detto, ma continuerò a dirlo. Non c'è niente di peggio quando lavori per un negozio come il nostro. Addirittura il fatto che si tratti più di un'impresa epica che di un incarico da svolgere è sottolineato dall'aver coniato un verbo apposito per descriverla: inventariare.
   Sono sicuro che "inventariare" fosse una delle fatiche di Ercole.

   Ore 24:05
   - Capisci Davide? Cercare di dare un senso a tutto questo. Insomma, altrimenti che ci sbattiamo a fare?
   - Guarda Dante, hai il mio massimo supporto. Il problema è che al capo settore, e al Capo Assoluto, non gliene frega poi molto...
   - Ma perché?! Cioè, voglio dire: dai delle promozioni ai commessi che lavorano meglio e vedrai come tutti lavoreranno meglio! Mi sembra un concetto semplice.
   - Lo è, ma ce n'è uno ancora più semplice con cui ragionano loro: "dai un lavoro a chi lo cerca disperatamente e lavorerà in qualunque condizione pur di mantenerlo". E sembra che oggi tutti siano disperati.
   - ...insomma non c'è soluzione?
   Mi sorride: - C'è sempre una soluzione. Vedrai che arriverà.

   Ore 24:50
   - Ma Cristo Re dei cieli!!!
   Davide, Johnatan ed io corriamo verso il corridoio dei cellulari, da dove partono le urla dissennate di Michele.
   - Che succede? - fa Johnatan con aria preoccupata.
   - Pino, cazzo! Dov'è?! Giuro che stavolta gli spacco la faccia! - Michele è fuori di sé - Dove sei Pino?! Esci fuori se ne hai il coraggio!
   Ci guardiamo sbalorditi. Davide cerca di calmare Michele: - Cos'è successo? Che ha fatto Pino?
   Con un gesto del braccio Michele indica l'intero scaffale: - Ha sbagliato codice! Ha catalogato TUTTI i cellulari col codice dei portatili. Dobbiamo riiniziare da capo questo settore!
   Rimaniamo a bocca aperta: il lavoro di quasi un'ora è stato assolutamente vano. Davide dà un'occhiata a tutta la lunghezza dello scaffale (almeno una decina di metri per quasi due metri di altezza). Poi, non senza una nota di sconforto, sorride: - Dai, rimbocchiamoci le maniche. Inutile star qui a incazzarci: il lavoro non si farà da sé. Siamo in quattro, se lavoriamo tutti insieme ci vorrà poco. Michele tu inizia da quel lato, Johnatan dall'altro. Dante ed io cominciamo dal mezzo e vi veniamo incontro.
   Sorrido. Anche se non ne abbiamo voglia Davide riesce comunque a metterci al lavoro senza proteste. Ha decisamente la stoffa del capo.

   Ore 02:45
   Valter, Michele, Sara, Johnatan, Davide ed io ce ne stiamo seduti per terra con le spalle contro una parete. Pino se n'è andato mezz'ora fa, appena abbiamo finito. Noi invece ci stiamo passando un boccione di rosso da cinque litri portato da Valter, produzione familiare d.o.c. direttamente dalla Campania.
   Trascorriamo i tre quarti d'ora successivi a bere, raccontare barzellette sporche (cambiando i protagonisti umani in animali, per riguardi nei confronti di Sara - anche se ormai sono convinto che non si sarebbe tanto scandalizzata) e imprecare contro Pino. Ogni tanto esce anche qualche discorso serio, ma dura solo fino alla sorsata successiva: nessuno ha voglia di impegnarsi ancora, stanotte.
   Alle 4 meno dieci ce ne andiamo un po' barcollanti. Valter sembra uno spirito senza tomba, ma per fortuna guida Michele. Johnatan sta con la sua moto, mentre Davide e Sara vanno a piedi insieme, abitando lungo la stessa via, dietro il Centro.
   Monto in macchina, ma aspetto un quarto d'ora buono prima di accenderla. Nell'attesa ascolto There is a light that never goes out degli Smiths per 4 volte di seguito. Poi infilo la chiave, giro, e domani sarò di nuovo qui.
postato da DanteHicks alle ore 14:29 | link | commenti (3)
categorie: colleghi, lavoro e paradossi
sabato, 24 maggio 2008

Ci sono! (spero)

E invece ieri ho poi saltato il consueto appuntamento. Me misero!
Ma le cose si sono sistemate, spero, e quindi da lunedì si riparte con regolarità e senza altri scherzi.

Scusate il rincretinimento e grazie per l'appoggio :)
Dante
postato da DanteHicks alle ore 17:27 | link | commenti
categorie: varie
giovedì, 22 maggio 2008

Passività

   Valter: - Che sasina...
   Io: - Che...?
   Valter: - Noia.
   Io: - Ah. Sì.
   Valter: - ...
   Io: - ...
   Valter: - ...
   Io: - ...
   Valter: - Che fai chista sera?
   Io: - Niente.
   Valter: - ...
   Io: - ...
   Valter: - ...
   Io: - E tu?
   Valter: - Manco.
   Io: - Ah. Ok.
   Valter: - ...
   Io: - ...
postato da DanteHicks alle ore 17:48 | link | commenti
categorie: dialoghi
mercoledì, 21 maggio 2008

I simpaticoni

   Nove meno cinque. Tra poco chiudiamo.
   In reparto siamo solo Valter ed io, persi dietro al bancone con niente da fare. Abbiamo chiacchierato fino a pochi minuti fa sul grande mistero dell'Universo (le donne, of course) e adesso aspettiamo l'inarrivabile termine della giornata per buttarci a casa.
   E' stata una serata fiacca, così abbiamo avuto tutto il tempo di risistemare il reparto. Insomma, siamo in una fase di totale cazzeggio annoiato.
   Un ragazzino palliduccio s'avvicina cautamente. E' tardi, dovremmo sbatterlo fuori, ma ormai è routine che qualche rompiscatole si presenti a quest'ora.
   Guarda me, che gli do le spalle appoggiato coi gomiti sul bancone e con la testa girata all'indietro stile L'Esorcista. Guarda Valter, spalmato sul vetro del banco che gli rivolge un'occhiata sofferente. E sceglie lui.
   - Excuse me... - Un inglese! Inizio a ridermela sotto i baffi mentre Valter (il cui inglese, lo sappiamo tutti, lascia molto a desiderare) si tira in piedi in aria fintamente recettiva - Do you sell Coca-Cola?
   Valter mi lancia un'eloquente occhiata alla "Eccolo qui: l'ultimo rincoglionito della serata e tocca a me servirlo!". Il suo tono, però, fa trapelare cortesia e delicatezza mentre pronuncia (quasi) perfettamente "No, I'm sorry".
   Il ragazzino abbozza un sorriso e se ne va. Valter ripete l'occhiata. Alzo le sopracciglia. Torna a sbracarsi. Neanche appoggia le braccia sul bancone che un altro ragazzino, un po' più alto ma ugualmente pallido, arriva.
   Stavolta guarda direttamente Valter, concedendomi 0,01 secondi di attenzione.
   - Excuse me... - Valter si mette lentamente composto, la faccia perplessa - Do you sell Coca-Cola?
   Lo guarda. Guarda me. Alza un sopracciglio e, di nuovo, risponde: - No, I'm sorry.
   Non facciamo in tempo a parlare dell'accaduto che un terzo ragazzino, più piccolo dei precedenti e così pallido da farmi pensare per un attimo di chiamare il 118, zompetta verso il bancone e, con sorriso beffardo: - Excuse me, do you sell...
   - Ma fangùùùùùlo!!!
   Il sorriso si spegne. Non capisce, il povero. Mi guarda e io gli annuisco un "Eh beh, te lo meriti, te e la tua simpatica famigliola".
   Mentre se ne va Valter esclama ancora rosso in volto: - Robe da pazzi! Tutt'a me... tutt'a me!




(scusate il ritardo gente. Questi giorni saranno un po' altalenanti negli orari, ma vi prometto sempre la quotidiana storiella al giorno! Questa di oggi ovviamente valer per ieri - che era "oggi" fino a 9 minuti fa. Buonanotte!)
postato da DanteHicks alle ore 23:09 | link | commenti (4)
categorie: clienti
martedì, 20 maggio 2008

La squadra

   - Dante, quello servilo tu.
   I commessi non sono perfetti. Su questo credo non ci siano dubbi. Qualche blog aperto da anonimi dipendenti di grandi centri commerciali sembra difenderne la categoria, descrivendone pregi e umanità come virtù necessarie in curriculum per essere assunti. Ebbene, per quanto possa apparire straordinario e surreale, non è così.
   Anche noi siamo esseri umani. Abbiamo sentimenti. Abbiamo idee. Abbiamo punti di vista. E abbiamo una squadra del cuore.
   Michele guarda malevolo il cliente indicatomi.
   - D'accordo, lo servo. Ma perché?
   Dice con tono sprezzante: - E' interista.
   - Ma tu non eri della Roma? - Stavolta lo sguardo malevolo me lo becco io. - Ah... già.
   Siamo esseri imperfetti.
postato da DanteHicks alle ore 17:14 | link | commenti
categorie: colleghi
lunedì, 19 maggio 2008

Il reparto giusto

   Chiacchiero con Sara del più e del meno (ovviamente soprattutto del più che ho appreso recentemente sulle donne) quando una ragazza sulla ventina si accosta al bancone. Sfoggia un paio di Ray Ban neri che le coprono metà faccia e un rossetto che le tinge le labbra di un color rosso-ematoma.
   - Scusate... - Dal tono sembra quasi seccata di rivolgerci la parola - ...avete assorbenti?
   Sara ed io la guardiamo, ci guardiamo, e poi ci allontiamo scuotendo la testa.
postato da DanteHicks alle ore 18:51 | link | commenti (1)
categorie: clienti
venerdì, 16 maggio 2008

Donne

   - Era enorme!
   Da quando ho ricevuto il libro karmico (ormai lo chiamo sempre così, nonostante Valter e Michele mi prendano in giro) mi sento un po' illuminato. Ho ripreso a dare un senso a certe cose. O meglio, sono nella stessa situazione di prima, ma credo che abbia un senso e che debba solo capire quale. O perlomeno pensarla così mi fa stare meglio...
   Comunque! L'importante è che sono tornato a girare spensierato per i reparti, ricominciando a farmi scivolare addosso gli scleri dei clienti, quelli dei miei colleghi e anche i miei. E' in uno di questi momenti di vegetale illuminazione (che devo farci, ho imparato un termine nuovo!) che capto un discorso tra Sara e una cassiera.
   - Cosa era enorme?
   Le due, che fino a quel momento non mi avevano notato, zittiscono di colpo per poi scoppiare in una risatina isterica.
   Sorrido di rimando, senza capire. La cassiera mi fa in tono malizioso: - Una certa qualità di un certo ragazzo.
   Sorrido ancora un attimo, poi inorridisco: - Eh?! Ma non starete parlando di...
   Ridacchiano ancora.
   - Ma siete delle pervertite!
   Sara mi rimprovera: - Perché scusa? Cos'è, solo voi maschietti potete parlare di belle donne?
   - Stavate parlando di belle donne?
   - Hai capito cosa volevo dire.
   Il mio sguardo passa velocemente da una all'altra. La cassiera non la conosco, ma anche Sara mi sembra quasi di vederla per la prima volta. La sua amica mi squadra un attimo prima di provocarmi di nuovo.
   - Comunque stavamo parlando di un film... erotico.
   - Linda!
   Sara questa volta arrossisce, ma io mi sento avvampare le guance e le orecchie ancora di più.
   - Cosa?! Un film erotico?! Voi?! Ma... ma... non potete!
   - E perché?
   - Perché siete donne!
   - Saremo donne, ma siamo anche tutt'e due single.
   - Dovremo pur tenerci... in allenamento. - Stavolta è Sara che dà la schiacciata.
   - No! Ferme! Zitte! Mute! - Faccio un paio di passi indietro - Mi rifiuto di sentire altro! Avete distrutto la mia immagine del mondo femminile! Siete... perverse!
   Volto le spalle e fuggo disperato, con quelle malefiche risatine che mi punzecchiano le spalle. Quand'è che sono finito dall'infanzia a questo?!
postato da DanteHicks alle ore 21:47 | link | commenti (5)
categorie: colleghi
giovedì, 15 maggio 2008

Karma

   Il karma è tante cose. E' la strada che ti si apre davanti. E' l'indicazione contro cui devi sbattere la testa prima di riuscire a vederla. E' il muro che prendi a cazzotti fino a sanguinare, accorgendoti solo dopo tanto tempo che bastava aggirarlo.
   Per me il karma è tutto questo, ma è anche altro. E' anche la persona che arriva nel momento del bisogno, che fa un gesto semplicissimo, dalle conseguenze minimamente influenti sul corso delle cose, ma capace di riempire la giornata di una nuova speranza.
   Quando arriva questa donna sulla quarantina - alta, slanciata, non bella, ma con un fascino che non riesco a identificare - sono mezzo sbracato sul bancone, pensando ancora a cosa fare e non fare per il reparto.
   - Buongiorno.
   Non la degno di uno sguardo: - 'giorno.
   Allungo la mano per prendere il libro su Photoshop che ha comprato e battere il prezzo, ma quella non sembra avere intenzione di darmelo. Le lancio un'occhiataccia in stile "E allora?!" e quella mi rimanda un tiepido sorriso. Ha gli occhi nocciola.
   - Che succede qui? Giornata brutta?
   Mi sorprende la sua domanda. Mi aspettavo più un classico "Ecco, siete bravi solo a non far niente e a rispondere male, voi". Mi sistemo un attimo prima di risponderle, e le parole vengono fuori come un getto di vapore.
   - Diciamo brutto periodo. Sto pensando di mollare il lavoro, anche se poi non saprei dove andare. In Inghilterra magari...
   - Ah, non ti piace qui?
   Prendo il libro su Photoshop.
   - Macché, mi piace pure troppo, è questo il problema. Non riesco neppure a leggere per quanto mi rode.
   - Cosa stai leggendo?
   Già, cosa sto leggendo? Non tocco quel libro da giorni.
   - Ah sì, "Introduzione al buddhismo". Ma in realtà non lo sto leggendo: sono fermo al primo capitolo da quasi due settimane.
   Batto il prezzo.
   - Se mi permetti, ti consiglio quest'altro.
   Tira fuori dalla borsetta un libretto rosso intitolato "Un fiore non parla". Do un'occhiata alla quarta di copertina e mi sembra di capire che tratti dello zen.
   - Grazie. Lo comprerò.
   Faccio per restituirglielo, ma la donna mi ferma con un gesto.
   - Tienilo. Secondo me ne hai più bisogno di me adesso.
   Rimango attonito: - No, no! Non posso accettare, si figuri! Grazie...
   - Insisto! - Sorride sempre di più - Inoltre non è un regalo, è un prestito. La prossima volta che verrò qui mi dirai se l'avrai letto e poi me lo restituirai.
   L'unica cosa che mi riempie la gola è un "Grazie" con vocina rauca. La donna sorride un "Non c'è di che" e se ne va con il suo acquisto.
   E' come se qualcosa mi avesse ricaricato, come se questo gesto mi avesse dato qualcosa di cui avevo bisogno. E' una bella sensazione. Magari è solo il fatto di aver incontrato una cliente così gentile in un momento in cui volevo davvero solo un po' di gentilezza, ma è una sensazione bella, calda, confortevole.
   E' ciò di cui avevo bisogno in questo momento.
postato da DanteHicks alle ore 16:04 | link | commenti (6)
categorie: clienti
mercoledì, 14 maggio 2008

La passione per il lavoro (3)

   Da quando ho avuto quella chiacchierata con Johnatan è come se qualcuno avesse acceso un enorme riflettore sul reparto, che irradia una luce di un nuovo colore. In un certo senso tutto è diverso. Sono nello stesso posto, cammino negli stessi corridoi, ho le stesse cose da fare, ma la luce che li illumina è differente e dà un nuovo senso alle cose. Mi accorgo che le cose da sistemare sono molte, che c'è costantemente qualcosa fuori posto, che c'è sempre qualcosa che potrebbe essere migliorato. Solo che stavolta mi domando: perché dovrei farlo io?
   E' un atteggiamento che ho sempre odiato. Certe cose dovrebbero essere fatte per buon senso, per migliorare il proprio ambiente (che sia familiare, scolastico, sociale, di lavoro...). Se tutti le facessero, si starebbe meglio, no? Ma quando inizi ad accorgerti che quelle cose non le fanno tutti gli abitanti di quell'ambiente, anzi, che sei praticamente l'unico a farle, ti chiedi se ne valga davvero la pena.
   Valter lo sa bene, me l'aveva spiegato nei primissimi giorni di lavoro. Persino Sara, che è qui da una manciata di settimane, ha capito la situazione e si è adattata. Una sorta di "vivi e lascia vivere", che nel mio caso però si trasforma in "vivi e lascia morire Dante".
   Sarò fesso io o colpevoli gli altri?
   Michele mi ascolta con aria assente mentre gli parlo di tutto questo, tanto che alla fine del discorso mi incazzo un poco: - Ma allora mi stai a sentire o no?! Hai guardato il pavimento tutto il tempo.
   Mi fissa negli occhi. Ha questo sguardo, ben noto ai commessi del reparto, capace di farti sentire in torto, addirittura colpevole. L'unico che riesce a non subirne il fascino sembra essere Valter.
   - Ti ascolto, Dante. Stavo solo pensando. - (ecco, mi viene quasi da chiedergli scusa) - Pensavo ad un mio amico, in Inghilterra. Prima lavorava qui da noi, poi ha deciso di trasferirsi lì. Una sfida con sé stesso, in un certo senso.
   Tento di riassumere un certo tono: - E questo che centra col mio discorso?
   Di nuovo quello sguardo: - Questo mio amico (Fabio), è partito senza un lavoro e dopo due giorni ha cominciato come lavapiatti in una catena di caffè. Si è dato da fare, ha lavorato dodici ore al giorno (non fare quella faccia, sono serio: dodici ore al giorno) e dopo una settimana l'hanno preso in via definitiva. Così ha intuito che più si dava da fare, più sarebbe avanzato. Adesso, dopo otto mesi di lavoro, è il vice manager di un negozio aperto di recente, e con tutta probabilità per la fine dell'anno sarà manager in prova.
   Michele si ferma ed io rimango in attesa. Niente. Ancora una volta mi viene raccontata una storia che, sinceramente, non capisco dove vada a parare. Qui da noi non funziona così! Non qui, almeno! Che senso avrebbe lavorare dodici ore (che peraltro è impossibile, dato che non puoi nemmeno fare gli straordinari che vorresti), se dopo otto mesi ti trovi comunque nella stessa posizione da cui hai iniziato?
   Michele sembra leggermi nel pensiero: - Io non sono come Johnatan, non ti sto mica cercando di dire qualcosa di particolare. In Inghilterra funziona così. Qui no. Non ti sta bene? Cambia. D'altronde da solo non potrai mai riorganizzare il reparto.
   - E perché, allora, non ci mettiamo tutti insieme a farlo? Facciamolo diventare un gran reparto. Voglio dire... 'sti cazzi della promozione! Almeno diventerebbe un lavoro piacevole, un posto dove le cose funzionano per merito nostro. Il premio non sarebbe l'avanzamento ma, quanto meno, la soddisfazione di un reparto che funziona ed è competitivo. Daremmo il nostro contributo!
   - Bravo, bel discorso. - Il suo tono non cambia di una virgola. - Convinci qualcuno a seguirti e, se sarete abbastanza, io mi aggregherò. Buona fortuna.
   ...
postato da DanteHicks alle ore 14:36 | link | commenti (3)
categorie: lavoro e paradossi
martedì, 13 maggio 2008

La passione per il lavoro (2)

   - Quindi?
   Johnatan mi lancia un'occhiata vaga: - "Quindi" cosa?
   - Non devo fare niente? Cioè, limitarmi al poco che devo fare? D'altronde perché dovrei sbattermi di più, se le cose stanno così?
   Il discorso di poco fa mi ha in qualche modo ferito: quanto ha senso fare qualcosa, al lavoro, quando non ricevi alcuna gratifica? 
   Johnatan sembra capire ciò che penso e mi sorride: - Ho un'amica che lavora per un'altra azienda, fa la commessa del reparto Video. Tempo fa, quando ha saputo che sarebbe uscito il film dei Fantastici Quattro, ha fatto una ricerca nel database e ha visto che non avevano DVD sui loro cartoni animati. Così l'ha detto al capo reparto e gli ha proposto di ordinarli. Lui ha acconsentito e l'ha trovata una splendida idea. Infatti in quei mesi quei DVD sono andati a ruba.
   - Nessuno le ha dato un aumento per questo, al massimo un "congratulazioni" e una pacca sulla spalla. Anche se devo ammettere che, nella sua azienda, tengono molto più in considerazione il modo di lavorare del commesso, per eventuali premi o promozioni.
   Aspetto che continui, ma Johnatan non aggiunge altro.
   - Non ho capito. Mi stai dicendo di cambiare azienda?
   - No. - Sorride ancora - Ti sto dicendo che se vuoi fare di più, devi tenere presente che nessuno gli darà importanza, a parte te.
postato da DanteHicks alle ore 21:46 | link | commenti
categorie: lavoro e paradossi
lunedì, 12 maggio 2008

La passione per il lavoro (1)

   L'uomo ama lavorare.
   Un tempo avrei bollato quest'affermazione come frutto di una mente deviata, ma con gli anni mi sono ricreduto. Stare senza far niente non è nella nostra natura e, più in generale, credo che sentiamo il bisogno di fare qualcosa di produttivo, che possa essere in qualche modo condiviso con gli altri, o che possa tornare loro utile. A volte però lavorare è frustrante, soprattutto quando arrivi a chiederti se vale la pena dare più del necessario.
   Non essendoci molti clienti decido di lasciare Sara e Valter da soli per dedicarmi ad altri compiti. In reparto c'è un po' di caos per via di alcuni PC assemblati sparsi lungo una parete, così deciso di cominciare col metterli nell'area in cui andranno stipati. E' un lavoraccio, perché l'unico modo per spostarli è a mano; vorrei chiedere a qualcuno dove abbiamo il "coso con le ruote" con cui di solito spostiamo pacchi ingombranti, ma dato che non ne ricordo il nome preferisco evitare la figuraccia.
   Mentre sono a metà strada imbracciando il quinto PC - mi viene quasi da chiamarlo "tesoro" o "cucciolo" e dargli un bacetto sulla... fronte? - qualcuno mi bussa alle spalle. Immaginando un inopportuno cliente rompiscatole mi volto con una faccia tetra e minacciosa.
   - Buongiorno Dante! - Johnatan mi saluta con il suo sorriso magnetico: oggi non lavora e vederlo qui al Centro in abiti civili mi fa un po' strano.
   - Ehilà, Johnatan! Che ci fai qui?
   Alza una scheda video ancora imballata: - Compere! Tu piuttosto, che stai facendo?
   - Palestra... Cosa vuoi che stia facendo?!
   - Ahahah! Sì, avevo capito che risistemavi. Mi chiedevo perché!
   Poso il PC in terra: - Beh, è un lavoro da fare. Questi affari non cammineranno fino a quell'angolo da soli.
   Johnatan è tra i commessi più anziani, benché credo abbia meno di dieci anni più di me. Tuttavia riesce ad assumere quei toni e atteggiamenti da "padre caloroso" capaci di catturare l'attenzione di chiunque: - Avevo capito anche questo, Dante. Ma è un lavoro che dovrebbe fare chi arriva qui la mattina e che, se non viene sbrigato prima dell'apertura, dev'essere finito al più presto. Perché lo stai facendo tu, nel turno del pomeriggio?
   Penso di capire dove voglia arrivare: - Sai, sono qui da pochi mesi. Anche se non tocca a me cerco comunque di darmi da fare, per far vedere che valgo.
   - Pensi che servirà a qualcosa?
   - In generale lo faccio perché mi piace dare un contributo al reparto, ma ammetto che lo scopo ultimo è quello di crescere nell'azienda.
   Le mie parole lo fanno sorridere. Si guarda attorno, come se volesse comprendere questo posto, abbracciarlo con lo sguardo, misurarne l'essenza. Poi guarda di nuovo me, come se volesse trasmettermi tutto ciò che ha visto.
   - Ricordi Marco?
   - Certo!
   - Non molti vogliono diventare capo reparto, perché è un ruolo di alte responsabilità e basse gratifiche. Comunque Marco ha iniziato a lavorare qui due anni dopo di me... ed è diventato capo reparto un anno dopo.
   Sgrano gli occhi.
   - Esatto Dante: Marco. Che quando c'era da mettere a posto le colonnine dei cellulari si faceva venire gli attacchi di diarrea pur di evitarlo e che non faceva quasi mai le aperture. C'erano commessi che si davano un gran da fare, portando avanti il reparto quasi da soli, cercando in qualche modo di migliorarlo. Ma sai perché è passato lui e non qualcun altro? Perché il padre è un amico d'infanzia del Capo.
   Fa una piccola pausa e per un attimo mi chiedo se quel "qualcun altro" sarebbe dovuto essere lui, al tempo.
   - Purtroppo qui è tuttora così. Non importa quanto ti sbatti, non importa quanto ti dai fare: se c'è un "amico del" o un "figlio di" sarai sempre in fondo alla lista. Allora l'unica cosa che resta da fare è sbrigare i compiti essenziali ed evitare di "far vedere che vali": sono tutte energie sprecate. Se poi il reparto - o l'intero Centro - dovesse funzionare male perché i suoi dipendenti non vogliono fare ciò per cui NON vengono ripagati... beh, voglio dire: un altro posto da commesso lo trovo di sicuro!
   Rimane lì a fissarmi senza dire altro. Il sorriso non c'è più e così ogni traccia di calore. Chi mi sta guardando adesso è un Johnatan freddo, distante, che parla di qualcosa che ha vissuto sulla pelle e che, ne sono certo, l'ha scottato più volte. Io stesso non so come replicare: le cose stanno davvero così o è lui ad avere un atteggiamento troppo cinico e negativo? (Johnatan? "Negativo"?!).
   Dopo qualche secondo distolgo lo sguardo, imbarazzato, e mi trovo a fissare, con la mente vuota, il computer poggiato ai miei piedi...
postato da DanteHicks alle ore 15:03 | link | commenti (5)
categorie: lavoro e paradossi
venerdì, 09 maggio 2008

Film a perdere

   Valter: - Uè guajoni, ma voi sapete cos'è una chop suey?
   Io: - Una che?!
   Sara: - Per via della canzone dei System Of A Down? Comunque è una sorta di cotoletta cinese.
   Valter: - Ah... E di che parla 'o testo? D'una cotoletta?
   Io: - Ok. Cosa stavamo dicendo?
   Sara: - Se stasera facciamo qualcosa.
   Valter: - Sì! Cinema! Minchia è 'nu sacco che non vado al cinema!
   Io: - Io sto un po' a pezzi, ma un cinemello quasi quasi... Un film che valga la pena però!
   Sara: - Tipo "Step Up 2"?
   Valter: - No, vediamo "Notte brava a Las Vegas"!
   Io: - Ma siete fuori?!?
   Sara: - C'è pure "3Ciento - Chi l'ha duro la vince"!
   Valter: - Sì! "3Ciento"! "3Ciento"!
   Io: - Giammai!!!
postato da DanteHicks alle ore 14:50 | link | commenti
categorie: dialoghi
giovedì, 08 maggio 2008

Volpi

   Lavorando presso il centro capisco sempre più perché il simbolo della furbizia sia la volpe e non l'uomo, nonostante la presunta differenza di intelletto che ci dovrebbe essere tra i due.
   Un gruppo di tre uomini dell'Est, tutti maschi, entra con un passeggino snodabile all'interno del nostro reparto. Michele ed io li guardiamo un po' perplessi: da un lato vorremmo fare qualche battuta di associazione tra quel quadretto e il film "Tre uomini e un bebè", dall'altro però ci manca il bebè, dato che il passeggino è completamente chiuso.
   Non vorrei peccare di presunzione, ma certe cose le capisci al volo dopo un po' che lavori qui. Così chiamiamo Piero che, discretamente, si apposta all'uscita del reparto insieme a due colleghi della sicurezza.
   Passa un buon quarto d'ora prima che uno degli uomini venga da noi per pagare un paio di auricolari da cinque euro. Batto cassa con estrema lentezza, mentre con la coda dell'occhio scorgo gli altri due uomini sgattaiolare da dietro uno scaffale e dirigersi verso l'uscita, con il passeggino aperto, il tettuccio tirato completamente su e una tendina impermeabile blu ben sistemata al di sopra.
   Consegno lo scontrino all'uomo e gli sorrido: - Guardi che qui dentro non piove mica.
   Non capisce, sorride, e se ne va.
   Michele ridacchia e mi dà un buffetto. Più tardi scopriremo che il "bebè" era un LCD da 32 pollici.
   Volpi...